IN STUDIO con Microbo e Bo130 – ep. 12

IN STUDIO con Microbo e Bo130 – ep. 12

Collater.al Contributors · 4 settimane fa · Art

Per la dodicesima puntata di IN STUDIO siamo andati nello studio di Bo130 e Microbo, due iconici artisti che hanno plasmato il panorama dell’arte urbana. Bo130, nato a Milano nel 1971, ha forgiato il suo stile unico negli anni ’80, ispirato dal punk e dall’Hip-Hop, amalgamando la sua tag con l’iconico granchio stilizzato. Le sue opere stratificate sono un viaggio lisergico nell’archivio della memoria di un alieno, costantemente esprimendo la sensazione di essere fuori posto nella “normalità”. Collaboratore di lunga data di Microbo, Bo130 ha fatto il suo ingresso nell’arte istituzionale con esposizioni in musei e gallerie. Microbo, nata a Catania nel 1970, si presenta come «cittadina del pianeta Terra e microbo dell’universo». Il suo linguaggio artistico si concentra sulla ricerca dell’invisibile come nutrimento per l’anima, creando un alfabeto organico ancestrale di creature microbiotiche. Dopo una formazione quasi autodidatta tra Catania e Londra, Microbo ha stretto una collaborazione profonda con Bo130. Insieme, da quando si sono stabiliti a Milano negli anni 2000, sono diventati figure di spicco nella street art italiana e promotori di progetti estremamente innovativi nell’universo urban.

Lo Studio

Siamo nel cuore di Chinatown, a Milano. Incontriamo Microbo e Bo nella loro casa-studio che nel corso degli anni ha raccolto ricordi e oggetti provenienti da moltissime parti del mondo. Nel corso di tutti gli episodi precedenti, questo IN STUDIO è forse l’unico dove la vita privata e lavoro si sviluppano all’interno di un solo spazio. Un caso interessantissimo che ci porta a riflettere su quanto può essere diversa la percezione degli spazi di lavoro per un artista, in questo caso un duo. Per Microbo e Bo130 è diventata una vera e propria scelta di vita quello di unire questi due mondi ed è alla base della serenità di entrambi. Il passo successivo, però, è quello di iniziare a separare gli spazi nonostante entrambi si definiscano punk nel modo in cui concepiscono lo studio.

Quali sono i medium che prediligete?
Spesso dipingiamo su materiale trovato o di scarto, come travi, pannelli di legno e vecchie cornici e poi strato su strato costruiamo i nostri lavori mixando con colori acrilici, vernici a spray, stencil, carta e poster. Non partiamo quasi mai da una tela bianca.

Quali oggetti o strumenti non possono mai mancare nel vostro studio?
Bo130: Una Bic e un foglio bianco.
Microbo: Tutto è indispensabile e niente lo è, entrambi siamo degli accumulatori seriali, in strada si trova tantissimo materiale prezioso che può essere riutilizzato e trasformato, direi quindi che la parte “officina” è la più indispensabile.

Come si sviluppa il vostro processo creativo?

Importante distinguere innanzitutto il fatto che entrambi abbiamo i nostri universi distinti e separati, anche se specialmente negli ultimi anni, spesso, ci ritroviamo a lavorare anche in coppia.
Microbo
: Se il mio lavoro si concentra principalmente sul microcosmo, l’immaginario di Bo130 può essere paragonato decisamente al macrocosmo, insieme, abbiamo trovato il modo di unire i due immaginari in una sorta di danza dello yin&yang, che oltre a dare soddisfazione ad entrambi, notiamo che è apprezzato anche dai nostri amici e collezionisti.
Bo130: Uno scontro di stili e tecniche permea le mie immagini e i miei disegni. Attingo da una vasta gamma di influenze come musica, film, fumetti e “news of the day” fondendo un’estetica Lo-fi e un approccio punk e fai-da-te. Una volta definito cosa intendo dipingere inizio a stratificare diverse sezioni del dipinto. Spesso parto da strappi di stampe dei miei stessi disegni, ai quali aggiungo colore con pennellate molto fluide, in modo estremamente spontaneo e non pianificato. Successivamente, procedo inserendo colori acrilici più consistenti e spray, altri elementi come testi, forme astratte e altri collage di carta. Costruisco l’immagine fino a raggiungere un punto in cui una vocina mi dice: basta!
Microbo: Ho due metodi diversi ma entrambi importanti per me. Nel primo, parto da un’idea chiara o una “storia” da raccontare, quindi stabiliti tutti gli elementi da inserire e il tipo di supporto per ciascuno, costruisco la mia composizione. Nel secondo, inizio sporcando la superficie con colori casuali senza pensarci troppo e mano mano aggiungo diversi strati lasciando che l’opera si sviluppi in modo spontaneo e solo in ultimo aggiungo soltanto dei dettagli che “sveleranno” il titolo. Questo è un approccio che io chiamo di tipo “magico” perché spesso semplici casualità si rivelano sincronicità. In entrambi i metodi non posso fare a meno dei miei sketchbook che uso non solo per disegnare ma per scrivere appunti e pensieri che non sempre prendono forma nel presente ma che si rivelano chiavi di volta nel futuro.

Come vivete e concepite lo studio?
Bo130: Il nostro incontro con questo spazio è avvenuto in modo fortuito visto che era abitato da un designer, amico di amici. Da subito abbiamo capito che era il posto perfetto per noi e la nostra idea di unire la doppia funzionalità di casa-studio per le caratteristiche e l’estensione. Il contesto poi si è rivelato eccezionale, dato che dal tardo pomeriggio l’intero stabile adibito a studi professionali si svuota e questo ha agevolato le nostre abitudini di lavorare di notte con martelli e seghe o musica a tutto volume.
Microbo: In più anche la posizione – nel cuore di Chinatown – ci si addice molto dopo i nostri anni passati a Londra. È sempre stato un quartiere molto vivace e dal sapore internazionale. La confusione e il tran-tran di questo quartiere rispecchia molto il nostro modus operandi. Ormai siamo qui da quasi vent’anni, se dovessimo cambiare spazio quello che ci manca è solo un bel giardino.

In che modo il vostro studio é un punto di incontro?
A detta di chi è passato di qui l’atmosfera che pervade il nostro studio richiama l’essenza di un vero “speakeasy” …e la cosa ci piace! Questo luogo è cresciuto insieme a noi custodendo i ricordi dei nostri viaggi e delle esperienze accumulati nel corso degli anni. Anche l’arredo lo abbiamo costruito o raccolto nel tempo, svuotando cantine di parenti e amici, una fusione di stili e epoche che rispecchiano il nostro gusto e la ricerca estetica personale. Le opere e gli oggetti non sono solo parte del nostro archivio personale, ma anche frutto di scambi con altri artisti. Ci ritroviamo spesso ad ospitare amici e artisti di vario genere perché il confronto e la condivisione sono sempre stati importanti per noi. Qualcuno ha ribattezzato il nostro studio in “The Yellow Submarine” aldilà del fatto che è sotterraneo perché lo abbiamo riempito di lucine colorate e nel tempo è stato anche luogo di feste e nottate epiche. È proprio questa coesistenza di realtà diverse che forse rende il nostro studio unico, vibrante e attraente per i nostri ospiti.

ph. courtesy Andrés Juan Suarez

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Gli scontrini di Jonathan Monk sono arte

Gli scontrini di Jonathan Monk sono arte

Giorgia Massari · 5 giorni fa · Art

L’opera di un artista established può costare meno di cinquanta euro? Sembra impossibile, ma la risposta è sì. Stiamo parlando degli scontrini d’artista dell’artista britannico Jonathan Monk (1969), noto per la sua arte irriverente. Chi conosce Monk sa che la sua è un’arte concettuale, che spesso si appropria e cita in modo ironico elementi del mondo dell’arte contemporanea, per questo la sua serie sugli scontrini non sorprende gli addetti ai lavori. Da un po’ di anni ormai, Monk utilizza come supporto delle sue opere dei veri e propri scontrini e ricevute di pagamento di bar e ristoranti, su cui disegna con diversi stili, citando anche altri artisti, uno dei nostri preferiti è quello in cui omaggia l’artista italiano Alighiero Boetti o anche quello con l’iconica banana di Andy Warhol. Gli aspetti interessanti sono senza dubbio la vendita, che avviene su Instagram, e il prezzo, che corrisponde alla cifra riportata sullo scontrino.

Courtesy Jonathan Monk

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Nika Sandler parla fuori dai denti

Nika Sandler parla fuori dai denti

Giorgia Massari · 5 giorni fa · Art

«In questa serie esploro i denti come testimonianza dell’esperienza umana», ci racconta l’arista Nika Sandler, che basa la sua ricerca sull’indagine dell’elemento perturbante e disgustoso. In questa serie, dal titolo A History of Teeth, la sua intenzione è chiara: approfondire i segreti e i misteri dell’essere umano attraverso una parte del corpo così determinante come i denti. Possono suscitare disgusto, ribrezzo, ma possono essere anche sensuali, incarnando un paradosso estetico. Da un lato l’erotismo, dall’altro la repulsione. Oltre all’aspetto estetico, Sandler va oltre la percezione umana e si addentra in ambito scientifico, studiando i batteri della placca, offrendo uno sguardo alternativo sulla nostra bocca e sulla storia che i nostri denti raccontano. Sandler, nell’esplorare la dualità tra il piacere e il disgustoso, invita gli spettatori a riflettere sul significato più profondo dei denti come portatori di esperienze umane. La sua ricerca spazia dalla fisicità sensoriale alla visione tecnologica, creando uno spazio in cui il corpo diventa una tela ricca di narrazioni.

Courtesy Nika Sandler

Nika Sandler parla fuori dai denti
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Rong Bao va oltre i confini dell’accettabile

Rong Bao va oltre i confini dell’accettabile

Giorgia Massari · 4 giorni fa · Art

Ridere dell’assurdità della vita, questo è l’invito che l’artista cinese Rong Bao fa ai visitatori della sua mostra di debutto da Saatchi Gallery. La prima artista cinese che la rinomata galleria londinese ospita, nonché vincitrice del premio COLAB della Royal College of Art / Yorkshire Sculpture Park 2023. Con il titolo Rong Bao Is Me, l’ironia è già anticipata. Dando un’occhiata al suo account Instagram, in particolare ai video delle sue opere, è evidente l’aspetto giocoso che Bao ricerca. Le sue opere gonfiabili, come quelle in mostra alla Saatchi fino al 31 marzo, sono l’esempio perfetto. Pensiamo a “Floating” o “The Enigma”, con una forte estetica colorata e in costante movimento, le due sculture su larga scala vogliono riflettere sulla complessità e diversità della vita, prendendo in giro l’assurdo tentativo di mettere ordine nella società.

Al centro del lavoro di Rong Bao c’è l’interazione, in particolare la mostra Rong Bao Is Me vuol essere «un parco giochi di gesti», si legge sul sito di Saatchi Gallery, che invita gli spettatori a entrare in contatto «con i loro lati maliziosi e a partecipare a un mondo che si spinge oltre i confini dell’accettabilità». L’aspetto interattivo è sì giocoso ma allo stesso tempo è provocatorio, con la chiara intenzione di sfidare lo spettatore a ragionare sulla percezione del mondo che lo circonda. Andare oltre l’accettabile significa per Rong Bao ricerare l’elemento deviante, che possa defamiliarizzare il pubblico. Un elemento quotidiano è ora privato dei suoi elementi caratterizzanti, sovvertito e svuotato di senso, portando il visitatore a compiere gesti – nei confronti delle opere – futili e insensati, così da mettere in discussione i preconcetti e l’ordine imposto dalla società.

Courtesy Saatchi Gallery & Rong Bao

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Rong Bao va oltre i confini dell’accettabile
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L’interiorità di Mariella Bettineschi in Triennale

L’interiorità di Mariella Bettineschi in Triennale

Anna Frattini · 3 giorni fa · Art

Fino al 24 marzo 2024 sarà possibile visitare Mariella Bettineschi. All in One, la mostra che ripercorre quattro gruppi di lavori realizzati dall’artista bresciana fra il 1980 e il 2023. Un vero e proprio viaggio che attraversa alcune stagioni della carriera dell’artista che non può essere racchiusa in una definizione lineare. La mostra, sponsorizzata da Dior e da partner istituzionali quali Lavazza Group e Salone del Mobile.

Mariella Bettineschi, Morbido

La poetica di Mariella Bettineschi si rifà alla capacità di sperimentazione e sul linguaggio piuttosto che sul proprio corpo o di altre donne. L’osservatore viene condotto verso riflessioni sulla storia dell’arte e sul ruolo della donna attraverso scultura, pittura e fotografia. Morbidi e Piumari sono alcune delle serie esposte al secondo piano della Triennale, organze imbottite di bambagia o di piume, decorate con parole di oro colato o trapunta in ciniglia, filo di nylon o metallo e perline. I Tesori, invece, sono carte da lucido che diventano materiche attraverso un percorso specifico di catramina, acquaragia e strati di colature di pigmenti dorati a caldo. C’è anche L’era successiva, una serie che Bettineschi inizia nel 2008 contestualmente alla sperimentazione con lo sdoppiamento fotografico di nature, biblioteche e ritratti femminili. È questo il momento in cui l’artista sposta l’attenzione dal presente per dedicarsi al futuro. Il tema di questa serie rimane la sovversione del tempo passando per lo scivolamento di una dimensione atemporale in cui «non ci sono relazioni tra i viventi perché tutto è fenomenologico ed eterno» come si legge nel testo curatoriale scritto da Paola Ugolini.

Le immagini di Mariella Bettineschi sono in bilico fra realtà e mondi immaginati, lontane dalla corporalità, del tutto bandita dalla sua ricerca formale. Si rivolge tutto verso l’interiorità e questo slittamento di percezione non è altro che quello che contraddistingue l’artista. Lo sguardo di Bia de’ Medici del Bronzino – attraverso l’intervento di Bettineschi – viene riattualizzato e decontestualizzato, per esempio. Il tutto catturando la nostra attenzione e facendoci interrogare sull’idea che abbiamo della donna oggi, a distanza di secoli rispetto a Raffaello, Leonardo, Tiziano, Veronese e lo stesso Bronzino.

L’interiorità di Mariella Bettineschi in Triennale
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