Art Ivan Pokidyshev dipinge il calore della vita
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Ivan Pokidyshev dipinge il calore della vita

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Arianna Maria Leva

Nei dipinti di Ivan Pokidyshev, le figure umane appaiono come presenze incandescenti: non sono illuminate dall’esterno, ma sembrano emanare la propria luce. È questa inversione a rendere immediatamente riconoscibile la sua pittura.

Nato a San Pietroburgo nel 1993 e diplomato all’Accademia di Belle Arti Repin nel 2017, Ivan Pokidyshev ha costruito la propria ricerca intorno a due elementi fondamentali: luce e calore. Dal 2018 il suo Light and Warmth Project esplora proprio la possibilità di trasformare fenomeni normalmente invisibili in immagini pittoriche.

Alla base del suo metodo c’è la termografia a infrarossi, una tecnologia che registra la radiazione termica emessa dagli oggetti. In una termografia, le temperature più elevate vengono visualizzate attraverso tonalità più luminose e intense. Pokidyshev parte da questa logica per costruire un linguaggio pittorico personale: il calore diventa colore, la temperatura diventa luce e ciò che normalmente percepiamo senza poterlo vedere assume una forma concreta sulla tela.

Un corpo immerso nel buio, una pelle che non ha più il colore della pelle, una luce arancione che sembra provenire dall’interno. Il risultato non è però la semplice riproduzione di un’immagine termica, perchè l’artista traduce quel principio in pittura a olio e, in alcuni lavori recenti, acrilico, mantenendo una struttura figurativa riconoscibile ma alterandone completamente la percezione cromatica. L’Erarta Museum, presentando la sua personale Wanderers in the Dark, descrive proprio il calore come una manifestazione di energia vitale che può passare da una figura all’altra oppure dissolversi nel vuoto.

È soprattutto il colore a costruire questa sensazione, con blu e neri profondissimi occupano lo spazio intorno alle figure, mentre rossi, arancioni e gialli si concentrano sui corpi fino a trasformarli in superfici incandescenti. Il contrasto non serve soltanto a rendere l’immagine più spettacolare, ma crea una gerarchia visiva precisa, nella quale la presenza umana emerge dal buio come una fonte di energia.

Nell’immagine, quindi, il corpo conserva la propria anatomia ma perde la propria temperatura visiva abituale. La pelle non è più rosa, beige o bruna: diventa una scala cromatica legata al calore, e questo scarto produce una strana familiarità. Riconosciamo immediatamente una figura umana, ma siamo costretti a guardarla attraverso un sistema percettivo diverso.

È proprio questa distanza tra ciò che l’occhio vede e ciò che normalmente non può vedere a rendere interessante la ricerca di Ivan Pokidyshev. La sua pittura non utilizza la termografia soltanto come effetto estetico, ma come strumento per spostare l’attenzione dalla superficie verso qualcosa di più difficile da rappresentare: energia, vicinanza, solitudine, connessione.

Anche il buio assume così un ruolo fondamentale. Non è semplicemente uno sfondo nero sul quale far risaltare i colori caldi, ma uno spazio che permette alla luce di acquistare significato. Il corpo emerge dal vuoto e sembra attraversarlo, come se ogni figura portasse con sé una piccola riserva di energia.

Questa relazione tra luce e oscurità attraversa anche la personale Wanderers in the Dark, presentata all’Erarta Museum tra il novembre 2025 e il febbraio 2026. Il percorso metteva in relazione la vitalità luminosa dei soggetti con un tema più esistenziale: il movimento attraverso l’oscurità e l’incertezza.

Oggi il lavoro di Pokidyshev continua a interrogare il rapporto tra realtà e percezione. Nella mostra collettiva We Paint What You Might See, in corso alla Tang Contemporary Art di Hong Kong fino al 10 ottobre 2026, la sua ricerca viene presentata proprio per il modo in cui utilizza la pittura per mettere in discussione ciò che consideriamo visibile e reale. Nel caso di Pokidyshev, ciò che viene portato sulla superficie è letteralmente l’invisibile, cioè il calore e l’energia che attraversano un corpo.

Le sue figure sembrano così appartenere a un mondo che conosciamo ma che normalmente non possiamo vedere e la pittura diventa una sorta di mappa termica dell’esistenza, dove il colore non descrive semplicemente un corpo, ma ne rivela la presenza. Nelle mani di Pokidyshev, il calore diventa un modo per parlare di ciò che ci tiene in vita e di ciò che ci mette in relazione con gli altri. Una luce che non arriva da fuori, ma che sembra nascere direttamente dalle persone.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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