Art Dentro i barattoli di marmellata di Magali Reus
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Dentro i barattoli di marmellata di Magali Reus

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Giorgia Massari
magali reus

La Milano Art Week è appena iniziata, intorno alla tanto attesa fiera Miart sono tantissimi gli eventi che animeranno la città. Tra questi, la Fondazione Arnaldo Pomodoro inaugurerà il 10 aprile al Museo del Novecento la mostra personale dell’artista olandese Magali Reus (1981), vincitrice della settima edizione del premio Arnaldo Pomodoro per la Scultura. Off Script è il titolo dell’esposizione a cura di Federico Giani che presenterà Clementine, una serie di opere che ben esplicano la pratica e la ricerca dell’artista volta a un’attenta osservazione del quotidiano, in particolare di tutti gli oggetti che lo popolano, poi ricreati e riconfigurati. Questo approccio trova un forte parallelismo nel contesto milanese di aprile, che con le due week orienta la ricerca artistica e progettuale verso nuovi modi di vedere il mondo, soprattutto in un’ottica sostenibile e con un impatto sociale positivo. Allo stesso modo, la pratica di Magali Reus, che attinge dalla realtà per poi manipolarla, stimola una riflessione alternativa sul nostro ambiente quotidiano e sul nostro modo di vivere. Pensiamo alle opere al Museo del Novecento, concepite a partire dal contesto domestico, in particolare ai barattoli di conserve, da un lato evocano una dimensione casalinga e nostalgica, dall’altro riflettono sull’artificiosità che anche una tradizione semplice ha subito. Ma parliamone con l’artista e addentriamoci nella sua ricerca che in qualche modo strizza l’occhio al ready made senza veramente metterlo in pratica.

Magali Reus Ph Jules Moskovtchenko

Il tema della sostenibilità è sempre più rilevante nel contesto contemporaneo, anche l’Art e la Design Week pongono l’accento su questo tema. Anche la tua mostra Off Script sembra guardare con attenzione a questa questione. Come pensi che la tua pratica artistica si relazioni a questa tematica? 

MR: La sostenibilità è un concetto economico, sociale e ambientale che nasce da una riflessione rinnovata e urgente sull’ecologia. È diventato sempre più rilevante in quanto il nostro habitat è evidente che sia in permacrisi ambientale. Tuttavia, la sostenibilità non è definita o articolata come un’esplorazione tematica nel mio lavoro; certamente la nozione di ecologia è qualcosa che è emersa sempre più spesso, sia che sia stata esplicitamente sollecitata sia che sia stata solo intuita. È inevitabile che si insinui nel mio lavoro, perché l’ecologia riguarda l’interconnessione. La nostra crescente consapevolezza la rende oggi qualcosa di palpabile e urgente. Permea ogni nostra fibra: determina il modo in cui viviamo le nostre vite, il nostro ambiente fisico, la nostra psiche, la nostra immaginazione. Il nostro presente e il nostro futuro incerto vengono modellati. Non c’è da stupirsi che emerga nel mio lavoro – concettualmente, materialmente e persino logisticamente.

Le tue opere sono state descritte come “puzzle scultorei meticolosamente costruiti a mano”. Ci puoi raccontare di più sulla tua tecnica e sulle influenze artistiche che ti guidano?

MR: A mio avviso, il termine puzzle è qualcosa che potenzialmente può creare una certa confusione deliberata in un’opera, in cui l’artista deve necessariamente assumere un ruolo superiore o educativo nei confronti dello spettatore, affidandogli il compito di trovare una “soluzione”. Ritengo che questo tipo di struttura crei una dinamica di potere che voglio assolutamente evitare. Spero che le mie opere offrano un piano di accesso paritario agli incontri. Voglio consentire una miriade di interpretazioni plurali piuttosto che una risposta singolare e predeterminata.

magali reus
Clementine (Tendon Shoots), 2023 | Photos: Eva Herzog

Le tue opere in mostra al Museo del Novecento, in particolare la serie “Clementine”, sembrano giocare con la dualità tra oggetti familiari e il loro significato rielaborato. Puoi spiegarci come la nostalgia per la produzione alimentare casalinga si intreccia con la realtà della produzione e distribuzione di massa?

MR: Potrei approfondire questa domanda all’infinito. Un recente saggio scritto sul mio lavoro da Filipa Ramos – pubblicato nella monografia intitolata Red Roses – articola una risposta così bene e in modo così comico che non posso fare a meno di condividerlo con voi:

L’aspetto domestico di Bonne Maman, con un coperchio che simula un panno di cotone a quadretti (il già citato motivo di Vichy) e un’etichetta stampata che imita la calligrafia di un’altra epoca, allude a un mondo fatto di conserve domestiche, di piccolo foraggiamento intergenerazionale nei boschi e nelle terre comuni e di libri di ricette tramandati da generazioni. In realtà, il marchio è un segno dell’industrializzazione della natura e della strumentalizzazione della cura, poiché testimonia come una cosa semplice come una composta sia diventata materia di un’azienda multinazionale, e come il suo involucro renda le persone ignare delle storie che conoscono troppo bene e a cui non hanno tempo di pensare, in modo simile a come non hanno tempo per raccogliere frutta e fare marmellate. Quando comprate una marmellata Bonne Maman, quello che comprate è una finzione, una finzione in cui venite portati in un mondo in cui le nonne che si prendono cura di voi e indossano un grembiule mescolano fragole mollicce con i loro cucchiai di legno.

Filipa Ramos
magali reus
Clementine (Out of Orbit), 2023 | Photos: Eva Herzog

Fondazione Arnaldo Pomodoro ti ha attribuito il premio per la scultura, affermando che la tua pratica “apre nuove prospettive di approccio al mondo che ci circonda”. Spiegaci di più riguardo la tua ricerca in questo senso. Cosa cerchi nel quotidiano e come agisci su di esso?

MR: Non sono sicura di essere veramente alla ricerca di qualcosa in quanto tale. Spesso mi capita di incrociare cose che mi incuriosiscono e mi interessano. Il mio processo di ricerca è molto ampio: vedo molta arte, tra libri, musei, gallerie, aste, nel web e così via. Quando viaggio mi imbatto in cose, nelle strade, ovunque ogni giorno. Uso la fotografia per documentarli. Colleziono molte immagini, oggetti, tessuti, materiali e libri.

Cumulativamente, tutte queste cose riempiono una sorta di piscina, in qualche modo catalogata, ma più simile a un vasta quantità di dati visivi e scritti. Non ha senso per nessuno se non per me. Attingo da questo materiale per ispirarmi. Alcuni di questi materiali rimangono lì per anni fino a quando non trovano la strada per tornare nel mondo attraverso l’opera. A volte trovano naturalmente il loro posto oppure richiedono di essere manipolati, forgiati, trascinati in una certa posizione. Attraverso una sorta di collisione alchemica emerge qualcosa di completamente nuovo e molteplice, qualcosa su cui riflettere e che ha una certa energia vibrante che può andare oltre l’abitudine o le aspettative immediate.

Come ci si sente a esporre in un luogo così importante per la città di Milano che espone alcuni degli artisti più importanti delle Avanguardie del’900? Raccontaci qualche retroscena della mostra e delle opere esposte.

MR: È un vero onore e la notizia della nomina è stata per me una vera sorpresa. Ricevere il premio è stata un’altra fantastica sorpresa! Al Museo del Novecento esporrò una selezione di cinque opere della serie Clementine che hai citato prima. Queste opere a parete saranno esposte sopra e intorno a una serie di caratteri tipografici ingranditi, dipinti a mano sulle pareti del museo. Questi caratteri, scelti tra i segni di punteggiatura, appartengono a un font che ho sviluppato di recente, intitolato KOOL. L’intenzione è che questa punteggiatura crei una struttura simile a una frase che fa dialogare le parole tra loro intorno allo spazio architettonico che abitano, collegando così i tre elementi in un unico tipo di scrittura, anche se piuttosto astratta e forse non letterale o conclusiva.

magali reus
Clementine (Bandid), 2023 | Photos: Eva Herzog

Parliamo del libro d’artista che presenterai in occasione della mostra, realizzato da Fondazione Arnaldo Pomodoro in collaborazione con Lenz Press. Sappiamo che sei partita dal concetto di scarto, in particolare focalizzandoti sugli scarti del cavolo rosso e hai poi costruito un parallelismo con l’alfabeto latino. Qual è stato il processo creativo dietro a questo progetto?

MR: Non tanto gli scarti, quanto piuttosto una forma che è emersa affettando una struttura vegetale esistente: il cavolo rosso. Mi sono imbattuta nel suo potenziale calligrafico per pura coincidenza. Dopo essermi preparata il pranzo, ho notato che le piccole scaglie rimaste nel mio piatto scrivevano suggestivamente una parola: “england“. Era straordinario e in qualche modo pieno di significato. Come le foglie di tè lasciate sul fondo di una tazza. Ho documentato il piatto per ricordare l’evento e solo dopo qualche anno ho deciso di trasformarlo in un font.

Ho acquistato un certo numero di cavoli e li ho tagliati a fettine, cercando nel mucchio ogni carattere e simbolo tipografico. Ho poi documentato tutto fotograficamente. Successivamente, usando le fotografie come guida, ho disegnato le forme e ho semplificato ognuna di esse in tre colori diversi (un viola scuro, una tonalità di viola più chiara e infine una “polpa” bianca). Le ho convertite in forme grafiche vettoriali al computer. Come potete immaginare, l’intero processo ha richiesto un bel po’ di tempo.

Volevo trovare un modo finale per segnare il completamento del carattere e metterlo in mostra. Naturalmente il Type Specimen Book (un formato a cui ero già molto interessata prima di questo progetto) mi è sembrato il modello visivo più appropriato per esplorare il carattere. Formalizzato e al tempo stesso giocoso, si è trasformato in un libro insolito, che per certi versi potrebbe essere percepito come un oggetto scultoreo.

La mostra è aperta fino al 30 giugno

Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro, Magali Reus, Museo del Novecento

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Scritto da Giorgia Massari
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