La prima volta che ho visto ‘Wanderers’, non pensavo di restarne così scosso.
Avevo appena conosciuto Erik Wernquist con Winter, e sapevo perfettamente cosa aspettarmi, o per lo meno lo immaginavo. Avevo intravisto qualche immagine sul suo showreel, ma al momento di trovarmici faccia a faccia non avrei mai pensato di perdermi fino a quel punto.
Ero lì, d’ovunque e in nessun altro posto.
Robe da richiamare stadi emotivi capaci di accedere a reminiscenze primordiali del mio essere, mica: “minchia che bello qui”.
Riproduzioni digitali di scorci realmente esistenti nel nostro sistema solare, trasposti concettualmente attraverso documenti, idee e teorie di alcuni dei più famosi autori scientifici e fantascientifici.
Tutto esattamente così, tutto esattamente come dev’essere. Dalla regia, al visual, alla musica, alla fotografia, a Carl Sagan, alla dedica finale e a me che ci sono gran rimasto. E dal momento che quando vado sotto la migliore cosa che possa fare è portarvi con me, posizionate lo schienale in modalità fullscreen e indossate le cuffie, perché da qui non si torna più indietro.
Un viaggio nell’immensità verso ciò che sconosciamo ma che ci appartiene da sempre.










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