C’è un’energia fuori controllo eppure perfettamente orchestrata nei lavori di Lobster Robin. Le sue opere, che si muovono tra graffiti, illustrazione e immaginari psichedelici, sembrano arrivare da un sogno bizzarro a metà tra cartoon vintage, deliri acidi e culture urbane. Belga d’origine, spirito nomade – spesso in Asia, tra Indonesia e Thailandia – Lobster Robin si muove con naturalezza tra i muri delle città e le superfici più impensabili, lasciando ovunque un segno riconoscibile, immediato, quasi ipnotico.

I suoi personaggi sono grotteschi, deformati, con espressioni esasperate e corpi fluttuanti che ricordano l’animazione anni ’70 e l’estetica DIY dei flyer punk. Ma c’è anche una forte componente illustrativa, un’attenzione alla composizione e al ritmo che rende ogni pezzo qualcosa di più di un semplice gesto istintivo. Nei suoi lavori si percepisce una tensione costante tra caos e controllo, tra spontaneità e costruzione. E poi il colore – acceso, saturo, violento – che diventa uno strumento narrativo, quasi musicale.

Lobster Robin non ha paura di sporcarsi, di mischiare riferimenti alti e bassi, sacro e profano, mostri e mascotte. Il suo universo visivo è una festa visiva che non chiede permesso. E proprio per questo, è impossibile ignorarlo.


C’è anche una dimensione narrativa implicita nel suo lavoro, come se ogni personaggio, ogni mostriciattolo dalla lingua penzolante o occhio strabico, fosse parte di un mondo più grande, in continuo movimento. Non è difficile immaginare i suoi murales come fotogrammi estratti da un film che non esiste, un’animazione muta che si racconta solo attraverso forme e colori. In questo senso, Lobster Robin sembra non dipingere solo immagini ma costruire universi, espandere immaginari, invitando chi guarda a perdersi dentro un caos che, a ben vedere, è più lucido di quanto sembri.























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