Articolo di Floriana Savino
Dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027 l’artista visivo Michael Armitage (Nairobi, 1984) abiterà i sommi spazi del Palazzo Grassi di Venezia con una selezione di dipinti, che maestosamente restituisce la poetica immaginata di un universo misterioso e pulsante.
In un recente contributo editoriale per la testata Outlook India, Zenaira Bakhsh ha annoverato il greve rischio di una vera e propria “stanchezza da compassione” al cospetto della ridondante diffusione mediatica, nonché della portata senza fine dei conflitti che attanagliano il presente. Secondo la tesi avanzata dalla giornalista indiana il flusso continuo e quotidiano di immagini dalla portata sempre più tossica, malvagia e sanguinaria non fa altro che offrir assuefazione, su di un piatto d’argento, all’animo persino di quanti, consciamente, hanno sempre aborrito l’insensatezza e le atrocità della guerra. L’esposizione a portata di un click sembra, difatti, aver condotto l’analisi mirabilmente restituita da Susan Sontag nel saggio Davanti al dolore degli altri (2003) ad un livello di perversa accettazione sempre più alto.


La distruzione, che spopola sui social media e nei notiziari di mezzo mondo, sembra in qualche modo aver ceduto il passo al più irrazionale e insensibile credo non realizzato di una vita al passo di videogames. Nel sangue e nella scomparsa meschina di corpi un attimo prima viventi, lo spettatore improvvisato e costantemente on line del terzo millennio sembra perdersi tra il fumo nebuloso della propaganda e l’illusione di trovarsi sempre entro la più sicura distanza.
Se le madri di Gaza, nella ricerca disperata di quel che resta del povero corpicino di un figlio, costituiscono già l’immagine somma e l’abominio di quanto non siamo stati coralmente in grado di tutelare e proteggere, la pittura materica, ferita e sofferta, di Michael Armitage intona l’ode di una progettualità intenta a smascherare una più meschina indifferenza diffusa.


Lungo la traiettoria di un tempo dell’arte da poter simbolicamente definire memorabile, le grandi tele di Armitage hanno spopolano in eccelse esposizioni internazionali, ricevendo richiesta e attenzione dalle collezioni d’arte probabilmente più agognate. Traendo evocazione da una storia dell’Africa infinita, accompagnata dalla bellezza del mito e dalla potenza dei suoi più sacri e sentiti rituali, l’artista britannico kenyota ha rivestito la sua tavolozza dei colori mirabili e pastosi complici di una vitalità partecipata e pulsante. Nell’incontro con il mondo (andando dalle tradizioni e mitologie europee e finanche asiatiche) la mano di un artista, che ha mostrato di saper ritrarre il dolore e l’ingiustizia con la stessa maestria e il pathostracciato da Francisco Goya, riverbera come un sasso oltre lo stagno delle più torbide e malvagie indifferenze.

Il maestoso dipinto Cella di detenzione (2021) – evocando la presenza tangibile di un substrato acquoso, nonché l’irrealistica e metaforica disposizione dei corpi giacenti a spina di pesce -, sembra voler illuminare, con la più struggente e preziosa poesia, la fine silenziata delle infinite morti del mare. Un crimine largamente evitabile, sottaciuto dai potenti e minimizzato dai governi, occupa il sentire dell’arte nell’eco disperata di prigioni e luoghi di contenzione, che crudelmente sa andar oltre l’immagine standard di catene e gabbie in ferro e cemento.
Nel 1998 il reporter e scrittore polacco Ryszard Kapuściński, stringendo forte al cuore il generoso e vivo respiro di una terra immensa e molteplice, affidò alla sua penna:
“L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa.“
Credendo in un universo vario ed equamente possibile, Michael Armitage affida alla pittura l’enfasi del sognato e dell’indicibile, del sofferto e del realizzabile. Entro le maglie di territori realmente esistenti o inconsciamente fluttuanti, il canto e il mito più arcano offrono tanti volti e mille essenze a una danza quotidiana e controcorrente, che stretta al cuore motiva la vita.





