Il logo, che per decenni è stato un simbolo di appartenenza e riconoscibilità, oggi viene sempre più spesso percepito come fuori tempo, se non apertamente cringe. La logomania, fatta di monogrammi ripetuti e branding urlato, sembra aver perso presa su una generazione cresciuta in un’epoca nuova, fatta di incertezza economica. Il lusso costa sempre di più mentre il potere d’acquisto diminuisce. Eppure il logo non scompare mai davvero. Fa un passo indietro, ritorna e continua ad affascinarci a fasi alterne.

Su TikTok e sulle altre piattaforme social il discorso è diretto: sempre più giovani raccontano di non vedere senso nello spendere cifre sproporzionate per l’originale, soprattutto quando la distanza visiva tra autentico e replica è minima. Non è solo una questione di prezzo, ma una presa di posizione culturale. Il logo non garantisce più gusto né distinzione, anzi spesso produce l’effetto opposto. In un ecosistema saturo di immagini e identità costruite, l’iper-riconoscibilità diventa un limite più che un vantaggio.
Questa tensione tra logo, autenticità e valore non è però un’invenzione recente. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, ad Harlem, Drapper Dan aveva già trasformato il marchio in un campo di battaglia culturale. Le sue creazioni su misura, costruite riutilizzando monogrammi e materiali delle grandi maison, non erano semplici falsi, ma riscritture radicali di un linguaggio pensato per escludere. In quel contesto il logo non prometteva status, ma affermazione: diventava visibilità, identità, potere simbolico.
Cause, raid e, nel 1992, la chiusura forzata dell’atelier di Drapper Dan arrivarono però di conseguenza. Solo nel 2018, dopo un’accusa di appropriazione culturale rivolta a Gucci, il lavoro di Dapper Dan viene ufficialmente riassorbito dal lusso attraverso collaborazioni, capsule e celebrazioni istituzionali. Un riconoscimento tardivo che rende evidente quanto il confine tra fake e originale sia sempre stato più politico che estetico.
Riletto oggi, il percorso di Drapper Dan dialoga direttamente con il nostro rapporto con la logomania oggi. Se allora il logo veniva esasperato fino a diventare dichiarazione, oggi viene spesso rifiutato perché svuotato di senso. In entrambi i casi, ciò che viene messo in discussione è l’idea che il valore risieda nel marchio in sé, come se bastasse a garantire distinzione.
È in questo spazio ambiguo che si afferma anche il cosiddetto lusso silenzioso o quiet luxury, un’estetica basata sulla sottrazione, sulla qualità dei materiali, sul taglio e sulla durata nel tempo.
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Allo stesso tempo, il mercato dei fake perde parte dello stigma che lo accompagnava. Se il logo non è più automaticamente desiderabile, la distinzione tra vero e falso non è più rilevante come un tempo. La replica non è necessariamente un tentativo di ostentazione, ma una scelta pragmatica o anche ironica che mette in discussione l’intero sistema del lusso tradizionale.

Tutto questo, però, non segna la fine definitiva della logomania. Piuttosto ne conferma la natura ciclica. Il logo tende a tornare proprio quando sembra aver perso rilevanza, riattivato come segno consapevole, talvolta provocatorio, talvolta ambiguo.


Se Dapper Dan riutilizzava il logo per entrare in un sistema che escludeva, oggi ci troviamo davanti a uno scenario ancora più complesso dove convivono sia quiet luxury che loghi esagerati. E se nella contemporaneità tutto è visibile e replicabile, il lusso vive in una realtà nuova, che si contraddistingue per la sua complessità storica, politica e culturale.
