Quando si parla dell’immaginario visivo di Agatha Christie nel secondo Novecento, il nome dell’illustratore britannico Tom Adams emerge come una presenza imprescindibile. Adams è stato capace di reinventare la copertina editoriale come spazio di interpretazione, tensione e ambiguità. Attraverso le sue illustrazioni per le edizioni paperback di Fontana nel Regno Unito e di Pocket Books negli Stati Uniti, Adams contribuì in modo decisivo a costruire una nuova iconografia per la “regina del giallo”, destinata a segnare profondamente la memoria visiva di generazioni di lettori. In occasione del 50° anniversario della morte della scrittrice che ha tenuto sulle spine tutto il mondo abbiamo deciso di ripercorrere i suoi capolavori attraverso il lavoro di Tom Adams.
Quando Adams iniziò a lavorare sulle copertine di Agatha Christie, all’inizio degli anni Sessanta, l’autrice era già un fenomeno globale. I suoi romanzi avevano attraversato decenni, guerre e trasformazioni sociali, adattandosi ai nuovi formati dell’editoria di massa. Una delle grandi trasformazioni fu l’introduzione delle copertine flessibili, e quindi dei tascabili o paperback. Questa novità diede vita a una nuova necessità, ovvero rendere attuali testi divenuti ormai “classici”.

Fu in questo contesto che la casa editrice William Collins & Sons – antesignana della moderna HarperCollins -, attraverso il marchio Fontana, decise di chiamare a Tom Adams, colpita dalla sua capacità di creare immagini evocative e non convenzionali.
Tom Adams, infatti, costruiva immagini dense di simboli, spesso disturbanti, in cui oggetti, frammenti di corpi, animali o paesaggi surreali diventavano indizi visivi più che elementi narrativi espliciti. Il suo stile mescolava surrealismo, pop art e una forte componente psicologica, rifiutando l’illustrazione letterale.



Una scelta chiave del suo approccio fu il rifiuto sistematico di raffigurare Hercule Poirot o Miss Marple, i celebri personaggi nati dalla penna della Christie. Secondo Adams, questi personaggi erano già fissati nell’immaginazione collettiva dei lettori e qualsiasi tentativo di rappresentarli avrebbe ridotto la potenza evocativa del testo.
Scelse, così, di utilizzare le copertine per dare spazio a degli oggetti, spesso e volentieri tre, e creare delle composizioni simili a dei collage. Queste copertine non offrono soluzioni né anticipazioni, ma pongono domande e invitano il lettore a immergersi nelle pagine. Funzionavano come enigmi visivi, come dei rebus.


Poi, tra il 1971 e il 1974, fu Pocket Books a commissionare ad Adams ben 26 copertine per il mercato statunitense e cos’, ancora una volta, il suo linguaggio visivo si adattò a delle nuove esigenze editoriali. L’editore americano, infatti, prediligeva un’estetica più realistica e narrativa, capace di attrarre un pubblico ampio e abituato a una maggiore chiarezza visiva.
Il risultato furono copertine wraparound, in cui l’immagine si estende dalla prima alla quarta di copertina, creando una scena unica e continua. Pur più figurative rispetto alle edizioni Fontana, queste illustrazioni mantengono la cifra distintiva di Adams: un senso costante di sospensione, dettagli ambigui, un’atmosfera carica di presagi. Anche qui, l’immagine non risolve il mistero, ma lo mette in moto.


Ci hanno sempre detto di non giudicare un libro dalla copertina, ma nel caso di quelle di Tom Adams è giusto fare un’eccezione.











