Photography Amin Yousefi, gli sguardi della Rivoluzione iraniana tornano a interrogarci
Photographyphotobookphotography

Amin Yousefi, gli sguardi della Rivoluzione iraniana tornano a interrogarci

-
Arianna Maria Leva

Nel lavoro del fotografo Amin Yousefi, tutto si focalizza sul dettaglio dello sguardo: quello di una persona che, nel mezzo della Rivoluzione iraniana del 1979, si accorge della presenza di una macchina fotografica e guarda dritto dentro l’obiettivo. Un gesto breve, forse istintivo, che attraversa i decenni e arriva fino a noi, trasformando chi osserva in qualcuno che viene osservato a sua volta.

È da questo incontro, avvenuto a distanza di quasi mezzo secolo, che prende forma Eyes Dazzle as They Search for the Truth, il libro con cui l’artista e fotografo iraniano torna sulle immagini di uno dei momenti più significativi della storia contemporanea del suo Paese. Pubblicato da Luhz Press nel 2026, il volume raccoglie 65 tavole fotografiche e due testi firmati dallo stesso Yousefi e dal critico e curatore David Campany. Più che ricostruire gli eventi della Rivoluzione, il progetto si concentra su ciò che le immagini hanno trattenuto ai margini della scena: volti, espressioni e presenze che sembrano voler lasciare una traccia di sé nella storia.

La domanda da cui tutto parte è semplice, ma non ha una risposta definitiva, perché quelle persone guardavano proprio la macchina fotografica? E soprattutto, che cosa significa ritrovarsi oggi dall’altra parte di quello sguardo?

Cercare un volto dentro la storia

Nato nel 1996 ad Abadan, nel sud-ovest dell’Iran, e oggi attivo a Londra, Amin Yousefi sviluppa una ricerca che attraversa fotografia, archivi, documenti e memoria politica. Il suo interesse non riguarda soltanto ciò che un’immagine mostra, ma anche il modo in cui viene prodotta, conservata e interpretata nel tempo. Le fotografie, nel suo lavoro, non sono testimonianze immobili: possono cambiare significato a seconda di chi le guarda, di ciò che viene isolato al loro interno e del contesto in cui riemergono.

L’idea alla base di Eyes Dazzle as They Search for the Truth nasce durante la pandemia, quando Yousefi lavorava presso Ag Gallery a Teheran. Con la chiusura al pubblico, l’attività della galleria si era concentrata sugli archivi fotografici: ogni settimana arrivavano immagini e negativi da ordinare e digitalizzare. Tra le numerose stampe che passavano sotto i suoi occhi, una fotografia di piccolo formato attirò la sua attenzione.

Ritraeva un’assemblea studentesca a Langarūd, nel nord dell’Iran. A un primo sguardo sembrava documentare una manifestazione come tante altre immagini legate al periodo rivoluzionario. Fu soltanto osservandola attraverso una lente d’ingrandimento che Yousefi notò alcuni studenti intenti a fissare direttamente l’obiettivo. Le loro espressioni, racconta nel testo incluso nel libro, lasciavano intuire una certa inquietudine per la presenza del fotografo. Quel particolare continuò a tornargli in mente, se quelle persone avevano notato la macchina fotografica, erano consapevoli di essere fotografate? Stavano cercando di comunicare qualcosa, oppure si limitavano a reagire a una presenza estranea? E quante altre fotografie della Rivoluzione custodivano sguardi simili, rimasti invisibili per anni?

Da queste domande è iniziata una ricerca tra i libri fotografici dedicati agli eventi del 1978 e del 1979. Yousefi ha ripreso immagini già esistenti, cercando tra la folla le persone che sembravano accorgersi dell’obiettivo. Non ha ricostruito la scena né prodotto nuovi ritratti nel senso tradizionale del termine: ha selezionato dettagli da fotografie realizzate da altri, riportandoli al centro dell’attenzione. Il risultato è una seconda folla, composta da individui che nelle immagini originali occupavano uno spazio marginale. Separati dal contesto che li circondava, diventano protagonisti di un incontro con chi guarda oggi.

Una lente che cambia il punto di vista

La scelta di lavorare con una lente d’ingrandimento non è soltanto una soluzione visiva. È il dispositivo attraverso cui Yousefi costruisce l’intero progetto. Le immagini vengono riprese attraverso una lente ottica, che crea un alone curvo attorno ai volti e rende visibile la trama tipografica delle fotografie stampate. Il risultato conserva le imperfezioni del materiale originale, ma le trasforma in una superficie nuova, sospesa tra documento storico e ritratto contemporaneo.

In questo processo, la distanza temporale non viene cancellata: diventa parte integrante dell’immagine. I volti appartengono a un momento che Yousefi non ha vissuto in prima persona, eppure il suo lavoro crea un contatto con persone che, altrimenti, sarebbero rimaste anonime all’interno di una documentazione collettiva. L’ingrandimento permette di riconoscerle, ma non di conoscerle davvero. Possiamo osservare le loro espressioni, provare a interpretarle, immaginare cosa stesse accadendo in quel preciso istante. Non possiamo sapere con certezza che cosa pensassero.

È proprio qui che il progetto evita di trasformarsi in una semplice operazione nostalgica. Amin Yousefi non pretende di restituire una verità definitiva attraverso i volti ritrovati. Al contrario, mostra quanto sia facile attribuire significati a un’immagine quando non disponiamo di tutte le informazioni necessarie per comprenderla. Nel testo che accompagna il libro, l’artista immagina che quelle persone possano aver desiderato di essere ricordate, di lasciare una traccia del proprio passaggio nella storia. Ma riconosce anche l’impossibilità di stabilire se i loro sguardi esprimessero entusiasmo, preoccupazione, vergogna o rimpianto. Ogni interpretazione resta un’ipotesi. Il lavoro si muove quindi su un confine delicato: da una parte c’è la fotografia come testimonianza di qualcosa che è realmente accaduto, dall’altra la consapevolezza che nessuna immagine può contenere interamente un’esperienza umana.

Quando guardare diventa una forma di controllo

C’è un altro elemento che attraversa Eyes Dazzle as They Search for the Truth: il rapporto tra fotografia e potere. Fotografare una manifestazione significa documentare un evento, ma significa anche rendere visibili persone che, in determinati contesti politici, potrebbero essere identificate, sorvegliate o controllate. Lo sguardo rivolto verso l’obiettivo assume così una duplice natura. Può essere un tentativo di entrare nell’immagine, di partecipare alla costruzione della propria memoria pubblica. Ma può anche rappresentare una reazione alla consapevolezza di essere osservati e registrati. La stessa macchina fotografica che conserva una presenza può diventare uno strumento attraverso cui quella presenza viene esposta.

Yousefi mette in relazione questa ambiguità con la distanza che normalmente separa chi fotografa da chi viene fotografato. In un’immagine tradizionale, è il fotografo a scegliere dove posizionarsi, che cosa includere nell’inquadratura e quando premere il pulsante. Qui, invece, le persone ritratte sembrano interrompere questa gerarchia: guardando direttamente l’obiettivo, richiamano l’attenzione di chi sta dietro la macchina e, decenni dopo, di chi osserva la fotografia.

Il libro come incontro tra epoche

Eyes Dazzle as They Search for the Truth porta questa ricerca all’interno di un oggetto editoriale di 148 pagine, con 65 tavole fotografiche. Il volume è curato e progettato da Zoe Lemelson e comprende due contributi testuali: quello di Yousefi e A Stack of Decades, firmato da David Campany. Il testo di Campany amplia la riflessione sul tempo e sulla capacità delle fotografie di produrre significati che vanno oltre le intenzioni di chi le ha scattate. Un’immagine può sopravvivere al momento della sua realizzazione, attraversare contesti diversi e incontrare spettatori che il fotografo originale non avrebbe mai potuto immaginare. In questo senso, il libro non si limita a raccogliere un progetto fotografico, ma crea le condizioni perché quegli sguardi possano continuare a circolare.

La scelta del libro è particolarmente significativa, perchè a differenza di un flusso continuo di notizie o immagini digitali, un fotolibro impone un ritmo, invita a soffermarsi e permette alle fotografie di essere incontrate più volte. Ogni pagina diventa una nuova occasione per tornare su un volto e chiedersi che cosa ci stia comunicando, pur sapendo che la risposta non sarà mai completa.

Nella pratica di Yousefi, l’archivio è un luogo in cui le immagini possono essere rimesse in circolazione, interrogate e lette da prospettive differenti. Il suo lavoro è stato selezionato per Foam Talent nel 2024 e ha ricevuto riconoscimenti come il premio della Royal Photographic Society per i risultati nella fotografia artistica under 30, nello stesso anno. In Eyes Dazzle as They Search for the Truth, tuttavia, il risultato più importante è il modo in cui immagini storiche tornano a interrogarci. Quei volti non offrono spiegazioni sulla Rivoluzione, né possono raccontare da soli tutto ciò che è successo dopo. Ci ricordano, piuttosto, che dietro ogni grande evento esistono individui con esperienze, dubbi e aspettative che raramente trovano spazio nella narrazione ufficiale della storia.

Photographyphotobookphotography
Scritto da Arianna Maria Leva

Editor's Picks

x
Ascolta su