Art Gli oggetti narrativi di Lucia Hierro
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Gli oggetti narrativi di Lucia Hierro

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Chiara Sabella

Classe ’87, origini dominicane, Lucia Hierro è un’artista concettuale nata e cresciuta a Washington Heights, NYC. Il suo percorso si intreccia alla storia personale, materia prima per le riflessioni culturali e sociali dei suoi lavori.
Tra Pop Art, minimalismo e la “fastidiosa” tradizione della natura morta, definita ironicamente così dall’artista per l’insistenza documentaristica della cultura olandese. Catturata dal simbolismo di questi linguaggi, Hierro si esprime attraverso gli oggetti quotidiani della cultura Latinx e dei quartieri newyorkesi, mostrando contrasti e connessioni tra culture e classi sociali.

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L’identità culturale è il focus di una ricerca che si traduce in stampe digitali, sculture, istallazioni e collage narrativi. Sfruttando il senso di familiarità evocato dai materiali, Lucia Hierro lavora per “strati di significato”, come nelle serie Bodegon o Mercado che raccontano la nostra storia di consumatori in chiave intima e personale.

L’identificazione è un punto fondamentale del suo lavoro: “cosa c’è di più personale di un materiale che si indossa, o in cui si dorme, o su cui ci si siede?”. L’oggetto diventa un modello di vita, ci parla dei “lavori invisibili” delle comunità latinoamericane a New York, di una cultura tanto fluida quanto classista ed esclusiva
Lucia Hierro porta avanti le sue tesi accostando realtà e immagini quotidiane, per distorcere, astrarre e mettere in discussione il ruolo di questi oggetti nella nostra vita, così come il nostro posto nella società degli oggetti.

In questa realtà, il consumismo detta le regole e le gigantesche shoppings bags piene di ogni genere di articolo, diventano il sinonimo del nostro vivere quotidiano. Davanti alle opere di Lucia Hierro, siamo sospesi tra una narrazione personale, soggettiva e discorso collettivo che interpella ognuno di noi. 
Gli oggetti sono la moneta del nostro tempo, al variare di ognuno vediamo un modello di vivere differente, “anche se non si vede un volto specifico, la condizione umana è ovunque”. 

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Scritto da Chiara Sabella

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