Articolo di Floriana Savino
Nei mesi della Biennale la Marea di Melissa McGill (Rhode Island, 1969) si appresta ad abbracciare un’arteria storica della vita condivisa in Laguna. Per l’intervento a carattere installativo un mare di dipinti restituito in stoffa, galleggiante nel cielo, riconduce alla mirabile poesia narrata da Rebecca Solnit in evocazione dell’immagine somma della cosiddetta nonna ragno.
Scrive, pertanto, Solnit tra le pagine del saggio Gli uomini mi spiegano le cose (2014):
Si tratta della più ordinaria e straordinaria delle azioni, stendere il bucato […] e dipingere. L’atto pittorico fa ciò che senza parole si può fare, evocare tutto e non dire niente, introdurre significati senza aderire in particolare a nessuno, fornire un interrogativo aperto piuttosto che risposte. […] Si possono raccontare tante storie su una donna che stende il bucato ad asciugare – certe volte appendere i panni al filo è un compito piacevole, una breve gita nella luce. […] Fino all’invenzione dell’asciugatrice, stendere il bucato è stato il modo comune di asciugare i panni lavati, io stessa lo faccio ancora. Altrettanto fanno le immigrate latine e asiatiche a San Francisco, con i panni appesi fuori dalle finestre di Chinatown e nei cortili di Mission District che svolazzano come tante bandierine di preghiera tibetane. Quali storie ci raccontano i jeans consunti, gli abitini dei bambini, un reggiseno di una certa misura, una federa a righe?
La poetica del filo, tenuta stretta al dinamismo sciolto e all’orizzonte dei panni stesi al sole, restituisce la traiettoria di un progetto da McGill pensato come il più ostinato e generoso territorio di un incontro, che sa parlare di cittadinanza e unione comunitaria. Venezia rappresenta per l’artista un punto di approdo; ne conoscerà le bellezze da turista per stabilirsi per tempo nei suoi spazi come cittadina grata di un orizzonte di scambio reciproco e convivenza possibile.


L’intervento così pensato per la calle di Corte Nova, nel Sestiere di Castello, abbraccia un itinerario che, pur mantenendo ben saldo il territorio della ricerca artistica propria di Melissa McGill (l’attivismo ambientale, una ricerca antropologica caratteristicamente al femminile), ha saputo intellettualmente donarsi alla possibilità più fervida e variegata di un incontro vero e vivo con le istanze degli abitanti e degli studenti che all’effettivo abitano quegli spazi e vi hanno preso parte.
Se la condivisione dell’operatività in nome dell’arte può spesso traghettare oltre un’idea originaria di partenza (sovente cambiando rotte e immaginari), va al nuovo intervento d’artista il merito di aver restituito l’essenza di un progetto puntualmente voluto entro la preziosità e le peculiarità di più mani, che all’unisono han saputo tessere una storia di vele e onde plasmate sulla traiettoria del quotidiano.
Ammaliando con potente e leggiadra bellezza, i lenzuoli stesi al sole di una calle abitata dalla forza di una tradizione e dal vicinato più attivo intonano l’ode di un tempo e un territorio reso fragile dall’agire spropositato dell’uomo, nonché dall’impatto infausto del più invasivo turismo di massa. Un panno affidato al vento, dal bel colore delle onde del mare, sa così richiamare la bellezza di un eterno fluttuare e, parimenti, evocare gli spettri distruttivi di un mare grosso o in tempesta, intento a spazzare via le bellezze e i preziosi architettonici di una città che vorremmo eterna e protetta.


Le acque della Laguna veneta avevano già ispirato l’operato d’artista con la Red Regatta del 2019, per proseguire un anno fa con il progetto di un archivio vivo e visualmente condiviso, ancora una volta, in accordo e collaborazione con il vicinato di Corte Nova (Quei de la Corte Nova, 2025). In quella occasione era stata la tenacità del filo da bucato a suggerire e anticipare vivamente la forza di una trama impegnata, che sa parlare di vicinanza e attivismo cittadino. Lo scatto fotografico, in qualità di reperto archivistico di una stagione passata (nello specifico gli anni Trenta del Novecento), ha saputo così riaccendere il ricordo vivo di quanti lungo quelle vie sono nati, hanno vissuto, per poi partire, tornare, ancora una volta andare, oppure restare.
Lungo la traiettoria del filo, l’arte partecipativa ha conosciuto una piccola grande donna di nome Maria Lai che in Legarsi alla montagna (1981) seppe evocare coralmente l’essenzialità di un ristretto e prezioso mondo protetto unicamente dalla forza di quanti per esso lottano controcorrente, oltre le esigenze e le mire espansionistiche del più temerario spirito capitalistico. In Melissa McGill torna il sentire autentico di un’attivista dell’arte, che ha scelto l’acqua e il moto del mare per leggere e udire il battito del mondo.
Entro una piccola scatola in legno (Box of Waves, 2022) l’universo sensibile e ondoso di Melissa profuma per gli occhi di una brezza marina, che supera di gran lunga il valore stimato del più lussuoso prezioso della Storia. Restituendo il canto del vento e la forza vitale delle onde che baciano la terra, la fetta di mondo per l’arte sondata da Melissa McGill vuol essere il più solerte invito a non abbassare la guardia sui danni perpetrati e inflitti all’ambiente, affinché vivo continui ad essere il canto del mare e assai lucente l’abbraccio sconfinato delle stelle.
