Khalab e Jazz:Re:Found, una live session dai ritmi africani

Khalab e Jazz:Re:Found, una live session dai ritmi africani

Collater.al Contributors · 1 settimana fa · Music

Quest’estate vi avevamo parlato di Place To Be, il progetto firmato IMF (Italian Music Festivals) e promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per sostenere le imprese creative e culturali italiane in seguito all’emergenza sanitaria. 

Una delle tappe di questo progetto è stata ospitata da Jazz:Re:Found boutique festival nato a Vercelli e membro del network IMF – che ha deciso di proseguire questa strada anche grazie alla collaborazione con Ford

Il format prevede 3 artisti italiani esibirsi in altrettanti live che possono essere visti sia sulla pagina Facebook sia sul canale YouTube di Jazz:Re:Found. A fare da cornice alla musica, indiscussa protagonista, sono state scelte tre location che rappresentano tutta la bellezza del patrimonio paesaggistico italiano. 

I primi due appuntamenti hanno visto come ospiti Venerus che si è esibito sul Pontile Bestoso di Alassio, tra il blu del mare e l’azzurro del cielo, e Ze in the Clouds che ha suonato circondato dalla magia di Orta San Giulio, dove le montagne si tuffano nel lago. 

Domani, lunedì 23 novembre, sarà il momento della terza e ultima performance con Raffaele Costantino aka Khalab. Il suo nome d’arte racconta molto di lui e condensa i due elementi che lo rappresentano al meglio, le sue origini calabresi e le sue sonorità che si ispirano ai ritmi africani. 

Questa volta, a fare da sfondo alla musica di Khalab ci sarà il Forte di Fenestrelle, la fortezza più grande d’Europa e un vero e proprio capolavoro di architettura militare risalente al XVIII secolo. La particolarità di questa struttura sviluppata in tre complessi fortificati è rappresentata dal percorso che collega questi ultimi. La muraglia del Forte di Fenestrelle, con i suoi 3 chilometri, è seconda solo alla Grande Muraglia Cinese, è distribuita su 650 metri di dislivello e al suo interno corre la scala coperta più lunga d’Europa. 

Si tratta di un appuntamento imperdibili e per prepararci al meglio noi di Collater.al abbiamo fatto quattro chiacchiere con Khalab. Non perderti la nostra intervista qui sotto e la sua live di domani sulla pagina Facebook e sul canale YouTube di Jazz:Re:Found!

Inizio subito chiedendoti cos’è per te il Jazz:Re:Found Festival e cosa rappresenta?

Jazz:Re:Found per me rappresenta davvero molto. Rappresenta un’esperienza comunitaria che parte da un’idea centrale che è quella del direttore artistico Denis Longhi, che è riuscito a creare una bella comunità, una bella atmosfera e da qualche anno mi ha coinvolto in prima persona su tutto il progetto, in cui mi sono trovato perfettamente a mio agio.
Un festival che ormai è diventato il primo vero e proprio punto di riferimento in Italia se sei un appassionato di questo tipo di sound, cioè un incrocio tra musiche nere, africane, afroamericane. Io sono molto felice per l’approccio, per il team, ma in generale per il festival poiché mi ci rivedo molto e mi ha dato l’opportunità di sperimentare tantissime cose.

Ci sono delle particolari connessioni tra la musica di Dj Khalab e il festival? Possiamo dire che la tua musica, le tue mistiche sonorità si rispecchiano nel festival?

Sì, senza dubbio. Il festival è impostato sulla ricerca e sullo sviluppo in ambito afrocentrico naturalmente, perché è un festival che si occupa di ritmo, di jazz, di soul, di musiche nere. 
Per quanto mi riguarda la mia ricerca è stata incentrata sul passato, sono andato un po’ indietro nel tempo verso l’Africa primordiale.

Ho collaborato con molti musicisti africani, ma anche con molti musicisti neri di seconda o terza generazione inglesi come Moses Boyd, Tamar Osborn, che sono appunto i musicisti del nuovo jazz, gente che rappresenta l’ambito, l’estetica a cui Jazz:Re:Found si rivolge. 

Nella tua esibizione di domani non ci sarà il pubblico a guardarti dal vivo chiaramente, come la vivi questa cosa? Credo che oggi chi sta dalla parte della console abbia l’arduo compito di far divertire chi è dietro un computer, senti ancora più pressione?

Ma sì, diciamo che potrebbe sembrare snob quello che dico ma in realtà non mi è mai interessato intrattenere le persone. Al contrario ho molto interesse nell’avere la loro attenzione, nel provocare in loro reazioni forti, complesse e contrastanti, anche reazioni angoscianti ecco, come penso che l’arte debba fare.
Provo a pormi come un artista, passatemi il termine, piuttosto che come un intrattenitore. Mi piace anche intrattenere la gente, però ciò che mi piace fare davanti a uno schermo, come nel caso di questo festival, è più l’idea di far vedere e ascoltare alle persone quello che i media tradizionali non ti fanno vedere e ascoltare. È proprio la nostra missione, di noi che ci occupiamo di controcultura e di subcultura: dare delle alternative valide alle persone per non rimanere imbrigliate nell’offerta dei media tradizionali che, soprattutto in Italia, è molto pericolosa, perché rischia di appiattire il nostro cervello, le nostre sensazioni, la nostra sete di approfondimento.

Raccontaci un po’ di più sul tuo percorso? Come ha fatto Raffaele Costantino a trasformarsi in Dj Khalab?

In realtà nella mia “prima vita dai 20 ai 30 anni” lavoravo sempre nell’ambito della musica tra club, festival e radio.
Poi insieme ad alcuni amici ho dato vita a un’associazione culturale chiamata “Afrodisia”, dove portavamo nei club una volta al mese la nostra musica, quella che ci appassionava, mixando e remixando musiche africane in tempo reale con batterie elettroniche, campionatori, vinili e mixer. Con il passare del tempo, il progetto ha cominciato a prendere sempre più piede, avendo a disposizione anche grossi budget per ospitare grandi artisti internazionali. Per cui mi sono reso conto che non potevo più presentarmi banalmente come “Raffaele Costantino” in quella dimensione perché il mio nome era sovraesposto.

Quindi ho cominciato ad annunciarmi come Khalab, a salire in console coperto da teli, grossi cappelli, maschere per non farmi mai riconoscere. Da lì ho deciso di chiudermi in studio e mettere in pratica le idee che sviluppavo durante le serate dal vivo.

Khalab ha un significato ben preciso per te? È una sorta di alter ego o è solo una sfumatura della tua persona che traduce quello che sente e prova in musica?

Sì è il mio alter ego, per meglio dire è l’alter ego che mi permette di respirare.
Perché per quello che faccio e per i mille impegni che ho, inizialmente mi dimenticavo di  respirare, ero sempre in affanno. Quando poi mi chiudo in studio non sento più quell’ansia che chiude lo stomaco, ma riesco a respirare. 

Invece il nome Khalab è un incrocio tra le mie sonorità che come ampiamente detto si incentrano sui ritmi africani e la regione in cui sono nato cioè la Calabria. Questa aspirazione nel modo in cui si pronuncia il mio nome d’arte mi ricorda che appunto devo respirare e fare musica mi aiuta tantissimo in questo senso.
Ho passato dei periodi difficili a causa di orari di lavoro frenetici in cui ho cominciato ad avere seri problemi con l’ansia che ho risolto proprio grazie a questo, cioè alla chiusura dentro uno studio, fare musica e non pensare a nient’altro.

Dalle tue parole si comprende come Khalab sia sì il tuo alter ego, ma sembra senza dubbio rappresentare la parte più sfrontata di te?

Sì, sì, assolutamente! È verissimo! Ti faccio un esempio: durante un festival ho avuto dei problemi con il sound check sul palco, c’erano dei problemi con i monitor, voci in cuffia e quant’altro. Per cui sono andato a parlare con i tecnici, ma non siamo riusciti a risolvere il problema e in maniera un po’ snob scaricavano la colpa su di me. Nel bel mezzo di questo piccolo diverbio mentre stavo suonando, con la gente sotto il palco, ho preso il campionatore e l’ho lanciato in aria,  poi l’ho ripreso e ho continuato a sbatterlo sul mixer (ride ndr). Queste pazzie qui le faccio solo quando “mi travesto” da Khalab.
Addirittura una mattina dovevo andare in Germania a suonare per un grosso festival. Ma appena sveglio la mia voglia di partecipare era pari a zero, per cui mi sono concesso il lusso di dare buca. La cosa singolare è che però il giorno dopo mi hanno scritto per chiedermi la fattura. Era un festival così grande che non si sono resi conto della mia assenza.
Però ecco, una buca del genere non la darei mai se fosse stato un impegno di lavoro di “Raffaele Costantino”.

Tornando al festival, suonerai il 23 novembre nella suggestiva cornice di Forte di Fenestrelle, un luogo unico. Come ti stai preparando per questa data e che tipo di dj set porterai?

Sarà un momento davvero catartico. Innanzitutto Forte di Fenestrelle è un posto pazzesco, una vera e propria muraglia su una montagna. Un luogo con un’atmosfera olto cupa, che secondo me si presta perfettamente alla mia musica. E poi si trova molto in alto, in montagna ma si vede il mare, un po’ come il posto in cui sono nato, sono originario della Sila in Calabria e siamo appunto sospesi tra montagna e mare.
Quello che farò sarà quello che faccio sempre, come in tutti i live di solito improvviso e provo a creare una versione remix o sintetizzata di quello che “succede” nei miei dischi.
Mi piace molto che la gente dal vivo ascolti qualcosa di diverso, perché in fin dei conti il disco lo puoi ascoltare comodamente a casa.

Poi sì, ci saranno dei campioni, alcune cose che in generale verranno riconosciute, ma spero che quei luoghi e quelle montagne mi ispirino al meglio.

Cosa succederà nel prossimo futuro, hai dei progetti in cantiere? Il tuo alter ego un po’ sfrontato ha altre sorprese in serbo?

Adesso sono concentrato su due progetti, uno è la continuazione del mio ultimo album “Black noise”, un disco in cui ci sono tante collaborazioni, con vari artisti della scena jazz UK e americana, però il periodo che passiamo adesso non permette di incontrarci. Per cui al momento procedo con molta calma. Poi sta per uscire, si spera tra marzo e aprile, la mia ultima fatica che ho registrato tre anni fa al confine tra Mali e Mauritania con dei musicisti del luogo. Questo sarà il mio prossimo progetto.

Testo di Giulia Guido ed Emanuele D’Angelo

Khalab e Jazz:Re:Found, una live session dai ritmi africani
Music
Khalab e Jazz:Re:Found, una live session dai ritmi africani
Khalab e Jazz:Re:Found, una live session dai ritmi africani
1 · 9
2 · 9
3 · 9
4 · 9
5 · 9
6 · 9
7 · 9
8 · 9
9 · 9
I supereroi di Benoit Lapray invadono Parigi

I supereroi di Benoit Lapray invadono Parigi

Emanuele D'Angelo · 2 giorni fa · Photography

Passeggiando un po’ romanticamente per le strade di Parigi, Benoit Lapray ha avuto la geniale idea di sostituire i monumenti della città con gli eroi della cultura pop.

Supereroi, famosi protagonisti film di fantascienza e anche cartoni animati prendono clamorosamente il posto delle statue che abbelliscono la capitale francese.

Non è la prima volta che il fotografo francese fa un lavoro del genere, tempo fa li aveva immaginati lontano dalle metropoli caotiche, a vagare solitari tra montagne e le colline, vedi qui.

“É un modo per sottolineare che questi eroi appartenenti al mondo della fantascienza fanno oggi parte del patrimonio culturale mondiale”, dice Lapray.

Il progetto è stato creato in collaborazione con lo studio creativo 95 Magenta. Un lavoro lungo e complesso, realizzato inizialmente su pellicola, non utilizzando nessuna macchina fotografica digitale.

Successivamente i negativi sono stati digitalizzati e ritoccati, per poi aggiungere i nostri supereroi, che abbiamo tanto a cuore.
Qui sotto vi lasciamo tutte le foto di Parigi simpaticamente conquistata da tutti gli eroi di Benoit Lapray.

I supereroi di Benoit Lapray invadono Parigi
Photography
I supereroi di Benoit Lapray invadono Parigi
I supereroi di Benoit Lapray invadono Parigi
1 · 12
2 · 12
3 · 12
4 · 12
5 · 12
6 · 12
7 · 12
8 · 12
9 · 12
10 · 12
11 · 12
12 · 12
Roeg Cohen, un fotografo intimo e seducente

Roeg Cohen, un fotografo intimo e seducente

Collater.al Contributors · 5 giorni fa · Photography

Le fotografie di Roeg Cohen sono intime e seducenti, parlano di vita, memoria ed eternità. I suoi scatti raccontano gli aspetti più personali dei suoi soggetti, sono immagini ricche ed enigmatiche.

Roeg ha iniziato a fotografare all’età di trent’anni ma il suo livello artistico è tutt’altro che immaturo. La fotografia è lo strumento che usa per esprimersi, racconta tanto di sé quanto di chi si trova dall’altra parte dell’obiettivo, comunica indipendenza, coraggio e audacia.

Ciò che Roeg Cohen sembra avere con i propri soggetti è una connessione intensa e sincera. I protagonisti delle sue fotografie comunicano attraverso il corpo e gli sguardi. Sono immortalati in situazioni diverse ed esprimono sentimenti opposti e complementari: quiete, pace, silenzio ma anche tumulto, tensione e rivolta.

Le sue fotografie evocano sensazioni difficili da esprimere a parole per questo lasciamo parlare le sue immagini.
Guardatene qui una selezione, seguitelo su Instagram e sul suo sito personale.

Articolo di Federica Cimorelli

Roeg Cohen, un fotografo intimo e seducente
Photography
Roeg Cohen, un fotografo intimo e seducente
Roeg Cohen, un fotografo intimo e seducente
1 · 17
2 · 17
3 · 17
4 · 17
5 · 17
6 · 17
7 · 17
8 · 17
9 · 17
10 · 17
11 · 17
12 · 17
13 · 17
14 · 17
15 · 17
16 · 17
17 · 17
InstHunt Special Edition – Hope

InstHunt Special Edition – Hope

Giordana Bonanno · 5 giorni fa · Photography

InstHunt Special Edition è la raccolta fotografica delle vostre migliori foto, ideata per la prima volta seguendo un tema. Ogni mese avrà un titolo dedicato e sarete voi a darle vita attraverso i vostri scatti. 

Il tema di questo mese era “Hope”: durante questo strano periodo che stiamo vivendo, cos’è che ti dà speranza? Tra sorrisi e ricordi abbiamo creato la nostra galleria. Scopri qui sotto le foto migliori e non perderti i prossimi appuntamenti!

Restate connessi e continuate a seguire la nostra pagina Instagram @collateral.photo per scoprire il tema del prossimo numero InstHunt Special Edition. 

Be creative Be part of @collater.al

InstHunt Special Edition – Hope
Photography
InstHunt Special Edition – Hope
InstHunt Special Edition – Hope
1 · 1
“I Giorni Necessari”, il lockdown attraverso gli scatti di Monia Marchionni

“I Giorni Necessari”, il lockdown attraverso gli scatti di Monia Marchionni

Giulia Guido · 5 giorni fa · Photography

Quanti giorni dobbiamo restare chiusi in casa mamma? Questa è la domanda che Monia Marchionni si è sentita fare decine e decine di volte da sua figlia di 5 anni durante il lockdown. È la domanda che ci siamo fatti tutti noi, scrutando il mondo silenzioso dalle nostre finestre. È la domanda a cui all’inizio non sapevamo rispondere e che poi, col tempo, è diventata quella a cui non volevamo rispondere. 

I giorni necessari. Questa la risposta di Monia, certamente più sensata di molte altre che abbiamo sentito. 

Monia Marchionni, classe 1981, è una fotografa marchigiana, di Fermo per la precisione. Dopo un diploma all’Accademia di Belle Arti, una laurea in Filosofia, una specializzazione di Storia dell’Arte Contemporanea e un’esperienza lavorativa nell’ambito dell’installazione decide di dedicarsi esclusivamente alla fotografia. 

Fin dai suoi primi lavori, dalla serie fotografica “Never Again the Fog in the Desert” realizzata in Cile e “Fermo Visioni Extra Ordinarie”, Monia ottiene diversi riconoscimenti a livello nazionale e internazionale. 

Oggi, però, vogliamo focalizzarci sul suo ultimo progetto, nato proprio durante la quarantena e che prende il titolo proprio dalla risposta data alla figlia, “I Giorni Necessari”.

Attraverso scatti delicati, presentati volutamente come dittici, Monia Marchionni ci apre le porte di casa sua proprio durante quei 56 giorni che ci sono voluti per far rientrare la situazione

Come quella di tutti noi, anche la vita della fotografa è stata bruscamente cambiata e il mondo esterno è diventato qualcosa da poter solo vedere, mentre l’interno della sua abitazione si è trasformato nel nuovo oggetto di analisi della sua arte. L’occhio, e con esso l’obiettivo, si posano sui familiari, sulle mani e sui visi, cercando di raccontare un lungo periodo di attesa, di noia, di paura, di sacrificio, di morte, ma anche di amore. 

È proprio quest’ultimo infatti, l’amore per le persone care, un amore ritrovato, che traspare più di ogni altra cosa, reso ancora più essenziale dalle privazioni e dal tempo sospeso.

“I Giorni Necessari”, il lockdown attraverso gli scatti di Monia Marchionni
Photography
“I Giorni Necessari”, il lockdown attraverso gli scatti di Monia Marchionni
“I Giorni Necessari”, il lockdown attraverso gli scatti di Monia Marchionni
1 · 11
2 · 11
3 · 11
4 · 11
5 · 11
6 · 11
7 · 11
8 · 11
9 · 11
10 · 11
11 · 11
Altri articoli che consigliamo