IN STUDIO con Finemateria – ep. 11

IN STUDIO con Finemateria – ep. 11

Giorgia Massari · 4 settimane fa · Design

Per l’undicesimo episodio di IN STUDIO siamo andati a trovare Gianluca Sigismondi e Stefano Bassan, fondatori di Finemateria Studio. Uno studio di progettazione che, come suggerisce il nome, ragiona prima sulla materia piuttosto che sulla forma. Sigismondi e Bassan, classe 1996, si sono conosciuti all’Università IED di Milano e a partire dall’edizione del 2020 di Edit Napoli hanno ufficialmente avviato Finemateria, con l’intenzione di «creare idee intense, emozioni e memoria in relazione ai materiali», come si legge sul loro sito. Li abbiamo intervistati per scoprire qualcosa in più sulla loro ricerca e su come vivono il loro studio, situato a Milano negli spazi di DOPO Space.

Lo Studio

Lo studio di Finemateria si trova in un contesto particolare. Nel quartiere di Corvetto, una zona in grande fermento artistico, all’interno di un grande stabile, un po’ isolato ma che lascia spazio alla concentrazione e allo svago out loud. Si tratta degli spazi di DOPO?, diventato poi DOPO Space, che raduna gli studi di architetti e designer. Tra questi Bianca Felicori, Carlotta Franco, Salvatore Peluso, PLSTCT e Parasite 2.0 (che abbiamo intervistato a Spigola). DOPO Space non è solo uno spazio di coworking ma è un luogo attivo da un punto di vista culturale e artistico, scandito da una programmazione di eventi, feste, pranzi e cene collettive. Un vero e proprio punto nevralgico per la scena artistica milanese. Non appena abbiamo varcato l’ingresso, tutto ciò ci è sembrato evidente. I grandi spazi accolgono i visitatori in una piccola oasi di pace – per lo meno di giorno – in cui è evidente il passaggio di architetti e designer. Tutto è curato con attenzione, lasciando spazio all’anima urban del luogo di respirare. Accanto alla porta azzurra dello studio di Finemateria, una grande quantità di piante popola il cortile. È Clinica Botanica, un vivaio urbano che promuove unicamente piante recuperate e autoctone. Insomma, «un’idea di istituzione radicale», come hanno dichiarato i fondatori in molte interviste. Ma ora entriamo nello studio di Finemateria e conosciamoli meglio.

Partiamo dagli inizi. Come siete arrivati qui? Com’è nato tutto?

S.B. Ci siamo conosciuti all’Università, qui a Milano allo IED. Quando stavamo finendo la tesi, i nostri professori Cara Judd and Davide Gramatica ci hanno chiesto di aiutarli per un progetto particolare che stavano seguendo con il loro studio CARA \ DAVIDE Design. Siamo stati in studio con loro più o meno nove mesi, eravamo i loro primi stagisti. È stata in quella occasione che ci siamo resi conto che tra di noi poteva funzionare anche a livello professionale.

G.S. Da CARA \ DAVIDE abbiamo lavorato in un modo molto vero, poco da stage. Facevamo tante cose che tendenzialmente non si fa fare a chi è appena uscito dall’Università. Un altro fattore determinante è stato senza dubbio l’approccio di Cara e Davide, totalmente diverso da quello dello IED, a cui invece eravamo abituati. Dopo lo stage ci siamo separati per due anni, ognuno ha fatto le proprie esperienze in autonomia ma nel frattempo avevamo deciso che, prima o poi, sicuramente avremmo avviato insieme il nostro studio. Il nome era già stato deciso – Finemateria – e credo che poi, a partire da Edit Napoli, dove abbiamo vinto con la sedia COMFORT / UNCOMFORT, sia iniziato a muoversi tutto. Abbiamo iniziato a essere pubblicati, a ragionare su nuovi progetti e idee, fino a oggi che siamo diventati uno studio vivo.

Da dove nasce il nome Finemateria?

G.S. Volevamo che anche nel nome trasparisse l’importanza che ha per noi la materia. In quasi tutti i nostri progetti diamo importanza prima ai materiali piuttosto che alla forma. Abbiamo sempre sentito che non era solo la forma il focus, doveva tutto venire dal materiale, usato bene. Il fine è la materia.

S.B. Comprendere l’immaginario di uno studio di design non è facile, soprattutto in Italia. Noi abbiamo studiato design del prodotto ma non volevamo limitarci solo a quello. Abbiamo capito che per essere contattati sia dall’industria che dal museo era necessario dare un immaginario ben specifico. Abbiamo lavorato su Finemateria come si lavora a un mini-brand, con l’intenzione di creare una forte identità.

Mi viene in mente un termine usatissimo in questo periodo, collectible design. Una dicitura che racchiude sotto il suo ombrello tutti quegli oggetti che stanziano sulla linea sottile che divide arte e design. Cosa ne pensate?

S.B. Quando abbiamo iniziato noi questa cosa non c’era. O meglio, era solo la Design Academy di Eindhoven a fare quel tipo di design. I ragazzi che uscivano dall’università si trovavano in un Paese dove alle spalle non c’era l’industria, quindi era automatico che si trovassero a portare avanti le loro idee creative. Penso che in Italia sia esplosa in modo preponderante solo negli ultimi due anni.

G.S. Secondo me il collectible è più una cosa che “tu vuoi e tu puoi” mentre il design di prodotto è “tu vuoi ma è l’azienda che deve volere”. C’è una bella differenza. Secondo me il collectible è esploso dal momento che ci sono molte più persone creative rispetto a vent’anni fa, tutte vogliono avere il loro spazio e quello è un metodo di espressione molto più controllabile. C’è anche da tener presente che fare il designer di prodotto per le aziende non è così facile oggi, c’è molta meno offerta, soprattutto in Italia. Un altro fattore da sottolineare è che, per quanto sia bello, la maggior parte del collectible design non sta in piedi da solo. Solo il trenta percento ce la fa, il resto è solo espressione di sé senza avere un riscontro economico, anche solo prendendo noi in esempio. In questo senso, posso dire che il nostro obiettivo è proprio quello di trovare un ponte tra tutte queste cose. Penso che un immaginario sincero possa essere utile sia a un’azienda che a un museo. Specializzarsi non è un obiettivo del momento.

Come spieghereste la vostra ricerca?

G.S. Abbiamo iniziato usando il poliuretano espanso. Nel 2021 avevamo presentato un tappeto con quel materiale al Salone del Mobile, poi abbiamo fatto l’esposizione Vita Lenta in Piazza della Ragione, anche la sedia nera era in poliuretano. La gente ci scriveva e diceva “voi siete quelli del foam”. Le commesse arrivavano per il materiale. A un certo punto ti rendi conto che tu non vuoi essere “quello del poliuretano” allora devi far capire che a te piacciono i materiali.

S.B. La nostra era una ricerca che è iniziata con un filo conduttore, quello del poliuretano, poi trovando tanti altri spunti e output diversi siamo riusciti a dimostrare che sappiamo e vogliamo lavorare con altri materiali. Per esempio, con la ceramica, l’alluminio, l’acciaio, come per questo piccolo calendario. Penso che, più in generale, se anche da giovane ti abitui un po’ a spaziare, fai capire che sei un progettista. Un po’ come dicevano quelli della vecchia scuola: “Progetti dal cucchiaio alla città”.

Da una parte può essere un coltello a doppia lama non focalizzarsi su una nicchia. Cosa ne pensate?

G.S. È una scelta. Io non riuscirei a specializzarmi in un settore, mi specializzo nel mio modo di disegnare. È bello quando una persona riconosce il lavoro di Finemateria anche in cose molto diverse, ti riempie un po’ il cuore. Per esempio, quando abbiamo fatto la Fontanella qui a Dopo Space, le persone che dicevano: “Mega Finemateria questa cosa“.

Quali pensate siano gli elementi che riconducono al vostro lavoro?

G.S. Ti direi che il nostro è un minimalismo caldo. Il minimalismo viene di solito viene ricondotto a una cosa fredda, mentre per noi è caldo, accogliente, italiano non svizzero.

S.B. Ci hanno riconosciuto l’essenzialità dei nostri progetti. Cerchiamo di essere asciutti nella produzione e di dedicargli il tempo giusto.

Parliamo dello studio. Come vi trovate qui? Come ci siete arrivati?

G.S. Sapevamo già in anticipo che avrebbe aperto questo spazio. Quando ci hanno dato la mappa abbiamo subito deciso che questo sarebbe stato il nostro studio. Siamo stati i primi a entrare a Dopo Space perché il nostro era il primo studio a essere pronto, per questo siamo stati pubblicati ovunque all’inizio. Per noi qui è perfetto perché è uno spazio condiviso ma hai comunque la possibilità di prenderti i tuoi momenti da solo.

S.B. Noi prima lavoravamo in casa. A un certo punto l’esigenza di avere un nostro studio si faceva sentire parecchio. La nostra casa-studio era al quarto piano, era molto scomodo portare su e giù le cose, anche solo per gli shooting. Ancor prima di decidere di venire qua, avevo già comprato questo tavolo di Carlo Scarpa e sapevo che sarebbe stato il protagonista di questo spazio.

G.S. In questo spazio stiamo molto bene, con calma ci piacerebbe avere uno spazio nostro con un collettivo e magari usarlo per fare eventi. Stando qua ti accorgi quanto potenziale hanno gli spazi come questo.

Dateci qualche spoiler. Cosa avete in programma per il Salone?

G.S. Per il Salone continuerà la collaborazione con Kristalia. Recentemente invece abbiamo vinto un bando con Studio Latte e abbiamo preso in gestione l’ex casa dell’acqua potabile al parco Trotter. Tutto il concept si basa sul culto del bagno diurno, in generale dovrebbe esserci un allestimento esperienziale.

Ultima domanda di rito. Quale oggetto non può mancare nel vostro studio?

S.B. Il tavolo di Carlo Scarpa. È stata la prima cosa a entrare qui e ci ha permesso di iniziare subito a lavorare.

Ph Credits Andrés Juan Suarez

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MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

Giulia Guido · 22 ore fa · Design

MOTOREFISICO, il duo composto da Lorenzo Pagliara e Gianmaria Zonfrillo – due architetti e designer romani – ha realizzato “Fog Of War”, un’installazione pensata per il live di “Spiritural Leader”, un brano di RBSN. Il risultato è una vera e propria esperienza immersiva dove a separare musicisti e spettatori c’era solo l’opera d’arte. “Spiritual Leader” è un brano di RBSN ispirato al dub poet Linton Kwesi Johnson e contenuto in “Stranger Days”, il suo primo album pubblicato con l’etichetta americana Ropeadope.

Chi è RBSN

RBSN, nome d’arte di Alessandro Rebesani, è un musicista fortemente influenzato da suggestioni internazionali che vanta un sound personalissimo e originale. Il suo stile combina jazz, musica elettronica, psych/soul e pop. Nel corso della sua formazione collabora con l’etichetta Tight Lines e con Sofar London ma una delle partnership più interessante è sicuramente quella con Tate Modern. Nel 2022 è il primo artista italiano nonché il più giovane a essere messo sotto contratto dall’etichetta newyorchese Ropeadope, che dà alle stampe il suo primo disco “Stranger Days”, apprezzato dagli addetti ai lavori e non solo. Oggi fa parte di ODD Clique, collettivo ed etichetta musicale nata a Roma per celebrare e diffondere ovunque la sua ricca scena musicale caratterizzata da un respiro internazionale.

Design e musica

La sintonia – palpabile durante la performance – è dovuta dal rapporto sinergico fra Lorenzo Pagliara e RBSN che collaborano dal 2018 su perfomarce AV. La sonorizzazione dei vari mapping in concomitanza alla performance è sicuramente uno dei punti di forza di questo happening.

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Come arte e design rispondono all’inquinamento

Come arte e design rispondono all’inquinamento

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Art, Design

«Mi preoccupo, ma non me ne occupo», con una citazione del suo barbiere, Ferdinando Cotugno termina l’articolo su Rivista Studio a tema inquinamento dell’aria, riassumendo in modo schietto e sincero l’atteggiamento dei più nei confronti del problema. La pessima qualità dell’aria è un tema caldo già dall’inizio del nuovo anno ma è negli ultimi giorni, soprattutto a Milano e in tutta la Pianura Padana, a diventare protagonista. I dati mostrati sono allarmanti, sui social tutti sembrano condividere le infografiche. Quel colore viola intenso ci preoccupa, soprattutto se guardiamo al resto d’Europa, colorata di verde e blu, persino nelle grandi metropoli come Londra e Parigi la situazione sembra essere stabile. Ciò non significa che il resto d’Europa – o del mondo – si comporti meglio rispetto a noi, il motivo di questa sostanziale differenza è la conformazione geografica, ma questo non toglie che la situazione è grave e va affrontata. L’ansia diffusa sui social sottolinea un allarmismo dal basso che non sembra essere recepito dai piani alti. L’inquinamento dell’aria, lo smog, le polveri sottili – così come il cambiamento climatico in senso lato -, non sono di certo un tema nuovo. È un problema decennale che nascondiamo sotto lo zerbino, chi per rassegnazione chi per indifferenza, da tirare fuori solo quando diventa un trend, forse perché ce lo sbattono davanti agli occhi?

In questo senso, l’infografica assume un ruolo determinante. Un’immagine visiva può far scattare in noi un meccanismo di consapevolezza del problema, da invisibile e impercettibile a tangibile ed evidente. Se l’aspetto visivo è in quest’ottica fondamentale, chi meglio dell’arte può contribuire a diffonderlo? Oltre ai grafici che stanno circolando sui social, anche l’arte prova a inserirsi in questo contesto, ma non con poche difficoltà. Cercando sul web non è facile imbattersi in progetti davvero significativi, o meglio, che comunichino in modo efficace il problema ambientale. Qualche anno fa, lo scrittore, giornalista e antropologo indiano Amitav Ghosh pubblicava La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, interrogandosi sulle ragioni per cui gli artisti contemporanei trovassero difficile affrontare il tema delle catastrofi naturali. Una prima risposta la abbiamo avuta dalla recente mostra Everybody talks about the weather, nella sede veneziana di Fondazione Prada. Il curatore Dieter Roelstraete sostiene che il mondo dell’arte sembri prestare scarsa attenzione alla tematica, dunque tutti parlano del tempo tranne che il mondo dell’arte. O almeno, non come dovrebbe. In quest’ottica Roelstraete insiste sulla collaborazione tra scienza e arte, sfruttando la forza estetica del sapere scientifico e il protagonismo dell’arte contemporanea. La potenza dei meta dati e delle infografiche ritorna. «Questa mostra è preziosa perché potrebbe essere una delle prime di una nuova generazione capace di non fermarsi all’arte ma di “usarla” come occasione per lavorare su quella disattenzione socio-politica della società odierna che appare come il sintomo della nuova sindrome Don’t Look Up», facendo riferimento al film di Adam McKay del 2021, Nicola Davide Angerame su Artribune commenta lo sforzo comune dell’arte e della scienza nel delineare una forma di qualcosa che non la ha, ma non per questo può essere ignorata. Dunque, ora che il problema ha una forma potrà essere affrontato o, come in Don’t look up, lasceremo che il meteorite colpisca la Terra fino a distruggerla?

Verosimilmente, quest’ultima domanda non può avere una risposta univoca. Senza dubbio sono in molti a essersi attivati. Se da un lato l’arte – con uno sguardo scientifico e documentaristico – tenta di farsi portavoce di un messaggio, dall’altro sono l’architettura e il design a provare a rispondere in modo concreto al problema. In questo terzo paragrafo vogliamo essere possibilisti, riportando alcuni esempi significativi che fanno sperare in un futuro più sostenibile. Se pensiamo che più del 10% delle emissioni di anidride carbonica sono prodotte dal settore edile, rimanendo in territorio milanese è impossibile non citare il Bosco Verticale e prenderlo come esempio di un progresso ancora in corso. «Ormai sappiamo che le città giocano un ruolo importante nel plasmare il futuro del nostro Pianeta, essendo responsabili del 75% delle emissioni di CO2. E nelle città dobbiamo agire.» ci ha spiegato l’architetto del Bosco Verticale Stefano Boeri in un’intervista dell’anno scorso durante la Milano Design Week. «Le grandi città hanno l’opportunità di diventare parte integrante della soluzione al cambiamento climatico e alle problematiche ambientali che stanno influenzano la nostra vita di tutti i giorni, integrando la natura, salvaguardando quella esistente e aumentando il numero di foreste». Quello che Boeri suggerisce è una pratica che negli ultimi anni sta prendendo piede nella progettazione, ovvero quella di trarre ispirazione dalla natura per trovare materiali alternativi. In passato abbiamo già parlato del micelio, uno dei biomateriali più adatti a sostituire la fibra di vetro e il calcestruzzo, quest’ultimi tra i materiali più inquinanti. In quest’ottica è interessante citare il documentario di Netflix Verso il futuro, che nell’episodio 10 (I grattecieli) ipotizza uno scenario futuro in cui i grattacieli saranno completamente costruiti con materiali vivi che si inseriranno nel metabolismo della Terra, aumentando così la produzione di ossigeno e riducendo al massimo gli sprechi.

Gardens By The Bay, Singapore

Se in Verso il futuro viene citato sia il Bosco Verticale di Milano sia i Gardens by the Bay di Singapore, è il terzo episodio di Abstract – sempre su Netflix – a chiarirci ancora di più le idee. La protagonista dell’episodio è Neri Oxman, una designer israelo-americana ed ex professoressa nota per combinare arte, design, biologia, informatica e ingegneria dei materiali. Oxman lavora con un team multidisciplinare al MIT Media Lab, con una vision ben delineata: immaginare un futuro di completa sinergia tra la Natura e l’umanità. Il suo obiettivo è infatti quello di «creare materiali nuovi per la natura, con essa e derivati da essa», come per esempio il Silk Pavilion. Si tratta di una struttura metallica sulla quale dei robot – da lei progettati – hanno tessuto una rete di seta, completata dalla presenza di più di seimila bachi da seta che agiscono come “stampanti 3D biologiche” ricoprendo interamente la struttura iniziata dai robot fino a completarla.

Sono molti gli esempi che potremmo riportare dal campo della progettazione, ma anche la street art – nel suo piccolo – porta un contributo per contrastare l’inquinamento. Pensiamo alla vernice antismog utilizzata da alcuni, in grado di assorbire le polveri sottili presenti nell’aria. Uno dei più grandi d’Europa è a Roma, nel quartiere Ostiense, realizzato da Iena Cruz e assorbe la stessa quantità di smog di un bosco di trenta alberi. A Milano vi riportiamo un vecchio murales del 2019 di Camilla Falsini in Corso Garibaldi.

Indifferenza e attivismo. Due facce della stessa medaglia che caratterizzano l’atteggiamento socio-politico a un problema più che rilevante per la nostra sopravvivenza. Arte, architettura, design provano a inserirsi in una corrente ambientalista e offrono soluzioni alternative, ma basteranno a salvarci? Non ci resta altro che provare a ricordarcene sempre, non solo quando il nostro algoritmo lo decide. In questa scia critica verso noi stessi, chiudiamo questa riflessione con un cortometraggio dell’illustratore britannico Steve Cutts, che con un linguaggio crudo e diretto esplora la distruzione dell’ambiente per mano dell’uomo, forse spingendoci ad agire.

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Wekino diventa portavoce del K-Design

Wekino diventa portavoce del K-Design

Giorgia Massari · 3 giorni fa · Design

Si è appena conclusa la Stockholm Furniture & Light Fair, la fiera svedese dedicata al design. Senza sorprenderci troppo, abbiamo notato la nuova veste di Wekino, il brand coreano con sede a Seoul, che entra a tutti gli effetti nella scena internazionale del design, facendosi portavoce del cosiddetto K-Design. Come ormai è noto a tutti, la cultura coreana negli ultimi anni è un trend a tutti gli effetti, dalla musica al cinema, ma anche l’estetica e la skin care. È arrivato anche il turno del design. Wekino lo fa in modo intelligente, oltre al rebranding avvia una collaborazione con Note Design Studio con sede a Stoccolma. L’intenzione è quella di allineare il design coreano alla scena internazionale, diventandone un punto di riferimento. Per la nuova collezione, Wekino ha selezionato sei piccoli studi di design emergenti con l’intenzione di commissionare loro nuovi lavori che possano far coesistere la freschezza di cui necessitano e la tradizione. Il progetto si chiama Wekino With, i designer sono tutti rigorosamente coreani e la parola chiave è juxtoposition. Un binomio equilibrato tra artigianato e ipermodernismo. Scopriamo qui di seguito i sei studi selezionati e i prodotti che hanno realizzato per la collaborazione.

Studio Pesi e la sedia Stout


Studio Word e il tappeto Oddly

 
 
 
 
 
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Studio-Chacha e lo specchio Chroma


Studio Kunsik e il tavolo Salong


Kuo Duo e i due pezzi Reel Hanger e Book Worm


Kwangho Lee e la collezione di scaffali Pirouette

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Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri

Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri

Anna Frattini · 1 settimana fa · Design

Jacquemus continua nel suo intento di catturare l’attenzione in termini di location. Prima la sfilata da Fondazione Maeght – la galleria situata a Saint-Paul-de-Vence, vicino a Nizza – poi l’annuncio di un nuovo show a Casa Malaparte. Il tutto, in previsione della presentazione della collezione Resort fissata per il 10 giugno a Capri. In attesa di questo appuntamento, ecco tutto quello che sappiamo sulla villa, sulla sua storia e qualche curiosità in più.

 
 
 
 
 
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La storia di Casa Malaparte

Quella che andrà in scena il prossimo 10 giugno sarà una vera e propria celebrazione della vita, in occasione dei 15 anni dalla nascita del brand francese. La location, Casa Malaparte, è un luogo divisivo, per anni al centro di dibattiti sulla sua architettura brutalista e sulla sua posizione, che ha aperto un dibattito sulla questione ambientale. Anche Jean-Luc Godard la scelse per mettere in scena Il disprezzo, un film dove ritroviamo Brigitte Bardot, icona del cinema immortale.

La storia di Casa Malaparte inizia nel 1937, a Capo Masullo. È Adalberto Libera, architetto modernista, a pensarne la grintosa architettura raccontata anche in un saggio illustrato a opera di Cherubino Gambardella. Lo scrittore Curzio Malaparte, orbitando spesso nei pressi di Capri, decise quindi di costruire un luogo tutto suo grazie all’aiuto di Libera, nello stesso giro di amicizie dello scrittore. L’intenzione era quella di realizzare «un autoritratto abitativo ed estetico» come scrive sul suo diario, così riportato da Francesca Faccani su Vogue. Il risultato non è altro che un edificio arroccato su una scogliera, a strapiombo sul mare.

 
 
 
 
 
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Fra cinema e pubblicità

Ma come ha fatto Curzio Malaparte a ottenere il permesso di costruire proprio lì, a Capo Masullo, al tempo un luogo raggiungibile solo a piedi? E come è entrata nell’immaginario comune? Alla prima domanda possiamo rispondere che lo scrittore, forte della sua amicizia con il Ministro degli Esteri del tempo – Galeazzo Ciano – ottenne così i permessi per costruirla. Per rispondere alla seconda domanda, invece, dobbiamo guardare anche alla cinematografia. Non solo al film sopracitato, Il disprezzo, ma anche a La pelle, un film di Liliana Cavani basato sul romanzo del proprietario originale di Malaparte. Ci sono anche pubblicità come quella di Yves Saint Laurent del 2018 – con Kate Moss e Jamie Bochert – che ci hanno permesso di dare uno sguardo alla villa, ormai chiusa al pubblico da molti anni.

Che Jacquemus – ancora indipendente e lontano dalle dinamiche dei grandi conglomerati del lusso – sembra aver sempre meno da raccontare lo ha detto anche Cecilia Andrea Caruso, nella sua newsletter. Quello che è certo, però, è che Simone Porte Jacquemus – abilissimo comunicatore – spesso e volentieri ci porta in luoghi affascinanti poco o nulla esplorati dal mondo della moda. Ci chiediamo ora, quanto potremmo vedere di questo luogo così misterioso e iconico. Non ci resta che aspettare il 10 giugno.

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