Style Hippolyte Laporte: la moda diventa uno spazio da esplorare
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Hippolyte Laporte: la moda diventa uno spazio da esplorare

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Arianna Maria Leva

Completi sartoriali, tartan, polo e abiti che richiamano l’eleganza borghese. Sono codici che associamo a un’idea precisa di rispettabilità, autorità e potere. Hippolyte Laporte li riprende e li trasforma, inserendo trasparenze, pizzi e tagli ispirati all’alta moda in un guardaroba tradizionalmente legato alla mascolinità eteronormativa. Il risultato è una ricerca che usa la moda per interrogare le regole, spesso invisibili, che stabiliscono come dovrebbe vestirsi un uomo.

Nel lavoro di Hippolyte Laporte, la moda prende le distanze dalle forme rassicuranti del guardaroba tradizionale per esplorare ciò che accade quando le convenzioni di genere vengono portate fuori asse.

Designer formatosi alla HEAD, Genève, Laporte affronta il tema della mascolinità attraverso un linguaggio visivo che mescola riferimenti borghesi, dettagli sartoriali e un’estetica dichiaratamente teatrale. Il tartan, il completo con giacca e cravatta, la polo e altri elementi associati a un’immagine convenzionale dell’uomo diventano il punto di partenza per costruzioni inaspettate. Trasparenze, pizzi e tagli ispirati alla couture ne modificano il significato, mentre proporzioni esasperate e superfici materiche trasformano l’abito in qualcosa che va oltre la sua funzione quotidiana.

Questa ricerca trova una prima espressione compiuta in Behind the Curtain, collezione presentata nel 2024 durante il Défilé HEAD. Il progetto nasce da una riflessione sullo strip-tease maschile e sui modelli di virilità che questa forma di spettacolo mette in scena. Laporte individua cinque archetipi, il motociclista, il militare, il boscaiolo, l’uomo d’affari e il meccanico, e li rielabora attraverso elementi del burlesque e dello strip-tease femminile. Figure tradizionalmente associate alla forza, all’autorità e al controllo vengono così inserite in un sistema di segni che introduce seduzione, esposizione e ambiguità.

A rendere riconoscibile il suo approccio è soprattutto il modo in cui interviene sulla forma. Nelle immagini dei suoi lavori, i tessuti a quadri assumono una presenza quasi architettonica, con linee che attraversano il corpo e ne alterano visivamente i contorni. Altrove, il tessuto si raccoglie in torsioni e drappeggi che seguono la figura, mentre colletti e volumi intorno al collo diventano elementi autonomi, capaci di spostare l’attenzione e cambiare la percezione dell’intera silhouette. Anche gli accessori partecipano a questa trasformazione: copricapi dalle forme insolite e dettagli volutamente scenografici fanno apparire i look come personaggi, più che come semplici combinazioni di capi.

È un’estetica che non cerca necessariamente la discrezione o la portabilità immediata. Al contrario, sembra interessata al momento in cui un vestito smette di essere invisibile e rende evidenti le regole che normalmente lo governano. Un completo sartoriale, per esempio, porta con sé un immaginario di rispettabilità e potere; quando viene trasferito su un corpo maschile con proporzioni inusuali, dettagli decorativi o costruzioni che richiamano un guardaroba tradizionalmente femminile, quella stessa associazione comincia a vacillare.

Laporte ha raccontato che la sua ricerca nasce anche dall’esperienza della pressione sociale a vestirsi in un determinato modo. La riflessione riguarda l’eteropatriarcato e la necessità, avvertita tanto da persone eterosessuali quanto da persone queer, di nascondere o modificare parti della propria identità per aderire alle aspettative dominanti. Da qui la scelta di riprendere gli abiti associati ai gruppi sociali e ai codici culturali che detengono il potere, per poi alterarne il significato attraverso il corpo che li indossa.

Il risultato non è semplicemente un guardaroba maschile reso più femminile, ma una riflessione su quanto le categorie con cui interpretiamo gli abiti siano costruite. Pizzi, tartan, drappeggi e volumi teatrali convivono senza cercare una sintesi rassicurante: è proprio la loro tensione a rendere visibile l’artificialità di ciò che consideriamo normale. Nel mondo di Hippolyte Laporte, vestirsi significa anche interpretare un ruolo. E ogni ruolo, una volta portato all’estremo, può rivelare quanto sia fragile la distinzione tra ciò che siamo e ciò che abbiamo imparato a sembrare.

La moda, in questa prospettiva, non è soltanto una questione di silhouette o materiali, è uno spazio in cui mettere alla prova le convenzioni, appropriarsi dei simboli dell’autorità e renderli nuovamente negoziabili. Laporte non cerca necessariamente di cancellare i codici esistenti: li porta fuori dal loro contesto abituale, dove diventano visibili proprio perché smettono di apparire scontati.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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