Art IN STUDIO con Dario Maglionico – ep. 10
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IN STUDIO con Dario Maglionico – ep. 10

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Giorgia Massari

Per il decimo episodio di IN STUDIO siamo andati a trovare l’artista Dario Maglionico. Classe 1986, di origini napoletane, vive e lavora a Milano dedicandosi esclusivamente alla pittura. Siamo rimasti colpiti dal suo lavoro esposto dalla galleria Antonio Colombo la scorsa primavera e abbiamo deciso di conoscerlo meglio. Nelle sue opere il realismo minuzioso e l’attenzione per i dettagli si incontrano con il surreale, come in un sogno. In realtà il suo non è un viaggio onirico ma è invece legato al tema della memoria e alla percezione soggettiva del tempo e dello spazio. Iniziamo l’intervista e scopriamo qualcosa in più sulla sua ricerca e sul suo studio.

Dario Maglionico | Collater.al

Lo studio

Ci troviamo a Milano, in zona Cimiano. Una zona periferica scelta spesso dagli artisti. All’interno di un grande stabile si trova lo studio di Dario Maglionico che condivide con altri artisti. Un grande open space diviso da piccole pareti o da scaffali a creare i diversi corner, ognuno con la sua personalità. Sono tanti gli artisti presenti, alcuni li conosciamo già, come i ragazzi di Press Press e l’illustratrice Beatrice Bellassi, altri li incontriamo per la prima volta, come Andrea Fiorino il vicino di postazione di Dario, nonché suo grande amico, la pittrice Martina Merlini, il collagista Zeno Peduzzi e l’artista Giacomo Silva. Ma partiamo con le domande e capiamo come è arrivato qui.

Partiamo dall’inizio. Com’è iniziato tutto?

Ho iniziato a dipingere all’età di diciassette anni. Non ho mai veramente studiato pittura, mi sono laureato in Ingegneria Biomedica al Politecnico di Milano. Il mio approccio alla pittura è iniziato da autodidatta. Questa modalità è ambivalente perché da un lato ti direzioni verso quello che ti piace, ma dall’altro hai la tendenza a chiuderti, quindi magari può essere un limite. L’ambiente accademico senza dubbio ti permette di incontrare fin da subito quello che non ti piace e soprattutto di confrontarti con i compagni, cosa che ritengo fondamentale. Questo aspetto l’ho ritrovato qui, nella forma dello studio condiviso.

La tua tecnica è molto precisa. Ti ci è voluto molto tempo per affinarla?

La tecnica così precisa è frutto della costanza, dipingevo tutti i giorni. Adesso meno, a volte mi prendo delle pause, ma prima dipingevo costantemente. Poi con il tempo è inevitabile che diventi anche una necessità, che scandisce il tuo modo di vivere. È una pratica che diventa automatica, ti metti lì a dipingere ma pensi totalmente ad altro.

Dario Maglionico | Collater.al

Come sei arrivato in questo studio?

Insieme a Andrea Fiorino stavamo cercando uno spazio. Fiore ha trovato un annuncio, siamo venuti qua a vederlo e siamo entrati a settembre 2019. Abbiamo fatto qualche mese e poi c’è stata la pandemia che ci ha costretti a tornare momentaneamente a casa, che prima di allora è sempre stato anche il mio luogo di lavoro. Devo dire che venendo qui le cose sono cambiate. Avere uno spazio condiviso mi piace. Mi dà la possibilità di staccare e di confrontarmi con gli altri artisti. L’esperienza dello studio condiviso è nuova per me e posso dire che non tornerei più indietro. Pensavo fosse un po’ invadente, invece è esattamente l’opposto.

Avete spesso visite qui?

Sicuramente i ragazzi di Press Press sono molto attivi, vengono spesso collaboratori e clienti che devono stampare. Da noi viene ogni tanto qualche amico, collezionista o gallerista a fare studio visit, come state facendo voi. Il bello di questo posto è che è uno spazio aperto. I visitatori vengono per un artista e ne incontrano altri.

Parliamo della tua ricerca. Nei tuoi dipinti sono presenti luoghi e persone, sono reali o immaginari? Da dove derivano le tue suggestioni?

Tendenzialmente i luoghi e le persone che dipingo sono tutte a me familiari. Si tratta delle case di amici e di conoscenti. Soprattutto all’inizio era così. I primi soggetti che ho ritratto sono stati i miei genitori. Il mio lavoro riflette sulla percezione del tempo e dello spazio e da come essa viene influenzata dalla propria esperienza e dai propri ricordi. Quando ricordiamo qualcosa l’immagine è spesso frammentata, sovrapposta. I diversi punti di vista con cui osserviamo qualsiasi cosa vanno a creare un ricordo che non è univoco ma è fatto dalla somma di più momenti avvenuti in tempi di versi. La mia intenzione non è quella di descrivere uno spazio vissuto dal soggetto ritratto ma anche da chi lo sta osservando.

Quando hai iniziato a dipingere in questo modo? Come si è evoluta nel tempo la tua ricerca?

Questa serie di lavori, in questa modalità, l’ho iniziata nel 2013. Un po’ alla volta, con passi molto piccoli e lenti, c’è stata un’evoluzione. Negli anni il lavoro si evolve e va verso alcune direzioni, mantenendo delle cose e mutandone altre. Tutto parte sempre da uno spazio o una persona che mi colpisce, quindi li fotografo per avere una base su cui realizzare una bozza digitale. In realtà ho due modalità di progettazione. Da un lato questo metodo più documentaristico con una forte reference visiva, mentre l’altra metodologia è nata durante il lockdown. Non potendo andare da nessuna parte, ho iniziato a studiare Blender, un programma di modellazione 3D tramite cui potevo creare dei luoghi immaginari da zero. Da questa modalità sono nati una serie di still life, nei quali c’è un’associazione completamente acausale, nel senso che non raccontano nulla, è un associazione di oggetti senza un motivo.

Quindi con questo programma sei in grado di riprodurre digitalmente luoghi e persone, partendo sempre dai tuoi ricordi e, eventualmente, dalle fotografie che scatti. Tutto ciò serve poi come punto di partenza quando passi alla tela. Quanto è stato utile scoprire questo strumento digitale?

Questa modalità mi ha aperto a nuovi scenari, avevo la possibilità di creare un’infinità di punti di vista. Un’altra parte importante in questo senso è la fotogrammetria. In poche parole, fai delle foto a 360 gradi del soggetto e crei un modello che puoi collocare in uno spazio in modo libero. Il set 3D mi aiuta anche a creare luci e ombre, oltre a sovvertire le regole della fisica. Mi sono accorto però che tutto deve partire da luoghi e persone reali, così come dalla mia memoria e dalla mia percezione. Questo l’ho capito un anno fa, quando stavo preparando le opere per la mia personale da Antonio Colombo. Parallelamente stavo costruendo una casa ideale, totalmente immaginaria. Quel progetto l’ho un po’ abbandonato quando mi sono reso conto che ho bisogno del confronto con uno spazio reale. Tutto il mio immaginario si costruisce dall’esperienza. Per esempio, anche quando facevo le fotografie, nel modello non mettevo mai tutti gli elementi ma ne sceglievo solo alcuni, quelli più impressi nella mia memoria.

Qui lo spazio è ridotto. Le tele sono appese al muro senza telaio, è la tua classica modalità di lavoro?

Il mio metodo è sempre questo. Mi sono abituato a lavorare a parete inizialmente per una questione di spazio, ma ora è la modalità che preferisco. Appenderle al muro mi permette di lavorare a più tele contemporaneamente. Le intelaio solo a lavoro concluso.

Passiamo alle nostre domande di rito. Nel tuo studio cosa non può mancare?

Il computer, una parete su cui appendere le tele e i colori. Non mi serve nient’altro.

Te ne andresti domani da questo studio?

Dallo studio no, da Milano forse sì. Sono molto legato a questo spazio e alle persone che lo vivono.

Il fattore Milano non è più necessario per te?

All’inizio lo era. Vivendo a Legnano spostarmi a Milano è stato importante per farmi conoscere, per conoscere altre realtà ed essere presente. Ma adesso no, anzi vorrei conoscere altre realtà sia italiane che estere. Magari mi ritroverete in qualche residenza chissà dove, stiamo a vedere.

Ph Credits Andrés Juan Suarez

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Scritto da Giorgia Massari

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