Design Se tutto è imperdibile, niente lo è davvero
Designdesignnewsroom

Se tutto è imperdibile, niente lo è davvero

La domanda non è più “cosa vedere” alla Milano Design Week, ma perché esserci.
-
Irene Pollini Giolai

Se esiste qualcosa di interessante dell’invecchiare, è il cambio di prospettiva. A un certo punto, quasi improvvisamente, smettiamo di guardare le cose da dentro e iniziamo a vederle nel loro insieme. Non perché ne sappiamo di più, ma perché le abbiamo attraversate abbastanza a lungo da riconoscerne le forme.
È quello che succede dopo vent’anni di Design Week.

Vent’anni in cui abbiamo osservato Milano cambiare pelle, distorcersi, accelerare e rallentare nella sua sempre riconoscibile identità. In un panorama urbano in perenne mutazione, attraversato da Expo, guerre, pandemie, slanci e crisi economiche, la Design Week ha continuato a crescere imperterrita, espandendosi insieme alla città: un organismo autonomo, un blob inarrestabile che, una volta all’anno, si allarga fino a coincidere con Milano stessa. E in vent’anni, la città, con i suoi nodi nevralgici e di vita, si è allargata parecchio.

Se una volta era possibile orientarsi – se non coprire tutto, almeno intercettare i momenti davvero rilevanti – oggi tutto è rilevante e tutto è ovunque. Tutto è hype. Tutto è necessario, imprescindibile, immancabile.

La FOMO non è un effetto collaterale: è la grammatica che regola i flussi di questa settimana. Una maratona continua di inviti, code, aperture, appuntamenti che si sovrappongono. Milano, che già performa sé stessa durante le sue “weeks”, con il Salone del Mobile raggiunge forse la sua forma più estrema: un dispositivo perfetto per il networking, un acceleratore relazionale senza pari. Ma sempre meno, forse, uno spazio reale di elaborazione culturale.

Perché a una moltiplicazione degli eventi non può corrispondere una moltiplicazione del significato. Non è, se non economicamente, umanamente sostenibile pensare di costruire così tanto nell’eccellenza. Al contrario: più cresce la superficie, più il senso si assottiglia. Si divide, si disperde, a volte scompare.

È banalmente anche una questione cognitiva per il fruitore: in un sistema che offre tutto, scegliere diventa più difficile. Non perché manchino le opzioni, ma perché sono troppe. L’impressione dominante è sempre la stessa: quella di stare perdendo qualcosa. E non è una sensazione accidentale, è strutturale, fa parte del dispositivo, è uno dei meccanismi del suo motore.

A questo punto quindi, la domanda non è più “cosa vedere”, ma perché esserci.
Cosa cerchiamo davvero nella Milano Design Week?

Senza una risposta, il sistema tende a scegliere al posto nostro. Ci travolge.

Design Week

C’è poi un altro effetto, di questa crescita incontrollata, forse meno evidente della FOMO ma molto correlato e interessante, ed è la totale dissoluzione della gerarchia del valore. Se una volta esistevano luoghi, momenti, oggetti che si imponevano come centrali, appuntamenti attesi, progetti capaci di catalizzare l’attenzione, oggi tutto coesiste praticamente sullo stesso piano. Ogni distretto è rilevante. Ogni installazione è “da vedere”. Ogni apertura è imperdibile. Ogni brand se ha i soldi può – deve? – ritagliarsi il suo pezzettino di palco.

E come già sottolineato, quando tutto è imperdibile, niente lo è davvero. Non è solo una questione di quantità, è una trasformazione più profonda: la perdita di un centro, di un canone condiviso, di un criterio riconoscibile che permetta di dire questo conta più di quello. La Milano Design Week non è più un sistema gerarchico, è una superficie continua. E in una superficie senza gerarchie, il valore non si trova, lo si impara a riconoscere, se non a costruire.

La responsabilità si sposta inevitabilmente su chi guarda. Non possiamo più delegare completamente il giudizio al sistema, non esiste più un percorso implicito, una selezione già fatta.

Diventa necessario esercitare uno sguardo. Essere curiosi, prima di tutto. Continuare a farsi domande: cosa mi interessa davvero? cosa mi muove? cosa mi diverte?

Design Week

È, in fondo, un esercizio di curatela. Non di oggetti, in primis di sé stessi. Del proprio tempo, del proprio percorso, del proprio modo di stare dentro le cose. E come ogni forma di curatela, richiede consapevolezza, del proprio gusto, sensibilità e capacità di scegliere.

Perché il rischio, in sistemi così complessi, è sempre quello di delegare. Di lasciare che siano altri – il flusso, gli algoritmi, le liste, le tendenze – a decidere per noi. Ma se smettiamo di scegliere, smettiamo anche di vedere davvero.

E allora sì, vanno bene anche risposte parziali, provvisorie, per quest’anno, per questo Salone. Perché senza questa tensione, senza questo desiderio di stupore, tutto tende a scivolare via: si attraversa molto, ma si trattiene poco. Al Salone, come nella vita.

È qui che la Milano Design Week può diventare davvero un esercizio di spirito, un invito ad un cambio di prospettiva: non è più il luogo in cui si scopre se ciò che altri hanno definito imperdibile e importante lo è davvero, ma uno spazio aperto in cui ciascuno sceglie cosa, per sé, è tale.

Designdesignnewsroom
Scritto da Irene Pollini Giolai

Editor's Picks

x
Ascolta su