IN STUDIO con Cosma Frascina – ep. 2

IN STUDIO con Cosma Frascina – ep. 2

Giorgia Massari · 2 settimane fa · Art

Per il secondo episodio di IN STUDIO, il nuovo format di Collater.al per scoprire gli studi dei creativi, siamo andati in zona China Town a Milano, nello studio sotterraneo di Cosma Frascina. Approdato a Milano dal Salento, Cosma ha da subito conquistato la città con la sua arte, che oscilla su quella sottile linea che divide il collectible design e l’arte contemporanea, anche se lui preferisce definirsi artista. Forse perché i suoi oggetti d’arredo sono più sculture funzionali e, più recentemente, ha iniziato a sperimentare con tecniche e materiali differenti. C’è da dire però che Milano, almeno agli inizi, lo accoglie come designer. Il suo primo approccio con la città fu infatti un progetto di design durante il Fuorisalone del 2015 e poi nel 2018, fino ad arrivare al 2021 con la mostra personale co-curata dall’artista e da Quei Studio, che ha segnato il suo definitivo trasferimento a Milano. Anche AD Italia lo segnala tra i nuovi talenti del design italiano, così come Elle Decor e Domus che parlano delle sue collezioni. Ma una definizione netta non è necessaria per questo artista che si destreggia con la materia con una sensibilità che guarda alle sue origini. Ma scopriamo di più su Cosma Frascina, che ci ha aperto le porte del suo studio per farci vedere dove tutto il suo lavoro viene concepito e creato.

Chi è Cosma Frascina?

Cosma Frascina, classe ‘89, nasce e cresce in Salento. Nonostante una vita nomade, che lo porta a studiare e lavorare fuori dalla sua regione, le sue origini vivono in lui con grande intensità. La sua formazione artistica e poi la sua laurea in Product Design, forniscono a Cosma un’ampia conoscenza tecnica e, allo stesso tempo, una sensibilità poetica. Il lavoro che vediamo oggi nasce e si sviluppa a partire da un episodio avvenuto in Puglia che, in qualche modo, ha segnato la sua carriera. Un blocco di tufo dalla cava in disuso vicino casa – regalatogli anni prima da un conoscente – attira l’attenzione di Cosma che lo inizia a lavorare. La calcarenite diventa così il materiale prediletto dall’artista, con il quale realizza Eroded Panorama, la sua serie più distintiva. Oggi, a Milano, orfano di questo materiale, Cosma ricerca le sue texture nella natura, sperimentando nuove tecniche.

Lo studio

Come anticipato prima, lo studio di Cosma Frascina si trova nel quartiere milanese di China Town. Un piccolo cortile coperto da una vite anticipa la porta di ingresso che conduce a un sotterraneo. Scese delle piccole scale di legno, si apre un lungo ambiente che Cosma condivide con altri artisti. La luce naturale è poca, ognuno ha la propria postazione con luci, scaffali e piani da lavoro ricoperti da strumenti e materiali di diverso tipo. Cosma ha l’ultimo corner, in fondo a sinistra. Come prima cosa ci racconta che questo luogo ha una lunga storia artistica. Dai primi anni Duemila ha visto passare un grande numero di artisti, per primi gli ex assistenti di Arnaldo Pomodoro che hanno dato il via a un susseguirsi di bellissime e geniali personalità. Ma capiamo cosa ha portato Cosma fino a qua e come ha vissuto il passaggio dal Salento a Milano.

Come hai vissuto il trasferimento a Milano?

Il mio arrivo a Milano è stato un po’ traumatico. La prima serie che ho fatto qui si chiama Crack. Il nome è un po’ ironico, gioca sul suono del crack, provocato da una frattura, che è quella che ho avuto effettivamente dopo un periodo duro. Era aprile 2021, ero a Milano di passaggio, per un evento del Fuorisalone. Stavo facendo l’allestimento della mostra con Quei Studio, portai un po’ di opere dalla Puglia e tutto andò molto bene in realtà, tra pubblicazioni e riconoscimenti vari. Ma questo non è stato il crack. Dieci giorni dopo, in procinto di tornare in Puglia, mi sono rotto una mano mentre andavo in skate. Mi hanno operato e ho fatto la mia convalescenza qui. Un giorno vidi una storia su Instagram che annunciava una postazione vacante in questo studio. Ho risposto, il giorno stesso sono venuto a vederlo e, in modo naturale, sono rimasto qui a Milano. Oltre a parlare di una frattura vera e propria, la serie Crack segna anche il mio passaggio da due ambienti totalmente diversi, un paesino in Salento vicino al mare e la città di Milano

Com’è stato questo passaggio?

In realtà la mia terra mi manca più quando non ci sono di quando ci sono. Io facevo altro all’inizio, costruivo vigneti. Di base sono un vignaiolo niente male. La campagna mi appartiene, sono le mie radici. Più a Sud vado e meglio vivo, però mi adatto facilmente. Cerco di sfruttare le situazioni che mi si parano davanti, come in questo caso. Non posso negare che la mia vita qui è sicuramente cambiata in meglio, tralasciando certi aspetti. Considera che parto dalla provincia del Sud dove non era facile mostrare il mio lavoro. Ho dovuto crederci molto, è stata una bella prova di forza. Inizialmente mi sono vissuto Milano con una certa hype. La Design Week è andata benissimo, poi sono subentrate restrizioni causa Covid e non l’ho vissuta bene, ho pensato anche di smettere ma non potrei mai, ne ho bisogno. 

Com’è il tuo rapporto con lo studio?

In realtà io ho due studi. Quello qui a Milano e uno spazio in Salento. Sono completamente diversi. Il cambiamento è stato strano. Mi sono approcciato a uno spazio condiviso, una tipologia a cui non ero abituato, anche perché sono una persona molto individualista, mi piace stare solo. Lo studio è un luogo che ti mette in contatto con te stesso, sei tu con i tuoi pensieri che vanno di pari passo con le tue mani. In passato questo spazio è stato un po’ il mio posto per pensare. Se sento che non ho un posto mio dove stare – che non sia la mia casa – sto qua anche solo per fumare una sigaretta. Anche perché la mia fase progettuale è molto legata al pensiero, poi lavoro freestyle sul momento. 

Come ti immagini il tuo studio ideale?

Il mio studio che sarà, lo immagino da solo, al mare e collegato al posto dove vivo, tutto concentrato. A me piace lavorare anche la sera e di notte, se non avessi un lavoro fisso io farei dei ritmi seguendo quello che voglio fare e basta. Mi piace anche alzarmi presto, ultimamente dormo sempre meno. Sarà l’arrivo dei trent’anni.

Sei affezionato a questo luogo o te ne andresti domani?

Me ne andrei domani da Milano, in realtà. Non l’ho mai scelta. Riconosco che mi stia dando indietro qualcosa, ma non so ancora se siamo in pari con quello che le ho dato io. È come se fosse una palestra più che altro. Non ho scelto di venire qui, è capitato. Di base se penso a come voglio vivere, vorrei stare vicino al mare e lavorare all’aperto. Potrei andarmene domani, in un piccolo van ci starebbe tutto, al massimo avrei qualche scatolone.

Questa tua risposta è legata anche alla mancanza dei tuoi materiali?

Sì, sicuramente. Qui a Milano infatti ho iniziato a lavorare con il cemento. Mi sono trovato orfano della calcarenite e ho iniziato a realizzare degli arazzi che si rifanno alla mia estetica e al mio immaginario, su una rete che ho trovato qui in studio. Eroded Panorama è la mia serie più distintiva. Ho costruito un po’ la mia identità su questa serie. Mi rappresenta, c’è l’uso della calcarenite, la pietra del mio luogo di origine, la Puglia.

Quali sono gli strumenti che non possono mancare nel tuo studio?

Nello studio in Puglia ho un compressore ad aria e scalpelli pneumatici. Anche se all’inizio sono partito con lo scalpello a mano, poi mi sono attrezzato. Il flessibile, dischi e lame non possono mancare. Qui a Milano invece è molto più essenziale. Gli stampi e le spatoline sono fondamentali, un po’ come l’accendino. Un altro strumento che uso è l’idropulitrice. Si può dire che sia imprescindibile, perché l’intervento sui miei lavori è sempre camuffato. Io scolpisco la calcarenite, faccio buchi però poi li passo con idropulitrice in modo da togliere il segno artificioso e lasciare quel filtro di imprevisto e di casualità. Ricreo quell’effetto naturale legato alla pioggia e al vento.

Sembra quasi un immaginario archeologico. Ti ritrovi in questo?

Sì, volevo fare l’archeologo da piccolo. Personalmente, mi piace recuperare quello che esiste, quello che si ha e allo stesso tempo ho un grande bisogno di lasciare un’impronta.

Ph Credits Andrés Juan Suarez

IN STUDIO con Cosma Frascina – ep. 2
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Dalle illustrazioni ai murales con Adrian Landon Brooks

Dalle illustrazioni ai murales con Adrian Landon Brooks

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Art

Il Texas, anche soprannominato The Giant in quanto Stato più grande degli USA, arriva a Milano per una mostra collettiva da Antonio Colombo Gallery. A rappresentarlo, cinque artisti – Adrian Landon BrooksSophie RoachEsther Pearl WatsonBruce Lee WebbAdam Young con un ospite d’eccezione, il musicista Tom Russell – che per nascita, formazione o per un periodo di vita hanno assorbito l’anima e la cultura texana. Negli ultimi anni il Texas è considerato come nuova frontiera dell’arte negli States. Sono sorte varie istituzioni private, rinomati architetti hanno completato diversi progetti, il collezionismo è cresciuto e la scena artistica è diventata estremamente attiva. Osservando le opere della mostra Texas Tornados – aperta dal 30 novembre al 3 febbraio – siamo rimasti particolarmente colpiti dal lavoro del muralista Adrian Landon Brooks, affine alla nostra ricerca street. Gli abbiamo fatto qualche domanda, per scoprire di più sul suo percorso.

Le tue opere murarie e le tue illustrazioni seguono una precisa cifra stilistica. Le campiture sono piatte e il simbolismo è evidente. In particolare ci sono riferimenti alla cultura egizia e, più in generale, l’estetica è esoterica. Da dove nasce la fascinazione per questo mondo?

Ricordo di essere andato in una vecchia chiesa cattolica da bambino e di aver fissato tutti i simboli che riempivano l’interno. Non ho mai avuto molto interesse nello studiare cosa significassero quei simboli per le persone che avevano fede nella religione, ma li trovavo visivamente affascinanti anche da bambino. Quell’interesse iniziale è continuato nei miei primi lavori. Mi sono trovato ad integrare aure, mani di lode e simbologie simili senza intenzioni particolari. Ora, dopo che sono trascorsi anni, quell’interesse iniziale si è ampliato fino a diventare quasi un’ossessione per i simboli di diverse culture. Sento di aver creato un po’ della mia mitologia lungo il cammino, ma continuo a godermi l’indagine che la storia offre. Di recente mi sono immerse nei temi egiziani e sto cercando di capire come questi possano collegarsi alla mia visione creativa. Questa serie di lavori mi ha insegnato parecchio sulla narrativa pittorica e sull’eleganza nella semplicità.

L’illustrazione è una conseguenza della tua pratica muraria o sono due pratiche che nascono in parallelo?

Inizialmente, le due pratiche sembravano molto contrastanti l’una con l’altra, soprattutto per i processi creativi completamente diversi. Mi sono avvicinato ai miei primi murales in modo piuttosto meccanico e non ero pronto a considerarli parte del mio corpo di lavoro più ampio. È stato solo col tempo che quei due mondi hanno iniziato a fondersi. Ora i miei murales e il lavoro in studio li percepisco molto come estensioni l’uno dell’altro. Entrambe le pratiche si influenzano costantemente e reciprocamente, aiutando la mia opera a evolversi.

Nei tuoi scenari, astrattismo e narrativa si intrecciano. Il decorativismo delle tue texture incontra gli elementi figurativi che invece raccontano storie. In ogni tua illustrazione c’è la volontà di raccontare una vicenda o l’estetica prevale sul significato?

Direi che a volte ho un’idea vaga di una narrazione all’interno dei miei dipinti, ma di solito si tratta più di un’emozione generale piuttosto che di una storia completa. Mi piacerebbe essere presente nel mio lavoro ma anche lasciare spazio sufficiente per un’interpretazione unica da parte dello spettatore. Detto questo, creo molti lavori che sono completamente guidati dalla composizione, dal colore e dall’estetica. Mi piace il processo di giustapporre diverse immagini, come pattern dai bordi netti con una figura o una pianta morbida.

I due approcci diversi dipendono più da dove sono emotivamente in quel giorno piuttosto che da un obiettivo specifico. Cerco di lasciare la direzione creativa all’universo e seguire un percorso dettato dal subconscio. Mi sono accorto che il processo creativo diventa più difficile quando cerco di controllarne il risultato.

Nella mostra da Antonio Colombo a Milano che mette al centro la scena artistica texana, la curatela mette a contatto il tuo lavoro con altri artisti con le tue stesse origini. Cosa pensi di questo dialogo che si è creato e cosa pensi della scena texana? Le tue origini hanno influenzato il tuo lavoro? Pensi che parte del tuo immaginario provenga dal luogo in cui sei nato e cresciuto?

La mia esperienza crescendo in Texas è probabilmente molto diversa dalla visione generale texana. Ho avuto la fortuna di crescere in una delle città più internazionali dello Stato e per questo sono entrato in contatto molto presto con una comunità creativa. Sono nato ad Houston e ho trascorso i miei anni formativi circondato da musei e gallerie, oltre ad avere un’artista tessile come madre. Alla fine, sono arrivato ad Austin, che ha una lunga storia nella musica ma meno nel campo delle arti visive. Lì ho trovato una comunità che mi ha accolto a braccia aperte, così come molte gallerie gestite da artisti. Quel panorama era guidato dalla comunità artistica stessa e autosufficiente sotto molti aspetti. Negli ultimi dieci anni, questo aspetto è cambiato un po’ soprattutto a causa della crescita della città, ma il nucleo della comunità ha lo stesso spirito che ha sempre avuto.

Per quanto riguarda gli altri artisti in mostra, Sophie Roach e Adam Young li ho conosciuti durante i miei primi giorni a Austin e sono per me persone molto speciali. Fanno entrambi parte della storia che ho appena descritto e continuano a ispirarmi sempre di più ogni anno che passa. Sono anche un fan del lavoro di Bruce Lee Webb ed Esther Pearl Watson, ma più da lontano. Per me è molto stimolante mettere insieme tutti noi e condividere spazi ed esperienze. Credo che il lavoro creerà un vero e proprio dialogo visivo e sarà davvero interessante osservarlo.

Il contesto texano mi ha indubbiamente influenzato, ma specialmente negli ultimi anni. Ho l’abitudine di raccogliere tronchi di legno e oggetti strani, disponibili in natura nel luogo in cui vivo. Le fette di alberi nativi del Texas fungono da tele per molti dei miei dipinti. Immagino di essere attratto da quell’estetica proprio perché sono cresciuto nel Sud e inoltre anche perché, per un periodo, ho vissuto in una zona boschiva con la mia famiglia. Viviamo fuori città, circondati dagli alberi. Per me quella dimensione significa tranquillità, un piccolo angolo di paradiso che mi ha influenzato sicuramente in molti modi.

Dove hai realizzato le tue prime opere murarie? Si nota un enorme cura e attenzione verso gli edifici, così come per le superfici pubbliche sulle quali operi. Quasi le tue illustrazioni si mimetizzano, si adattano al luogo circostante diventando parte integrante del paesaggio senza snaturarlo e senza creare uno shock visivo. Cosa ne pensi a riguardo? Il progetto lo concepisci partendo dall’osservazione del luogo?

Il mio primo murale professionale è stato per la sede di Meta ad Austin, Texas. L’azienda aveva un programma straordinario gestito all’epoca da curatori con una vera passione nel supportare gli artisti locali. Questa opportunità ha veramente influito sulla mia carriera e mi ha mostrato le possibilità che esistevano su larga scala. Indubbiamente il mio obiettivo è che il mio lavoro diventi parte integrante dello spazio che occupa, quindi è molto bello sapere che l’hai percepito così. Quando opero su larga scala, attingo al mio lavoro in studio e lo espando su una superficie più grande. Credo sia possibile catturare lo stesso significato e lo stesso spirito indipendentemente dalle dimensioni. Prima di iniziare il lavoro, dedico parecchio tempo a visitare il luogo su cui devo operare, faccio diversi bozzetti digitali per farmi un’idea precisa. Questo processo mi aiuta a considerare tutti gli elementi esistenti nello spazio e come la mia opera interagirà con l’ambiente circostante.

Courtesy Adrian Landon Brooks & Antonio Colombo Gallery

Dalle illustrazioni ai murales con Adrian Landon Brooks
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A Miami c’è un Museo di Street Art a cielo aperto

A Miami c’è un Museo di Street Art a cielo aperto

Collater.al Contributors · 1 giorno fa · Art

Siamo tutti in attesa della Miami Art Week, che inaugurerà questo lunedì 5 dicembre. Intorno alla Art Basel Miami Beach sono tantissimi gli eventi collaterali che animeranno la città più importante del Sushine State. Mentre aspettiamo di scoprire cosa ci riserverà questa edizione che, tra gli altri, ospiterà un’opera di JR e di Andrés Reisinger, vogliamo parlarvi di uno dei più famosi musei di street art del mondo, che si trova proprio a Miami. Si tratta del Wynwood Walls, situato nell’omonimo quartiere Wynwood. Un quartiere industriale da poco interamente riqualificato e divenuto punto di riferimento per gli street artists e, in generale, di tutti gli amanti della street art. Ma scopriamo qualcosa in più sul museo e su cosa succederà durante l’Art Week di quest’anno.

2019 – Kelsey Montague

In realtà, non si tratta di un vero e proprio museo, o almeno non per come siamo abituati a concepirlo. Come suggerisce il nome, il Wynwood Walls è uno spazio espositivo a cielo aperto costituito da mura che, di volta in volta, cambiano aspetto proprio grazie agli artisti invitati. Questa iniziativa prende vita nel 2009, dall’intuizione di Tony Goldman e Jeffrey Deitch che scelsero questa zona circondata dal verde come cuore pulsante del quartiere, oggi conosciuto per i suoi murales.

2019 – Tats Cru
2021 – Greg Mike

Wynwood Walls anticipa l’inizio della Miami Art Week con una nuova esposizione, inaugurata qualche giorno fa. Il titolo è The Power of Purpose e, in questo senso, è importante sottolineare che ogni mostra da loro organizzata si basa su un tema specifico, con l’intenzione di veicolare un chiaro messaggio. Questa volta è proprio l’intenzione a essere il messaggio. In altre parole, The Power of Purpose parla dell’importanza «di trovare il nostro scopo individuale e collettivo e farlo con gentilezza, empatia, integrità e umanità», e lascia il pubblico con una domanda «Qual è il tuo scopo?». Gli artisti coinvolti sono Greg Mike, The London Police, Lauren.Ys, Shok-1, Defer, Sandra Chevrier, Mojo, Leon Keer e Dan Lam. Proprio quest’ultimo, presenterà il 3 dicembre la scultura A Subtle Alchemy che diventerà parte del museo.

Dan Lam, A Subtle Alchemy, 2021 | image © Kevin Todora

A Miami c’è un Museo di Street Art a cielo aperto
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Lote Vilma, un’illustratrice e poetessa sintetica

Lote Vilma, un’illustratrice e poetessa sintetica

Federica Cimorelli · 2 ore fa · Art

Lote Vilma è un’illustratrice e poetessa di Riga che, con linee semplici, leggere e istintive mostra la sua visione del mondo e la sua attitude emotiva. I suoi disegni sono sintetici, liberi da eccessivi dettagli, spontanei e colorati.

Mi piace come il disegno sia astratto. Mi piace il fatto che attraverso il disegno posso scoprire il mio mondo interiore. Mi piace che non c’è bisogno di molto per disegnare: una matita e un foglio. O la sabbia e un dito. O una finestra nebbiosa. Mi interessa la qualità delle linee. Mi piace che con una linea si possa esprimere così tanto. Penso che disegnare sia un’occupazione piuttosto intima. Ed è qualcosa di reale. È un linguaggio.

Lote Vilma ha studiato pittura all’Accademia d’Arte della Lettonia e oggi disegna e scrive. Le sue creazioni mescolano parole e immagini ed è proprio questa particolare interazione che crea una strana tensione nelle sue opere. Le sue illustrazioni raccontano semplici momenti quotidiani di isolamento, riflessione, contatto con la natura e con l’arte. Tra i suoi soggetti non mancano mai gli animali, le piante, i fiori, le foglie, le nuvole e le case.

– Leggi anche: Le malinconiche e surreali illustrazioni di Her Afternoon

Guarda qui una selezione delle sue illustrazioni, seguila su Instagram e visita il suo sito personale.

Lote Vilma, un’illustratrice e poetessa sintetica
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L’alba di Patrick Tuttofuoco in Sardegna

L’alba di Patrick Tuttofuoco in Sardegna

Giorgia Massari · 4 giorni fa · Art

Una stanza semi buia, pareti curve in alluminio e un grande sole in neon che irradia i colori dell’alba. Si tratta dell’installazione interdisciplinare Il Resto dell’Alba, realizzata dall’artista Patrick Tuttofuoco (1974), in collaborazione con Pininfarina Architettura, per il MAN di Nuoro. Un’esperienza soggettiva che, nelle parole della curatrice museografa Maddalena D’Alfonso, «pone il visitatore al centro di quello che per noi è uno dei possibili paesaggi dell’arte, dove ci si muove alla ricerca di noi stessi». Una dimensione atemporale e atipica nella quale passato, presente e futuro coesistono. Nonostante la sua forma, che in termini di realizzazione può apparire futuristica, l’opera invita gli spettatori a immaginare un ambiente “d’ora in poi”, con la consapevolezza del passato e senza imporre una visione distopica o utopistica, sempre più diffusa nell’immaginario dell’arte contemporanea. In parole più descrittive, Il Resto dell’Alba è come un’ellisse con i suoi due fuochi che guardano al sole in quanto rappresentazione del reale e del possibile ma che, allo stesso tempo, guardano al passato, qui incarnato dalle piccole sculture nuragiche risalenti a tremila anni fa e prestate dal Museo Archeologico Nazionale di Nuoro e di Cagliari.

L’alba come messaggio di speranza

Il Resto dell’Alba propone dunque uno scenario che sembra provenire dal metaverso, con forme e colori alle quali ci stiamo ancora abituando, ma che vuol essere quanto più vicino a un futuro imminente e immaginabile, in un certo senso innaturale ma che lascia posto al binomio natura-tecnologia. L’idea stessa di alba descrive un momento di passaggio, dalla notte verso il giorno e per questo diventa “il momento del possibile“. È qui che l’aurora dà forma a un messaggio di speranza, un modo per l’artista di prendere coscienza del presente in cui viviamo e offrire una visione che non esiste ma che ipotizza una soluzione. Lo stesso Patrick Tuttofuoco afferma che oggi più che mai «è il momento in cui bisogna progettare più di prima e non ricordarci soltanto quanto sarà brutta la nostra fine, perché sicuramente non ci porterà da nessuna parte. Anzi, è solo un dovere della cultura, in senso ampissimo, cercare di riproiettare l’uomo in un futuro che non segua solo delle istanze distopiche adatte a delle serie TV, ma in uno scenario in cui questo dramma viene gestito

Dall’idea alla realizzazione

La storia e il processo creativo di quest’opera dall’effetto wow, è altresì sorprendente e interessante. «Il progetto nasce due anni fa, quando ci fu un bando di concorso per la ristrutturazione del Museo del Novecento di Milano», spiega Maddalena D’Alfonso, «Patrick e io abbiamo iniziato a teorizzare una serie di paesaggi diversi, uno marino, uno montano, uno stellare e così via. Avevamo un’idea verso cui dirigerci. Il tema dell’aurora e della speranza nasce quindi a Milano in un momento apicale, ma è qui che ha preso forma». A seguito dunque di un progetto rifiutato, forse perché troppo visionario e poco tradizionale, D’Alfonso e Tuttofuoco trovano nel MAN di Nuoro il luogo perfetto per rendere tangibili le loro idee e, ancora di più, scoprono nel confronto teorico con Pininfarina Architettura – in particolare nella figura dell’architetto Giovanni de Niederhäusern -, la possibilità di dar vita a un’installazione che interpreta la nuova frontiera del virtuale.

Il Resto dell’Alba è un vero e proprio spazio. Un luogo esperienziale generato con strumenti di prototipazione virtuale. In altre parole, la struttura è composta da 539 strips di alluminio (naturale Prefa) progettate con strumenti di design parametrico di tipo generativo e poi tagliate con la tecnica mesh clustering, un particolare processo che ottimizza l’uso del materiale e per questo ne riduce gli sprechi. In questo senso arte, artificio e umano sperimentano una coesistenza che racconta il tempo in modo diverso, dando vita a uno spazio non rigido ma quanto piuttosto malleabile e ipotizzabile dal singolo, qui incredibilmente centrale.

Il Resto dell’Alba di Patrick Tuttofuoco è realizzato in collaborazione con Pininfarina Architettura nella figura di Giovanni de Niederhäusern, la curatrice museografa Maddalena D’Alfonso e grazie alla collaborazione dei partner tecnici Materea, Nieder, Alpewa e Prefa, Erco, Brianza Plastica, Stand Up e InLuce. La mostra è visitabile al MAN di Nuoro (Sardegna) fino al 3 marzo 2024.

Ph Credits Alessandro Mori

L’alba di Patrick Tuttofuoco in Sardegna
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L’alba di Patrick Tuttofuoco in Sardegna
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