IN STUDIO con Vanadio23 – ep. 7

IN STUDIO con Vanadio23 – ep. 7

Giorgia Massari · 2 mesi fa · Art

Per il settimo episodio di IN STUDIO siamo andati a NoLo, un quartiere milanese che sta vivendo una nuova vita grazie a molti artisti che lo hanno scelto come posto in cui vivere. Tra questi c’è Andrea Semeghini, in arte Vanadio23, che ha qui la sua casa-studio. Vanadio23 è un artista eclettico che si batte in prima linea per la community LGBTQIA+ attraverso la sua arte, espressa nell’incontro tra la moda, la pittura e l’illustrazione. I suoi prodotti sono pezzi unici e rappresentano in modo del tutto esplicito quella che è la sua intenzione: abbracciare con ironia e libertà la sessualità.

Vanadio23 | Collater.al

Lo studio

Siamo a metà di via Padova. Saliamo qualche piano e ci troviamo nella casa-studio di Andrea Semeghini. Lo spazio è colorato ed esprime con chiarezza la sua personalità eccentrica. Le pareti e le tende sono dipinte da lui e, dove non c’è colore, ci sono tele e post-it con appunti e schizzi. I suoi piatti sono ovunque, così come le piante che rendono l’ambiente accogliente. La creatività dell’artista invade il suo privato, tanto da diventare un’unica cosa. Ma iniziamo con qualche domanda per conoscerlo meglio.

Vanadio23 | Collater.al

Partiamo da una curiosità, da dove nasce il nome Vanadio23?

Il Vanadio è un elemento presente nella tavola periodica degli elementi. Nella tavola è indicato come V23. É una specie di quarzo rosa. Si usa per la costruzione di cacciaviti e chiavi inglesi, in generale per strumenti da lavoro. É una lega metallica. L’aspetto che mi interessa è la sua etimologia. Vanadio deriva da Vanadis, la dea scandinava della bellezza. Inoltre il colore del Vanadio è il rosa, questo baby pink che mi piace molto.

Sei un artista molto eclettico, dai piatti ai dipinti, dalle collezioni di moda ai saponi. Alcuni ti definiscono artista, altri fashion designer. Come ti piace pensarti?

Sicuramente non sono un fashion designer, non mi riconosco in questa definizione. In generale non è chiaro neanche a me, diciamo che non cerco una definizione. Molto spesso mi capita di alzarmi con l’idea di realizzare un progetto e lo faccio. Vivo la mia arte in modo molto libero. Dalla collezione di piatti, al sapone, fino ai progetti per il Salone o per il Pride. Tutto nasce dalla voglia di sperimentare e di far sentire la voce di alcune minoranze. I media che utilizzo si adattano al modo in cui voglio raccontare le cose o anche, banalmente, ne sfrutto la loro funzionalità per far arrivare un messaggio per me importantissimo. Per esempio, i piatti funzionano molto e quindi perché non sfruttare la loro diffusione per comunicare a un pubblico più vasto? In generale poi mi piace molto fare collaborazioni. Cerco molto l’incontro tra progetti paralleli che si ritrovano nel messaggio da comunicare. 

Vanadio23 | Collater.al

Parlando dello studio. Come vivi questo spazio?

Questo spazio lo vivo in maniera complessa. Mi capita di non uscire per giorni interi e perdere la cognizione del tempo. Passo da fare i piatti disegnati a mano a lavorare sulla mia collezione. Quando poi non ho niente da fare lavoro sulla casa.

Dimensione casa-studio, com’è lavorare nel posto in cui lavori? A volte può essere alienante?

La scelta di far coincidere la mia casa con lo studio deriva sicuramente da una necessità. C’è l’idea in futuro di separare il lavoro dalla vita privata e quindi spostarmi in uno studio. Al momento la verità è che non ci sono confini e non cerco neanche di metterli. Nonostante questo spazio non sia enorme, riesco sempre ad adattarmi e realizzare tutto qui. La mia arte si espande e ingloba totalmente lo spazio. Ogni pezzo di questa casa è fatto da me, dalle pareti dipinte alle piastrelle del bagno. L’idea è che questa casa sia una sorta di showroom

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Questo aspetto immagino che implichi la visita frequente di amici e non. Ti piace averle?

Sì esatto, ho spesso visite. Questa cosa mi piace molto anche perché sono una persona insicura quindi ogni feedback esterno mi influenza, nel bene e nel male. In realtà, però, quello di cui sono convinto è la bontà del progetto che sto realizzando quindi riesco a mantenere la strada che mi sono prefissato. 

Pensi che se avessi uno studio esterno ti porteresti lo stesso il lavoro a casa?

In realtà sì. Non metto mai fine al lavoro. Non ho orari, quando lavoro a un progetto me ne immergo totalmente. Sarà anche per il fatto che non ho uno spazio in cui rilegare il lavoro e quindi il lavoro non mi lascia mai. Molto spesso non dormo la notte e quindi mi metto a sviluppare idee. 

Parlaci dei tuoi piatti natalizi, dato che siamo in tema.

Il set di piatti natalizi – che noi chiamiamo “il pacco di Natale” – è stato realizzato in collaborazione con un brand che fa tovaglie e tovagliette, si chiama Distoffa. Facciamo la box natalizia con tovaglietta, tovagliolo e piatto. I piatti sono molto ironici. C’è quello con Babbo Natale, con l’albero di Natale, i biscotti allo zenzero, il pandoro e ovviamente il panettone, che è il mio best seller. Tutti soggetti interpretati graficamente in chiave ironica.

Come avviene la fase progettuale? In digitale o su carta?

In realtà è sempre stata molto analogica. I classici foglio e matita. Da poco ho iniziato a sperimentare con l’iPad, che a differenza della tavoletta grafica è più intuitiva e più libera. Il linguaggio è molto diverso dalla carta e anche il processo non mi appartiene molto, mi piace sporcarmi le mani

Quindi, a cosa rinunceresti se dovessi scegliere? Alla carta o al digitale?

Senza dubbio al digitale. Per me non può mancare l’aspetto materico. Carta e matita, a me non serve nient’altro.

Da dove nasce la tua ricerca?

I miei studi artistici mi hanno portato ad avvicinarmi allo studio anatomico, nello specifico mi interessa molto il nudo. Una delle mie artiste preferite è Jenny Saville che fa un uso del corpo mastodontico, ricercando l’imperfezione. Per me ciò che caratterizza il corpo è l’imperfezione, che è ciò che mi interessa dipingere. Dal mio interesse verso la ricerca di questa tipologia di artisti è nato in me il desiderio di esplorare il corpo e il nudo. Il tutto lo applico al messaggio che ricerco, che molto spesso comunico con ironia.

È chiaro che l’ironia, ma anche l’autoironia, siano fondamentali per te, come mai?

Sì, l’ironia e l’irriverenza sono gli aspetti principali del mio lavoro e mi dispiace molto quando non viene compresa. Sono abbastanza sensibile agli attacchi esterni. Il mio lavoro è rischioso, per esempio, molte persone – e parlo degli influencer – non hanno voluto il mio piatto “Finokkio” perché hanno paura che venga frainteso. Per me invece è molto importante che ci sia una riappropriazione da parte della community, di questo linguaggio dispregiativo perché se non lo facciamo saremo sempre schiavi di questi insulti. Facendo così, dimostriamo agli altri che questo termine non può più farci male, che è nostro. Il linguaggio ha una forza psicologica molto forte. Ci sono tantissimi ragazzini omosessuali che si suicidano a causa degli insulti omofobi. Un altro aspetto per me fondamentale è indagare l’etimologia delle parole. Ad esempio, sapete perché si usa la parola “finocchio” per insultare una persona omosessuale? Si pensa che la parola finocchio sia legata ai roghi degli omosessuali nel Medioevo, quando per cercare di alleviare l’odore della carne bruciata si buttava sul rogo i semi di finocchio. Questa è una delle spiegazioni agghiaccianti, anche se in realtà ha tante derivazioni. 

Vanadio23 | Collater.al

Nella tua ricerca è fondamentale la parola?

La inserisco molto volentieri perché la parola diventa un gioco che, scusate la frase tricky, ma è parte del gioco. O meglio, come dicevo prima voglio chiudere il cerchio. Voglio che si faccia un percorso di comprensione e accettazione, fino ad arrivare al punto che quella parola offensiva perde di importanza e diventa uno scherzo, tanto che la metto al collo come collana o la vedo scritta sul piatto in cui mangio. 

Vanadio23 | Collater.al

Oltre alla parola, è spesso ricorrente la figura umana che a volte si tramuta in un omino semplificato. Come per esempio nella tua collezione realizzata in occasione del Pride 2023. Spiegaci questo aspetto. 

Gli omini sono un’evoluzione dell’idea di esaltazione del corpo. Ciò che mi interessa è rappresentare il corpo umano e per me la sua esaltazione è nell’atto sessuale e, soprattutto, in un contesto di gruppo. Per me l’orgia è l’esaltazione massima del corpo. Tanti corpi umani insieme e liberi. Per molti questa rappresentazione può essere fastidiosa ma per me è totalmente naturale. Inserire questo aspetto in maniera più semplificata anche nel campo della moda è quasi una sfida per me. Questo perché la moda non vuole quasi mai il corpo, diciamo che preferisce i fiori, sono molto più safe e così non corrono rischi. 

Vanadio23 | Collater.al

Come ultima domanda vogliamo qualche spoiler, a cosa stai lavorando?

Il progetto che vorrei realizzare è senza dubbio legato al prossimo Pride. Vorrei creare una nuova collezione ma soprattutto vorrei che riuscissimo a realizzare un vero e proprio festival con una serie di incontri, talk, mostre, performance e happening. 

Vanadio23 | Collater.al
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Photo Credits Andrés Juan Suarez

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MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

Giulia Guido · 21 ore fa · Design

MOTOREFISICO, il duo composto da Lorenzo Pagliara e Gianmaria Zonfrillo – due architetti e designer romani – ha realizzato “Fog Of War”, un’installazione pensata per il live di “Spiritural Leader”, un brano di RBSN. Il risultato è una vera e propria esperienza immersiva dove a separare musicisti e spettatori c’era solo l’opera d’arte. “Spiritual Leader” è un brano di RBSN ispirato al dub poet Linton Kwesi Johnson e contenuto in “Stranger Days”, il suo primo album pubblicato con l’etichetta americana Ropeadope.

Chi è RBSN

RBSN, nome d’arte di Alessandro Rebesani, è un musicista fortemente influenzato da suggestioni internazionali che vanta un sound personalissimo e originale. Il suo stile combina jazz, musica elettronica, psych/soul e pop. Nel corso della sua formazione collabora con l’etichetta Tight Lines e con Sofar London ma una delle partnership più interessante è sicuramente quella con Tate Modern. Nel 2022 è il primo artista italiano nonché il più giovane a essere messo sotto contratto dall’etichetta newyorchese Ropeadope, che dà alle stampe il suo primo disco “Stranger Days”, apprezzato dagli addetti ai lavori e non solo. Oggi fa parte di ODD Clique, collettivo ed etichetta musicale nata a Roma per celebrare e diffondere ovunque la sua ricca scena musicale caratterizzata da un respiro internazionale.

Design e musica

La sintonia – palpabile durante la performance – è dovuta dal rapporto sinergico fra Lorenzo Pagliara e RBSN che collaborano dal 2018 su perfomarce AV. La sonorizzazione dei vari mapping in concomitanza alla performance è sicuramente uno dei punti di forza di questo happening.

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Come arte e design rispondono all’inquinamento

Come arte e design rispondono all’inquinamento

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Art, Design

«Mi preoccupo, ma non me ne occupo», con una citazione del suo barbiere, Ferdinando Cotugno termina l’articolo su Rivista Studio a tema inquinamento dell’aria, riassumendo in modo schietto e sincero l’atteggiamento dei più nei confronti del problema. La pessima qualità dell’aria è un tema caldo già dall’inizio del nuovo anno ma è negli ultimi giorni, soprattutto a Milano e in tutta la Pianura Padana, a diventare protagonista. I dati mostrati sono allarmanti, sui social tutti sembrano condividere le infografiche. Quel colore viola intenso ci preoccupa, soprattutto se guardiamo al resto d’Europa, colorata di verde e blu, persino nelle grandi metropoli come Londra e Parigi la situazione sembra essere stabile. Ciò non significa che il resto d’Europa – o del mondo – si comporti meglio rispetto a noi, il motivo di questa sostanziale differenza è la conformazione geografica, ma questo non toglie che la situazione è grave e va affrontata. L’ansia diffusa sui social sottolinea un allarmismo dal basso che non sembra essere recepito dai piani alti. L’inquinamento dell’aria, lo smog, le polveri sottili – così come il cambiamento climatico in senso lato -, non sono di certo un tema nuovo. È un problema decennale che nascondiamo sotto lo zerbino, chi per rassegnazione chi per indifferenza, da tirare fuori solo quando diventa un trend, forse perché ce lo sbattono davanti agli occhi?

In questo senso, l’infografica assume un ruolo determinante. Un’immagine visiva può far scattare in noi un meccanismo di consapevolezza del problema, da invisibile e impercettibile a tangibile ed evidente. Se l’aspetto visivo è in quest’ottica fondamentale, chi meglio dell’arte può contribuire a diffonderlo? Oltre ai grafici che stanno circolando sui social, anche l’arte prova a inserirsi in questo contesto, ma non con poche difficoltà. Cercando sul web non è facile imbattersi in progetti davvero significativi, o meglio, che comunichino in modo efficace il problema ambientale. Qualche anno fa, lo scrittore, giornalista e antropologo indiano Amitav Ghosh pubblicava La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, interrogandosi sulle ragioni per cui gli artisti contemporanei trovassero difficile affrontare il tema delle catastrofi naturali. Una prima risposta la abbiamo avuta dalla recente mostra Everybody talks about the weather, nella sede veneziana di Fondazione Prada. Il curatore Dieter Roelstraete sostiene che il mondo dell’arte sembri prestare scarsa attenzione alla tematica, dunque tutti parlano del tempo tranne che il mondo dell’arte. O almeno, non come dovrebbe. In quest’ottica Roelstraete insiste sulla collaborazione tra scienza e arte, sfruttando la forza estetica del sapere scientifico e il protagonismo dell’arte contemporanea. La potenza dei meta dati e delle infografiche ritorna. «Questa mostra è preziosa perché potrebbe essere una delle prime di una nuova generazione capace di non fermarsi all’arte ma di “usarla” come occasione per lavorare su quella disattenzione socio-politica della società odierna che appare come il sintomo della nuova sindrome Don’t Look Up», facendo riferimento al film di Adam McKay del 2021, Nicola Davide Angerame su Artribune commenta lo sforzo comune dell’arte e della scienza nel delineare una forma di qualcosa che non la ha, ma non per questo può essere ignorata. Dunque, ora che il problema ha una forma potrà essere affrontato o, come in Don’t look up, lasceremo che il meteorite colpisca la Terra fino a distruggerla?

Verosimilmente, quest’ultima domanda non può avere una risposta univoca. Senza dubbio sono in molti a essersi attivati. Se da un lato l’arte – con uno sguardo scientifico e documentaristico – tenta di farsi portavoce di un messaggio, dall’altro sono l’architettura e il design a provare a rispondere in modo concreto al problema. In questo terzo paragrafo vogliamo essere possibilisti, riportando alcuni esempi significativi che fanno sperare in un futuro più sostenibile. Se pensiamo che più del 10% delle emissioni di anidride carbonica sono prodotte dal settore edile, rimanendo in territorio milanese è impossibile non citare il Bosco Verticale e prenderlo come esempio di un progresso ancora in corso. «Ormai sappiamo che le città giocano un ruolo importante nel plasmare il futuro del nostro Pianeta, essendo responsabili del 75% delle emissioni di CO2. E nelle città dobbiamo agire.» ci ha spiegato l’architetto del Bosco Verticale Stefano Boeri in un’intervista dell’anno scorso durante la Milano Design Week. «Le grandi città hanno l’opportunità di diventare parte integrante della soluzione al cambiamento climatico e alle problematiche ambientali che stanno influenzano la nostra vita di tutti i giorni, integrando la natura, salvaguardando quella esistente e aumentando il numero di foreste». Quello che Boeri suggerisce è una pratica che negli ultimi anni sta prendendo piede nella progettazione, ovvero quella di trarre ispirazione dalla natura per trovare materiali alternativi. In passato abbiamo già parlato del micelio, uno dei biomateriali più adatti a sostituire la fibra di vetro e il calcestruzzo, quest’ultimi tra i materiali più inquinanti. In quest’ottica è interessante citare il documentario di Netflix Verso il futuro, che nell’episodio 10 (I grattecieli) ipotizza uno scenario futuro in cui i grattacieli saranno completamente costruiti con materiali vivi che si inseriranno nel metabolismo della Terra, aumentando così la produzione di ossigeno e riducendo al massimo gli sprechi.

Gardens By The Bay, Singapore

Se in Verso il futuro viene citato sia il Bosco Verticale di Milano sia i Gardens by the Bay di Singapore, è il terzo episodio di Abstract – sempre su Netflix – a chiarirci ancora di più le idee. La protagonista dell’episodio è Neri Oxman, una designer israelo-americana ed ex professoressa nota per combinare arte, design, biologia, informatica e ingegneria dei materiali. Oxman lavora con un team multidisciplinare al MIT Media Lab, con una vision ben delineata: immaginare un futuro di completa sinergia tra la Natura e l’umanità. Il suo obiettivo è infatti quello di «creare materiali nuovi per la natura, con essa e derivati da essa», come per esempio il Silk Pavilion. Si tratta di una struttura metallica sulla quale dei robot – da lei progettati – hanno tessuto una rete di seta, completata dalla presenza di più di seimila bachi da seta che agiscono come “stampanti 3D biologiche” ricoprendo interamente la struttura iniziata dai robot fino a completarla.

Sono molti gli esempi che potremmo riportare dal campo della progettazione, ma anche la street art – nel suo piccolo – porta un contributo per contrastare l’inquinamento. Pensiamo alla vernice antismog utilizzata da alcuni, in grado di assorbire le polveri sottili presenti nell’aria. Uno dei più grandi d’Europa è a Roma, nel quartiere Ostiense, realizzato da Iena Cruz e assorbe la stessa quantità di smog di un bosco di trenta alberi. A Milano vi riportiamo un vecchio murales del 2019 di Camilla Falsini in Corso Garibaldi.

Indifferenza e attivismo. Due facce della stessa medaglia che caratterizzano l’atteggiamento socio-politico a un problema più che rilevante per la nostra sopravvivenza. Arte, architettura, design provano a inserirsi in una corrente ambientalista e offrono soluzioni alternative, ma basteranno a salvarci? Non ci resta altro che provare a ricordarcene sempre, non solo quando il nostro algoritmo lo decide. In questa scia critica verso noi stessi, chiudiamo questa riflessione con un cortometraggio dell’illustratore britannico Steve Cutts, che con un linguaggio crudo e diretto esplora la distruzione dell’ambiente per mano dell’uomo, forse spingendoci ad agire.

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Wekino diventa portavoce del K-Design

Wekino diventa portavoce del K-Design

Giorgia Massari · 3 giorni fa · Design

Si è appena conclusa la Stockholm Furniture & Light Fair, la fiera svedese dedicata al design. Senza sorprenderci troppo, abbiamo notato la nuova veste di Wekino, il brand coreano con sede a Seoul, che entra a tutti gli effetti nella scena internazionale del design, facendosi portavoce del cosiddetto K-Design. Come ormai è noto a tutti, la cultura coreana negli ultimi anni è un trend a tutti gli effetti, dalla musica al cinema, ma anche l’estetica e la skin care. È arrivato anche il turno del design. Wekino lo fa in modo intelligente, oltre al rebranding avvia una collaborazione con Note Design Studio con sede a Stoccolma. L’intenzione è quella di allineare il design coreano alla scena internazionale, diventandone un punto di riferimento. Per la nuova collezione, Wekino ha selezionato sei piccoli studi di design emergenti con l’intenzione di commissionare loro nuovi lavori che possano far coesistere la freschezza di cui necessitano e la tradizione. Il progetto si chiama Wekino With, i designer sono tutti rigorosamente coreani e la parola chiave è juxtoposition. Un binomio equilibrato tra artigianato e ipermodernismo. Scopriamo qui di seguito i sei studi selezionati e i prodotti che hanno realizzato per la collaborazione.

Studio Pesi e la sedia Stout


Studio Word e il tappeto Oddly

 
 
 
 
 
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Studio-Chacha e lo specchio Chroma


Studio Kunsik e il tavolo Salong


Kuo Duo e i due pezzi Reel Hanger e Book Worm


Kwangho Lee e la collezione di scaffali Pirouette

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Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri

Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri

Anna Frattini · 1 settimana fa · Design

Jacquemus continua nel suo intento di catturare l’attenzione in termini di location. Prima la sfilata da Fondazione Maeght – la galleria situata a Saint-Paul-de-Vence, vicino a Nizza – poi l’annuncio di un nuovo show a Casa Malaparte. Il tutto, in previsione della presentazione della collezione Resort fissata per il 10 giugno a Capri. In attesa di questo appuntamento, ecco tutto quello che sappiamo sulla villa, sulla sua storia e qualche curiosità in più.

 
 
 
 
 
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La storia di Casa Malaparte

Quella che andrà in scena il prossimo 10 giugno sarà una vera e propria celebrazione della vita, in occasione dei 15 anni dalla nascita del brand francese. La location, Casa Malaparte, è un luogo divisivo, per anni al centro di dibattiti sulla sua architettura brutalista e sulla sua posizione, che ha aperto un dibattito sulla questione ambientale. Anche Jean-Luc Godard la scelse per mettere in scena Il disprezzo, un film dove ritroviamo Brigitte Bardot, icona del cinema immortale.

La storia di Casa Malaparte inizia nel 1937, a Capo Masullo. È Adalberto Libera, architetto modernista, a pensarne la grintosa architettura raccontata anche in un saggio illustrato a opera di Cherubino Gambardella. Lo scrittore Curzio Malaparte, orbitando spesso nei pressi di Capri, decise quindi di costruire un luogo tutto suo grazie all’aiuto di Libera, nello stesso giro di amicizie dello scrittore. L’intenzione era quella di realizzare «un autoritratto abitativo ed estetico» come scrive sul suo diario, così riportato da Francesca Faccani su Vogue. Il risultato non è altro che un edificio arroccato su una scogliera, a strapiombo sul mare.

 
 
 
 
 
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Fra cinema e pubblicità

Ma come ha fatto Curzio Malaparte a ottenere il permesso di costruire proprio lì, a Capo Masullo, al tempo un luogo raggiungibile solo a piedi? E come è entrata nell’immaginario comune? Alla prima domanda possiamo rispondere che lo scrittore, forte della sua amicizia con il Ministro degli Esteri del tempo – Galeazzo Ciano – ottenne così i permessi per costruirla. Per rispondere alla seconda domanda, invece, dobbiamo guardare anche alla cinematografia. Non solo al film sopracitato, Il disprezzo, ma anche a La pelle, un film di Liliana Cavani basato sul romanzo del proprietario originale di Malaparte. Ci sono anche pubblicità come quella di Yves Saint Laurent del 2018 – con Kate Moss e Jamie Bochert – che ci hanno permesso di dare uno sguardo alla villa, ormai chiusa al pubblico da molti anni.

Che Jacquemus – ancora indipendente e lontano dalle dinamiche dei grandi conglomerati del lusso – sembra aver sempre meno da raccontare lo ha detto anche Cecilia Andrea Caruso, nella sua newsletter. Quello che è certo, però, è che Simone Porte Jacquemus – abilissimo comunicatore – spesso e volentieri ci porta in luoghi affascinanti poco o nulla esplorati dal mondo della moda. Ci chiediamo ora, quanto potremmo vedere di questo luogo così misterioso e iconico. Non ci resta che aspettare il 10 giugno.

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