London Fashion Week Men’s: dieci brand da tenere sott’occhio

London Fashion Week Men’s: dieci brand da tenere sott’occhio

Collater.al Contributors · 5 anni fa · Style

L’anno nuovo è appena iniziato e la moda non resta mai indietro, anzi guarda sempre avanti. A posticipare il rientro in ufficio ci ha pensato la London Fashion Week Men’s, che lo scorso sabato ha fatto luce sulle tendenze e le collezioni che domineranno la prossima stagione invernale.

La capitale inglese è rinomata in quanto a innovazione e sperimentazione e, anche stavolta, l’aspetto curatoriale delle varie presentazioni ci ha lasciato a bocca aperta. Dai modelli che sfilano tra urinatoi in ceramica ricoperti di muschio, ai cloni e cyborg che ci ha presentato Xander Zhou, di certo i designer della capitale sanno come far parlare di sé! Ma, scenografie a parte, quello che abbiamo visto sulle passerelle conferma parzialmente le tendenze che vi avevamo annunciato per il 2019, rivisitando i classici del guardaroba maschile (come il completo giacca-pantalone o il giubbotto in pelle) e suggerendoci di giocare sempre più con gli accessori, che da tocco finale diventano protagonisti.

Come sempre, il nostro focus è sullo streetwear e lo sportswear, e qui vi elenchiamo i brand che ci hanno colpito di più:

Liam Hodges

Liam Hodges è il designer inglese formatosi sotto la guida dello stylist Simon Foxton, Royal College of Art, classe ’94. Le sue creazioni esplorano l’universo della mascolinità con un’espressività polisillabica, che si traduce in ampie silhouette, patch working, sportswear e workwear. Le sue influenze variano dal mondo dell’Hip Hop e skatewear al paganesimo inglese, lo sportswear e la cultura Post Punk. La sua ultima collezione “Mutations in the 4th Dimension” è proprio un misto di tutto ciò.
Le t-shirt e le polo rigate sono rifinite da stampe alla Fergus Purcell (grafico di Palace, Ashley Williams e AriesArise) e scritte che invocano i marziani. La collezione vanta due collaborazioni: la prima con il brand emergente Stain Shade, per le stampe Tye dye; la seconda con il brand sportivo italiano Ellesse, con cui ha rivisitato i pezzi del guardaroba sciistico del brand, trasformando giacche e pantaloni da sci in capi di comodo streetwear giornaliero. Tra gli accessori, confermata la presenza del balaclava anche per la prossima stagione.

Cottweiler

Cottweiler è il brand nato nel 2016 dal duo di designer Ben Cottrell e Matthew Dainty. Questa stagione ci hanno catapultato in parcheggio situato 12 piani sotto terra, in un ambiente adornato da urinali in ceramica ricoperti di muschio e luci di fanali di automobili finte. Il paesaggio ricrea l’ambiente dell’East End londinese e la collezione spinge i limiti del codice d’abbigliamento maschili. Giocatori di golf e cricket, insieme a cacciatori e dog-walkers, sfoderano uno sportswear formale, fatto di felpe zippate fino al collo, gilet multitasca, e pantaloni con gli esastici alle caviglie. A completare i look, gli accessori (i cappellini col simbolo Mercedes e Lotus e le cinture dalle chiusure innovative – potrebbero diventare nuovi concorrenti per Alyx?), e le scarpe realizzate in collaborazione con Reebok, un ibrido tra le sneakers e i mocassini.

Robyn Lynch

Robyn Lynch è la designer irlandese che quest’anno ha fatto il suo debutto alla London Fashion Week Men’s. Recentemente laureata alla Westminster University, le sue collezioni sono un tributo alle sue origini. Lo vediamo a partire dalla sua palette di colori dove, accanto al bianco e al blu, il verde è predominante. I suoi look mono-tono sono composti da tute, felpe con zip, maglioni e giacche da caccia. Mentre le silhouette (che ricordano lo stile sportswear anni ’80) si ripetono, i materiali si alternano. A tute di nylon vengono accostati gilet e maglioni di lana, mentre il tutto è completato da pantaloni e camicie in cotone. Largo spazio agli accessori: zaini monospalla e berretti di pail e nylon o intrecciati in lana.

Alex Mullins

Alex Mullins lancia il suo omonimo brand nel 2014, dopo aver concluso il suo percorso accademico alla Central Saint Martins e al Royal College of Arts. Da subito si distingue per il suo stile ‘hand made’, che gli è conferito dall’uso di tessuti sviluppati appositamente e tecniche di produzione avanzate. Trae ispirazione da modelli dall’apparel maschile tradizionale, che rivisita in chiave contemporanea. La sua ultima collezione infatti rivisita modelli di sartoria classica, le cui proporzioni vengono stravolte: le giacche arrivano a metà gamba e le maniche coprono le nocche, mentre il pantalone acquisisce una forma più ampia e morbida. Altra fonte d’ispirazione per la collezione il mondo del motocross, da cui riprende le forme e i colori di giacche e pantaloni.

Saul Nash

Nato e cresciuto a nord-est di Londra, Saul Nash è un ballerino che, dopo aver concluso gli studi di Performance Design alla Central Saint Martins, si è dedicato al fashion design. La sua ‘STATIC | MOTION: A Conversation Part II’ è un’evoluzione della sua collezione di laurea al Royal College of Art, dove ha intrapreso un Master in Menswear. Gli indumenti presentati sono un perfetto punto d’incontro tra le due discipline che hanno segnato il percorso formativo di Saul: la danza e la moda. Una collezione luxury sportswear presentata attraverso una performance coreografata dal designer stesso, che gli permette di mostrare al meglio le qualità dei suoi indumenti. I suoi modelli sportivi sono larghi e morbidi, rifiniti da zip e cordoncini che permettono a chi li indossa di personalizzarli secondo il proprio gusto ed esigenze.

A-Cold-Wall

Anche nell’ultima collezione presentata da Samuel Ross per A-Cold-Wall l’elemento performativo è stato parte integrante dello spettacolo: il pubblico ha assistito alla sfilata da dietro un percorso acquatico che attorniava la passerella, dove ballerini ricoperti di grigio si contorcevano a gattoni. Ospite d’onore il Dobermann che abbaia, che è scomparso nel buio con la stessa velocità con cui ha esordito. L’atmosfera e la musica (sempre di Samuel Ross) volevano essere un riferimento all’atmosfera di ansia e irrequietezza che stiamo vivendo. I modelli, sudati, si guardavano tormentati l’un l’altro mentre sfilavano sotto una luce fioca e scintillante. La collezione ha sfoderato capi simbolo del guardaroba pratico giornaliero: trench, gilet e pantaloni imbottiti, pantaloni da lavoro, polo e maglioni a collo alto. Caratteristici i ritagli innovativi che lasciano intravedere gli outfit multistrato. Oltre alle tracolle, anche borse e valigie hanno completato alcuni dei look e, sciarpe dalle e stampe geometriche, e cappelli con i copriorecchie, sono stati il tocco finale di una collezione in pieno stile A-Cold-Wall.

Per Gotesson

Anche lui vanta un corso di studi al Royal College of Arts nel suo cv. Introdotto nel cerchio della moda da Fashion East nel 2016, le collezioni di Per Gotesson sono una personale reinterpretazione degli indumenti essenziali del guardaroba maschile. Il suo stile è caratterizzato dal minimalismo scandinavo, che viene ravvivato dalla sua capacita di scomporre le classiche silhouette. I pezzi chiave della sua collezione sono le magliette multistrato strappate, che spesso lasciano intravedere la pelle, e le camicie dai toni spenti lasciate sbottonate sulle t-shirt. Non mancano i jeans al rovescio e completi giacca-pantalone in tartan e classico nero; ma la particolarità sta soprattutto nel pantalone, che si posiziona anni luce avanti al solito modello skinny (ve lo avevamo detto!). I pantaloni infatti presentano cuciture trasversali che conferiscono all’indumento una silhouette a campana, perfettamente abbinabile ai suoi giubbotti e cappelli con inserti in pelliccia.

Craig Green

Craig Green è ormai tra i designer da non perdere nel calendario della London Fashion Week. Dopo aver vinto il premio Designer of the Year del British Fashion Council nel 2018, con l’anno nuovo non smette di stupirci. La sua ultima collezione è frutto di sperimentazione di nuove tecniche, tessuti e materiali, come quelli dei packaging industriali o delle plastiche colorate usate per creare full-look con tanto di cappello (letteralmente). Oltre ai completi in tartan con ritagli al posto delle tasche e sui gomiti e top con scollo a caftano, riproposto anche per i completi semitrasparenti, Craig Green riprende una silhouette anni 60 nel design di pantaloni e impermeabili lunghi fino al ginocchio. Altri elementi che ci hanno colpito gli impermeabili dalle stampe fucsia e verdi, proposti anche in grigio o nero, e i suoi classici pantaloni dalle tasche oversize.

Floyd Hogan

Laureata alla Parsons di New York, Madeline Hogan disegna sotto l’acronimo di Floyd Hogan, il brand che sovverte gli stereotipi di mascolinità, e lavora come Materials Designer per Nike. La sua collezione si ispira ai bodybuilders e al mondo della WWE al suo apice, negli anni 70 e 80. Giacche a dir poco voluminose, che si ispirano ai bicipiti e pettorali gonfiati dei wrestler, entrano in contrasto le camicie stampate attillate e i maglioncini abbinati sotto. A pantaloni dai rigonfiamenti sporgenti si alternano pantaloncini setosi a vita alta e camicie dai colletti esagerati e appuntiti. Ma negli essentials del guardaroba Floyd Hogan non possono mancare le t-shirt stampate e i giubbotti in pelle dalle spalle esagerate, proposti sia in nero che in azzurro.

Xander Zhou

Ultimo, ma non per importanza o effetti speciali, Xander Zhou, esponente della new wave di designer cinesi. Ha fatto sfilare una serie di cloni, dottori-ingegneri e le loro creazioni, bambini tenuti in braccio o in carrozzine, esseri extraterrestri e cyborg, che hanno dato vita alle sua collezione futuristica. Gli abiti presentano colori vivaci, come quelle dei completi spaziali, muniti di cinture multifunzionali. I dottori indossano pantaloni dritti e polo azzurre (quello dei camici da ospedale), i maglioni dal collo alto ricordano i costumi di un film sci-fi degli anni 70, e le giacche in pelle dalle spalle imponenti sembrano uscite da Matrix. Predominanti, le comode felpe fleece, che vedete qui sopra in bianco e grigio. Insomma la collezione Supernatural, Extraterrestrial & Co, è un esplorazione dell’evoluzione umana e tecnologica, dove esseri geneticamente modificati sostituiranno la popolazione ordinaria.

Testo di Enrica Miller

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MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

Giulia Guido · 21 ore fa · Design

MOTOREFISICO, il duo composto da Lorenzo Pagliara e Gianmaria Zonfrillo – due architetti e designer romani – ha realizzato “Fog Of War”, un’installazione pensata per il live di “Spiritural Leader”, un brano di RBSN. Il risultato è una vera e propria esperienza immersiva dove a separare musicisti e spettatori c’era solo l’opera d’arte. “Spiritual Leader” è un brano di RBSN ispirato al dub poet Linton Kwesi Johnson e contenuto in “Stranger Days”, il suo primo album pubblicato con l’etichetta americana Ropeadope.

Chi è RBSN

RBSN, nome d’arte di Alessandro Rebesani, è un musicista fortemente influenzato da suggestioni internazionali che vanta un sound personalissimo e originale. Il suo stile combina jazz, musica elettronica, psych/soul e pop. Nel corso della sua formazione collabora con l’etichetta Tight Lines e con Sofar London ma una delle partnership più interessante è sicuramente quella con Tate Modern. Nel 2022 è il primo artista italiano nonché il più giovane a essere messo sotto contratto dall’etichetta newyorchese Ropeadope, che dà alle stampe il suo primo disco “Stranger Days”, apprezzato dagli addetti ai lavori e non solo. Oggi fa parte di ODD Clique, collettivo ed etichetta musicale nata a Roma per celebrare e diffondere ovunque la sua ricca scena musicale caratterizzata da un respiro internazionale.

Design e musica

La sintonia – palpabile durante la performance – è dovuta dal rapporto sinergico fra Lorenzo Pagliara e RBSN che collaborano dal 2018 su perfomarce AV. La sonorizzazione dei vari mapping in concomitanza alla performance è sicuramente uno dei punti di forza di questo happening.

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Come arte e design rispondono all’inquinamento

Come arte e design rispondono all’inquinamento

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Art, Design

«Mi preoccupo, ma non me ne occupo», con una citazione del suo barbiere, Ferdinando Cotugno termina l’articolo su Rivista Studio a tema inquinamento dell’aria, riassumendo in modo schietto e sincero l’atteggiamento dei più nei confronti del problema. La pessima qualità dell’aria è un tema caldo già dall’inizio del nuovo anno ma è negli ultimi giorni, soprattutto a Milano e in tutta la Pianura Padana, a diventare protagonista. I dati mostrati sono allarmanti, sui social tutti sembrano condividere le infografiche. Quel colore viola intenso ci preoccupa, soprattutto se guardiamo al resto d’Europa, colorata di verde e blu, persino nelle grandi metropoli come Londra e Parigi la situazione sembra essere stabile. Ciò non significa che il resto d’Europa – o del mondo – si comporti meglio rispetto a noi, il motivo di questa sostanziale differenza è la conformazione geografica, ma questo non toglie che la situazione è grave e va affrontata. L’ansia diffusa sui social sottolinea un allarmismo dal basso che non sembra essere recepito dai piani alti. L’inquinamento dell’aria, lo smog, le polveri sottili – così come il cambiamento climatico in senso lato -, non sono di certo un tema nuovo. È un problema decennale che nascondiamo sotto lo zerbino, chi per rassegnazione chi per indifferenza, da tirare fuori solo quando diventa un trend, forse perché ce lo sbattono davanti agli occhi?

In questo senso, l’infografica assume un ruolo determinante. Un’immagine visiva può far scattare in noi un meccanismo di consapevolezza del problema, da invisibile e impercettibile a tangibile ed evidente. Se l’aspetto visivo è in quest’ottica fondamentale, chi meglio dell’arte può contribuire a diffonderlo? Oltre ai grafici che stanno circolando sui social, anche l’arte prova a inserirsi in questo contesto, ma non con poche difficoltà. Cercando sul web non è facile imbattersi in progetti davvero significativi, o meglio, che comunichino in modo efficace il problema ambientale. Qualche anno fa, lo scrittore, giornalista e antropologo indiano Amitav Ghosh pubblicava La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, interrogandosi sulle ragioni per cui gli artisti contemporanei trovassero difficile affrontare il tema delle catastrofi naturali. Una prima risposta la abbiamo avuta dalla recente mostra Everybody talks about the weather, nella sede veneziana di Fondazione Prada. Il curatore Dieter Roelstraete sostiene che il mondo dell’arte sembri prestare scarsa attenzione alla tematica, dunque tutti parlano del tempo tranne che il mondo dell’arte. O almeno, non come dovrebbe. In quest’ottica Roelstraete insiste sulla collaborazione tra scienza e arte, sfruttando la forza estetica del sapere scientifico e il protagonismo dell’arte contemporanea. La potenza dei meta dati e delle infografiche ritorna. «Questa mostra è preziosa perché potrebbe essere una delle prime di una nuova generazione capace di non fermarsi all’arte ma di “usarla” come occasione per lavorare su quella disattenzione socio-politica della società odierna che appare come il sintomo della nuova sindrome Don’t Look Up», facendo riferimento al film di Adam McKay del 2021, Nicola Davide Angerame su Artribune commenta lo sforzo comune dell’arte e della scienza nel delineare una forma di qualcosa che non la ha, ma non per questo può essere ignorata. Dunque, ora che il problema ha una forma potrà essere affrontato o, come in Don’t look up, lasceremo che il meteorite colpisca la Terra fino a distruggerla?

Verosimilmente, quest’ultima domanda non può avere una risposta univoca. Senza dubbio sono in molti a essersi attivati. Se da un lato l’arte – con uno sguardo scientifico e documentaristico – tenta di farsi portavoce di un messaggio, dall’altro sono l’architettura e il design a provare a rispondere in modo concreto al problema. In questo terzo paragrafo vogliamo essere possibilisti, riportando alcuni esempi significativi che fanno sperare in un futuro più sostenibile. Se pensiamo che più del 10% delle emissioni di anidride carbonica sono prodotte dal settore edile, rimanendo in territorio milanese è impossibile non citare il Bosco Verticale e prenderlo come esempio di un progresso ancora in corso. «Ormai sappiamo che le città giocano un ruolo importante nel plasmare il futuro del nostro Pianeta, essendo responsabili del 75% delle emissioni di CO2. E nelle città dobbiamo agire.» ci ha spiegato l’architetto del Bosco Verticale Stefano Boeri in un’intervista dell’anno scorso durante la Milano Design Week. «Le grandi città hanno l’opportunità di diventare parte integrante della soluzione al cambiamento climatico e alle problematiche ambientali che stanno influenzano la nostra vita di tutti i giorni, integrando la natura, salvaguardando quella esistente e aumentando il numero di foreste». Quello che Boeri suggerisce è una pratica che negli ultimi anni sta prendendo piede nella progettazione, ovvero quella di trarre ispirazione dalla natura per trovare materiali alternativi. In passato abbiamo già parlato del micelio, uno dei biomateriali più adatti a sostituire la fibra di vetro e il calcestruzzo, quest’ultimi tra i materiali più inquinanti. In quest’ottica è interessante citare il documentario di Netflix Verso il futuro, che nell’episodio 10 (I grattecieli) ipotizza uno scenario futuro in cui i grattacieli saranno completamente costruiti con materiali vivi che si inseriranno nel metabolismo della Terra, aumentando così la produzione di ossigeno e riducendo al massimo gli sprechi.

Gardens By The Bay, Singapore

Se in Verso il futuro viene citato sia il Bosco Verticale di Milano sia i Gardens by the Bay di Singapore, è il terzo episodio di Abstract – sempre su Netflix – a chiarirci ancora di più le idee. La protagonista dell’episodio è Neri Oxman, una designer israelo-americana ed ex professoressa nota per combinare arte, design, biologia, informatica e ingegneria dei materiali. Oxman lavora con un team multidisciplinare al MIT Media Lab, con una vision ben delineata: immaginare un futuro di completa sinergia tra la Natura e l’umanità. Il suo obiettivo è infatti quello di «creare materiali nuovi per la natura, con essa e derivati da essa», come per esempio il Silk Pavilion. Si tratta di una struttura metallica sulla quale dei robot – da lei progettati – hanno tessuto una rete di seta, completata dalla presenza di più di seimila bachi da seta che agiscono come “stampanti 3D biologiche” ricoprendo interamente la struttura iniziata dai robot fino a completarla.

Sono molti gli esempi che potremmo riportare dal campo della progettazione, ma anche la street art – nel suo piccolo – porta un contributo per contrastare l’inquinamento. Pensiamo alla vernice antismog utilizzata da alcuni, in grado di assorbire le polveri sottili presenti nell’aria. Uno dei più grandi d’Europa è a Roma, nel quartiere Ostiense, realizzato da Iena Cruz e assorbe la stessa quantità di smog di un bosco di trenta alberi. A Milano vi riportiamo un vecchio murales del 2019 di Camilla Falsini in Corso Garibaldi.

Indifferenza e attivismo. Due facce della stessa medaglia che caratterizzano l’atteggiamento socio-politico a un problema più che rilevante per la nostra sopravvivenza. Arte, architettura, design provano a inserirsi in una corrente ambientalista e offrono soluzioni alternative, ma basteranno a salvarci? Non ci resta altro che provare a ricordarcene sempre, non solo quando il nostro algoritmo lo decide. In questa scia critica verso noi stessi, chiudiamo questa riflessione con un cortometraggio dell’illustratore britannico Steve Cutts, che con un linguaggio crudo e diretto esplora la distruzione dell’ambiente per mano dell’uomo, forse spingendoci ad agire.

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Wekino diventa portavoce del K-Design

Wekino diventa portavoce del K-Design

Giorgia Massari · 3 giorni fa · Design

Si è appena conclusa la Stockholm Furniture & Light Fair, la fiera svedese dedicata al design. Senza sorprenderci troppo, abbiamo notato la nuova veste di Wekino, il brand coreano con sede a Seoul, che entra a tutti gli effetti nella scena internazionale del design, facendosi portavoce del cosiddetto K-Design. Come ormai è noto a tutti, la cultura coreana negli ultimi anni è un trend a tutti gli effetti, dalla musica al cinema, ma anche l’estetica e la skin care. È arrivato anche il turno del design. Wekino lo fa in modo intelligente, oltre al rebranding avvia una collaborazione con Note Design Studio con sede a Stoccolma. L’intenzione è quella di allineare il design coreano alla scena internazionale, diventandone un punto di riferimento. Per la nuova collezione, Wekino ha selezionato sei piccoli studi di design emergenti con l’intenzione di commissionare loro nuovi lavori che possano far coesistere la freschezza di cui necessitano e la tradizione. Il progetto si chiama Wekino With, i designer sono tutti rigorosamente coreani e la parola chiave è juxtoposition. Un binomio equilibrato tra artigianato e ipermodernismo. Scopriamo qui di seguito i sei studi selezionati e i prodotti che hanno realizzato per la collaborazione.

Studio Pesi e la sedia Stout


Studio Word e il tappeto Oddly

 
 
 
 
 
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Studio-Chacha e lo specchio Chroma


Studio Kunsik e il tavolo Salong


Kuo Duo e i due pezzi Reel Hanger e Book Worm


Kwangho Lee e la collezione di scaffali Pirouette

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Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri

Alla scoperta di Casa Malaparte a Capri

Anna Frattini · 1 settimana fa · Design

Jacquemus continua nel suo intento di catturare l’attenzione in termini di location. Prima la sfilata da Fondazione Maeght – la galleria situata a Saint-Paul-de-Vence, vicino a Nizza – poi l’annuncio di un nuovo show a Casa Malaparte. Il tutto, in previsione della presentazione della collezione Resort fissata per il 10 giugno a Capri. In attesa di questo appuntamento, ecco tutto quello che sappiamo sulla villa, sulla sua storia e qualche curiosità in più.

 
 
 
 
 
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La storia di Casa Malaparte

Quella che andrà in scena il prossimo 10 giugno sarà una vera e propria celebrazione della vita, in occasione dei 15 anni dalla nascita del brand francese. La location, Casa Malaparte, è un luogo divisivo, per anni al centro di dibattiti sulla sua architettura brutalista e sulla sua posizione, che ha aperto un dibattito sulla questione ambientale. Anche Jean-Luc Godard la scelse per mettere in scena Il disprezzo, un film dove ritroviamo Brigitte Bardot, icona del cinema immortale.

La storia di Casa Malaparte inizia nel 1937, a Capo Masullo. È Adalberto Libera, architetto modernista, a pensarne la grintosa architettura raccontata anche in un saggio illustrato a opera di Cherubino Gambardella. Lo scrittore Curzio Malaparte, orbitando spesso nei pressi di Capri, decise quindi di costruire un luogo tutto suo grazie all’aiuto di Libera, nello stesso giro di amicizie dello scrittore. L’intenzione era quella di realizzare «un autoritratto abitativo ed estetico» come scrive sul suo diario, così riportato da Francesca Faccani su Vogue. Il risultato non è altro che un edificio arroccato su una scogliera, a strapiombo sul mare.

 
 
 
 
 
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Fra cinema e pubblicità

Ma come ha fatto Curzio Malaparte a ottenere il permesso di costruire proprio lì, a Capo Masullo, al tempo un luogo raggiungibile solo a piedi? E come è entrata nell’immaginario comune? Alla prima domanda possiamo rispondere che lo scrittore, forte della sua amicizia con il Ministro degli Esteri del tempo – Galeazzo Ciano – ottenne così i permessi per costruirla. Per rispondere alla seconda domanda, invece, dobbiamo guardare anche alla cinematografia. Non solo al film sopracitato, Il disprezzo, ma anche a La pelle, un film di Liliana Cavani basato sul romanzo del proprietario originale di Malaparte. Ci sono anche pubblicità come quella di Yves Saint Laurent del 2018 – con Kate Moss e Jamie Bochert – che ci hanno permesso di dare uno sguardo alla villa, ormai chiusa al pubblico da molti anni.

Che Jacquemus – ancora indipendente e lontano dalle dinamiche dei grandi conglomerati del lusso – sembra aver sempre meno da raccontare lo ha detto anche Cecilia Andrea Caruso, nella sua newsletter. Quello che è certo, però, è che Simone Porte Jacquemus – abilissimo comunicatore – spesso e volentieri ci porta in luoghi affascinanti poco o nulla esplorati dal mondo della moda. Ci chiediamo ora, quanto potremmo vedere di questo luogo così misterioso e iconico. Non ci resta che aspettare il 10 giugno.

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