Andrea Ucini, fiorentino, 42 anni, emigrato in Danimarca per cercare fortuna o per inseguire la promessa di un ambiente fertile e dalle politiche ospitali, nasce come compositore.
Interessato da sempre a qualsiasi medium artistico, Andrea attraverso i suoi tratti riesce a veicolare idee, parole e sensazioni altrimenti difficili da esprimere.
Quasi come fosse un amore latente che c’è sempre stato, solo che non si sapeva che nome dargli, Andrea, come mi racconta, ha deciso di riunire i suoi lavori e provarci con l’illustrazione in senso letterale.
I suoi disegni hanno titoli molto iconici e richiamano film, ma soprattutto televisione; pensiamo alla nouvelle vague distopica di Netflix che nelle serie tv inscena le nevrosi e i conflitti dell’uomo moderno – e molte sono le domande che Andrea si pone proprio attraverso i suoi disegni e i titoli che sceglie.
“Mi interessa molto come va il mondo”, mi dice, “e sono molto critico e curioso sotto ogni aspetto. I miei lavori prendono forma partendo da un messaggio che cerco di rendere visibile e coerente con la realtà che ci circonda, senza cadere troppo nel surrealismo”.
Nell’illustrazione che ha come soggetto un Trump invisibile evocato solo dal titolo e le sue politiche estere, di cui conosciamo bene la follia, Andrea mi racconta di come abbia “cercato di rendere il concetto “reale”, nel senso che se ogni azione crea una conseguenza, un prurito – in questo caso il Messico per Trump – diventa qualcosa che infastidisce e si cerca di eliminare (la scarpa che si gratta l´altra gamba)”.
Ma c’è anche una certa malinconia di fondo nei suoi disegni.
E lo si percepisce dai colori volutamente scuri.
Rispetto alla tendenza vigente, soprattutto nell’illustrazione, che vuole da una parte un bianco e nero diretto e senza compromessi, e dall’altra i colori pastello, così snervanti per la delicatezza che portano con sé, le sue illustrazioni sembrano quasi parlare alle fotografie vintage, ai ritagli di giornale usurati e alle locandine di spettacoli sbiadite.
La scelta dei colori non è casuale e Andrea mi risponde dicendo che creare “troppo distacco tra un oggetto e un altro attraverso i colori da’ vita come ad un puzzle dove ci si rende conto che i pezzi sono assemblati e formano un’immagine, ma solo se la si osserva a una certa distanza”.
“I colori bassi, desaturati hanno invece il potere di condensare il tutto e renderlo uniforme all´occhio. L’occhio scivola cercando il messaggio con meno difficoltà e più naturalezza”.
Sono proprio i colori, insieme ai conflitti moderni inscenati con delicatezza, a fare del lavoro di Andrea qualcosa che non ci si stanca mai di guardare. Anzi, più si guarda e più affiorano dettagli, ombre e colori che sembrano aggiungere particolari alla storia narrata.
Mi viene una verità, scovata per caso in un testo di Albert Camus – L’uomo in rivolta – per descrivere il lavoro di Andrea: “La bellezza senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza”.
Che nei disegni di Andrea non manca mai.











Testi: Giuliana Pizzi – @jouppiter
