Con Rome Princesses, la fotografa Manuela Federl costruisce una narrazione visiva che prende in prestito il linguaggio della fiaba per raccontare una realtà che fiabesca non è. «C’era una volta una principessa nel ghetto rom», recita l’incipit del progetto. E proprio da qui si apre uno squarcio tra sogno e condizione sociale, tra immaginazione e una quotidianità segnata da esclusione, povertà e discriminazione sistemica. Le protagoniste sono giovani ragazze che vivono negli insediamenti rom di Trebišov, Sečovce, Svinia e Lunik IX, nell’est della Slovacchia, luoghi in cui le opportunità sono minime e il futuro sembra già scritto.

Federl sceglie di non raccontare la marginalità attraverso immagini crude o didascaliche, ma di ribaltare lo sguardo: le sue “principesse” vengono ritratte con abiti eleganti, pose fiere, sguardi diretti in camera. È una messa in scena consapevole, quasi teatrale, che mette in corto circuito l’estetica patinata della favola con il contesto reale dei ghetti rom. Il contrasto non serve a edulcorare la situazione, ma a renderla ancora più evidente. Quelle corone, quei vestiti, quei gesti sono il simbolo di un desiderio condiviso: essere viste, riconosciute, avere accesso a una vita diversa.

Il progetto affonda le radici in una condizione sociale estremamente complessa. In queste aree della Slovacchia orientale, la minoranza rom vive spesso in condizioni di forte segregazione. I bambini non frequentano le stesse scuole dei coetanei slovacchi, ma vengono indirizzati verso scuole separate o istituti “speciali”, un sistema che di fatto impedisce l’accesso all’istruzione superiore e alla formazione professionale. Per le ragazze la situazione è ancora più dura: il supporto è quasi inesistente, i matrimoni e le gravidanze precoci sono frequenti, e le giovani coppie si trovano a dover sostenere famiglie senza alcuna sicurezza economica. Un circolo vizioso da cui è difficilissimo uscire.

Rome Princesses si muove proprio in questo spazio fragile, dando forma visiva a un sogno che molte di queste ragazze probabilmente coltivano: quello di essere salvate, di poter scegliere, di avere “il mondo ai propri piedi”. Ma Federl non propone soluzioni facili né narrazioni salvifiche. Il “principe” evocato nella fiaba resta un’immagine simbolica, più che una promessa reale. Quello che resta, invece, è la dignità delle protagoniste, la loro presenza forte davanti all’obiettivo, la possibilità, anche solo per un attimo, di immaginarsi altrove.

In perfetto equilibrio tra fotografia documentaria e costruzione concettuale, il lavoro di Manuela Federl usa l’estetica come strumento politico. Rome Princesses non parla solo di comunità rom in Slovacchia, ma di come la società scelga chi può sognare e chi no. E di quanto, a volte, rendere visibile un sogno sia già un atto di resistenza.

