Il lavoro della designer belga Mathilde Wittock parte dai materiali per arrivare a qualcosa di più difficile da progettare, cioè una relazione sensoriale con gli oggetti. Wittock osserva ciò che normalmente consideriamo uno scarto, un residuo o una materia ancora senza una funzione definita e cerca di capire che cosa possa diventare, spaziando dalle palline da tennis usate alle radici delle piante.


Nel lavoro della designer la sostenibilità è il punto di partenza di una ricerca che mette insieme biodesign, scienza dei materiali, design industriale e percezione sensoriale. Il suo studio MWO, fondato a Bruxelles nel 2024, lavora oggi su materiali locali, rinnovabili e derivati da scarti, sviluppandoli per arredi, superfici e installazioni acustiche. Definire Wittock semplicemente una “designer sostenibile” rischia di essere riduttivo, perchè il suo interesse non è soltanto da dove proviene un materiale, ma anche ciò che quel materiale permette di farci sentire.
Wittock lavora con materiali che provengono da processi biologici o da flussi di rifiuti e cerca di mantenerne, per quanto possibile, la circolarità. Il risultato non è però un’estetica “green” facilmente riconoscibile. Al contrario, alcuni dei suoi progetti partono da materiali così quotidiani da diventare quasi invisibili.

Il progetto che ha portato maggiormente l’attenzione sul suo lavoro nasce da un oggetto sorprendentemente comune: la pallina da tennis. Wittock recupera palline fuori uso in Belgio, le taglia manualmente lungo la linea bianca e ne utilizza le due metà come elementi modulari per realizzare superfici, sedute e pannelli. Il materiale conserva così la propria identità fisica, ma perde quella visiva più immediata, il colore fluorescente e i riferimenti al mondo dello sport vengono sostituiti attraverso pigmenti e oli colorati. Le mezze sfere vengono assemblate su strutture lignee secondo configurazioni modulari che ricordano superfici tessili o squame. La gomma e il feltro, materiali nati per sopportare impatti e attrito, diventano così una superficie morbida e tattile per il corpo e, allo stesso tempo, un materiale con proprietà acustiche.
Negli sviluppi più recenti della sua ricerca, Wittock si è concentrata sempre di più sull’acustica. Il suo studio descrive questa direzione come un’indagine sul modo in cui i materiali possono influenzare come sentiamo, ascoltiamo e abitiamo uno spazio. Parallelamente, Wittock collabora con un’università nella ricerca sulle proprietà acustiche dei materiali. È un’estensione naturale della sua idea di design sensoriale. Un oggetto, nella sua pratica, non deve necessariamente essere bello soltanto quando lo si guarda. Può essere interessante per la sua superficie, per il modo in cui reagisce al tatto, per la qualità del suono che assorbe o riflette, persino per il modo in cui modifica la percezione di un ambiente.


Nel laboratorio di MWO questa ricerca è raccolta in una serie di studi che esplorano temi come Fractals, Cell Division, Collective Light, Soundscapes e Root Stem Cells. Più che una collezione di prodotti finiti, sembrano capitoli di una ricerca in corso sulla relazione tra materia, biologia e percezione.
Quello che rende il lavoro di Mathilde Wittock particolarmente interessante nel panorama del design contemporaneo è che l’imperfezione non viene necessariamente corretta. Quando il materiale proviene da un organismo vivente o da un oggetto recuperato, la variabilità è inevitabile. Cambiano la texture, il colore, la densità, la forma. In un sistema industriale tradizionale questa variabilità è spesso un problema da eliminare. Nel biodesign può invece diventare una caratteristica del progetto.



Il suo design suggerisce come gli oggetti possono avere un passato, mostrare il processo attraverso cui sono nati e persino conservare una parte dell’imprevedibilità della materia da cui provengono. Ed è proprio questa la parte più interessante della ricerca di Mathilde Wittock che usa il design per rendere la storia die materiali visibile e tattile.

