Art Come nasce un videoclip tra AI, stop motion e live action
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Come nasce un videoclip tra AI, stop motion e live action

Danilo Bubani e Lorenza Liguori raccontano il processo creativo dietro La felicità è basta, il brano con cui Maria Antonietta e Colombre hanno partecipato a Sanremo 2026.
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Anna Frattini

Il videoclip de La felicità e basta, il brano con cui Maria Antonietta e Colombre hanno partecipato al Festival di Sanremo 2026, racconta la fuga dei due protagonisti da un museo fino allo spazio. Abbiamo parlato con il regista Danilo Bubani e la Generative AI Director Lorenza Liguori del processo creativo dietro al video: dalla possibilità di utilizzare l’intelligenza artificiale in un contesto popolare come quello del Festival fino al processo creativo ibrido che mette insieme live action, stop motion, AI e VFX.

Per Bubani il punto di partenza è sempre lo stesso: il racconto. «Da regista e autore ho sempre avuto un approccio cinematografico all’immagine. Ma senza una storia l’immagine resta solo una successione di frame». È proprio da questa consapevolezza che nasce il progetto, pensato come un primo esperimento concreto di un workflow capace di sviluppare una narrazione senza essere immediatamente bloccati dai limiti produttivi tradizionali.

L’intelligenza artificiale, in questo senso, non è stata pensata come una scorciatoia ma come uno strumento inserito in un processo creativo più ampio. Il videoclip nasce infatti da un sistema di lavoro ibrido che, come anticipato prima, mette insieme live action, stop motion, immagini generate con AI e VFX, ognuno utilizzato per una funzione narrativa precisa.

Nel raccontarci il progetto, Bubani e Liguori hanno insistito molto su un aspetto: il ruolo della scrittura all’interno di questo processo. Spesso si parla di prompt come di una nuova forma di scrittura contemporanea, ma cosa significa davvero quando si lavora su un film?

«Per me il prompt non è una sceneggiatura — non potrebbe esserlo — ma non significa che non abbiano qualcosa in comune», spiega Bubani. «Come la sceneggiatura anche il prompt prova a evocare un mondo, un tono, una tensione. La differenza è che la sceneggiatura regge il racconto, il prompt da solo no. Se sotto non c’è una storia vera resta solo un comando dato a una macchina».

Il prompt diventa quindi uno degli strumenti attraverso cui prende forma il progetto, ma non il suo fulcro. Al centro resta il metodo di lavoro costruito dal team: un workflow che mette in dialogo live action, stop motion, AI e VFX per costruire un racconto visivo coerente.

Per Liguori, però, il prompt è molto più vicino alla scrittura cinematografica di quanto si possa pensare. «Non è semplicemente una sequenza di istruzioni tecniche, ma un dispositivo narrativo che traduce un’immagine mentale in una scena visiva. Quando scrivi un prompt devi già avere chiari atmosfera, composizione, luce, spazio e ritmo dell’inquadratura. In questo senso il processo assomiglia molto alla scrittura cinematografica: stai costruendo un mondo, non solo generando un’immagine».

La differenza è che si tratta di una scrittura dialogica, che evolve attraverso tentativi, correzioni e intuizioni. «È un processo molto vicino alla regia: scrivi, osservi il risultato e poi riscrivi per affinare la visione». Dietro ogni immagine del videoclip, infatti, ci sono stati decine di tentativi prima di arrivare alla versione finale.

In questo progetto il prompt non è stato utilizzato solo come uno strumento tecnico per generare immagini, ma è entrato direttamente nella costruzione narrativa del film. «Non ci interessava ottenere immagini belle e basta», racconta Bubani. «Ci interessava farle stare dentro una storia. È lì che il prompt smette di essere tecnico e diventa linguaggio».

Il video costruisce ambienti sospesi e quasi irreali — dalla città asiatica al teatro pieno di palloncini passando per la navicella spaziale — pensati per amplificare il senso di fuga e di sospensione presente nel brano. Come spiega Liguori, «nel caso de La felicità e basta, i prompt sono stati costruiti partendo dal significato della canzone. Ogni ambiente nasceva dalla volontà di amplificare il senso di fuga e di sospensione che attraversa tutto il brano».

Uno degli aspetti più complessi del progetto è stato mantenere la coerenza tra i diversi linguaggi visivi. In un workflow come quello utilizzato in questo video, il prompt deve dialogare continuamente con immagini che esistono già. «Il prompt non poteva funzionare solo come immagine singola», racconta Liguori. «Doveva appartenere a un’estetica già delineata e integrarsi con il girato reale».

Questo rende la scrittura dei prompt paradossalmente più precisa rispetto a un progetto completamente generativo. «Deve rispettare prospettiva, illuminazione, texture e movimento della scena reale, altrimenti l’integrazione non funziona».

Come spesso accade nei processi creativi, anche l’imprevisto ha avuto un ruolo importante nello sviluppo del video. Alcuni risultati inattesi generati dai tool hanno suggerito nuove direzioni visive, portando il team a ripensare alcune scene. In altri casi, invece, è stato necessario spingere i limiti della macchina per ottenere l’immagine desiderata.

«A volte sono proprio l’errore o l’imprevisto ad aprire possibilità narrative che non avevi previsto», racconta Liguori. «È lì che il prompt smette di essere soltanto uno strumento esecutivo e diventa quasi uno spazio di scoperta creativa».

Il progetto si inserisce anche in un contesto produttivo particolare: quello di un videoclip legato a un evento mainstream come il Festival di Sanremo. Portare un linguaggio visivo ibrido e sperimentale all’interno di un contesto così popolare è stata una delle sfide più interessanti del lavoro.

«Ci siamo presi il rischio di scardinare completamente il modo di fare le cose in senso tradizionale», spiega Liguori. «Pensiamo che l’intelligenza artificiale non sostituisca la creatività, ma al contrario la renda ancora più centrale». Per Bubani e Liguori, però, questa esperienza rappresenta soprattutto un punto di partenza. Più che un esercizio di stile, La felicità e basta è stato il primo test di un metodo di lavoro che continueranno a sviluppare anche in altri progetti. Come conclude Bubani: «I prompt sono una risorsa, non la soluzione. Senza una storia scritta bene e senza un processo guidato dall’uomo, un risultato del genere non sarebbe stato possibile».

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Scritto da Anna Frattini

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