The Guestbook: la nostra intervista a Monty Kaplan

The Guestbook è la rubrica fotografica che racconta i take over degli artisti che animano il profilo Instagram di Collater.al.

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8 Luglio 2019

Monty Kaplan è un fotografo argentino il cui lavoro può essere interpretato come esplorazione antropologica soggettiva del mondo. Crede che la realtà non sia logica, ma emotiva: ecco perchè il modo in cui si serve della luce è finalizzato a trasmettere emozioni.

Noi di Collater.al abbiamo chiesto a Monty di raccontarsi brevemente tramite un’intervista, che trovi qui sotto:

Cosa significa per te scattare foto? Come hai iniziato?

Quello che la è fotografia per me è cambiato drasticamente con il tempo, e credo che continuerà a cambiare con l’avanzare dell’età, ma soprattutto, significa un particolare modo di affrontare la vita nel suo complesso. Come esperienza piuttosto che come attività. Tu diventi un documentarista, un osservatore: mentre tutti gli altri sono in modalità azione, tu sei in uno stato di contemplazione; ti dà un particolare ritmo di vita, che non è davvero andare controcorrente, al contrario, è lasciarsi andare e cedere completamente alla marea, imparare a fluire con luoghi, eventi, persone.

In un certo senso penso che si stia facendo i conti con la mancanza di uno scopo reale nell’esistenza, credo che alla maggior parte delle persone piaccia sentirsi occupate e nutrire la testa con l’idea che c’è uno scopo di tutti i loro sforzi collettivi, qualcosa alla fine della scala delle lotte, di tutto il lavoro, di tutte le esperienze che vivono. Personalmente trovo piuttosto tranquillizzante l’idea secondo la quale non ha senso essere vivi. Non c’è un posto dove andare, non c’è una missione da completare. È solo un flusso costante di cambiamento di cui tutti facciamo parte. Penso che se ci si pensa in termini di un processo senza fine, c’è una certa facilità che ne deriva. La fotografia mi permette di prendere piccoli, ma molto toccanti, aspetti delle mie esperienze personali durante l’intero processo.

Ho iniziato all’età di 28 anni, dopo essermi trasferito a Miami…ma non ne sono più così sicuro: è stato allora che ho rivolto tutta la mia attenzione al mezzo, ma in realtà la fotografia ha sempre fatto parte di me. Da piccolo ho sempre avuto una macchina fotografica in mano, ma prima sapevo usarla in modo significativo.

È il motivo per cui dico anche che non sono così sicuro di sapere quando ho iniziato, perché penso che fotografare sia un processo continuo, estremamente legato a chi sei. Io stesso sono un flusso in costante cambiamento e quindi la mia comprensione e il mio uso del mezzo continuerà ad evloversi. Per molti versi, il fotografo che sono in questo momento non ha nulla a che fare con quello che ero due anni fa, ma non posso dire che ho iniziato proprio ora, significa solo che ho iniziato molto tempo fa e il mio lavoro o portfolio, come tale, sarà fatto solo quando non ci sarò più.

Le tue immagini sono molto suggestive, quali sensazioni vuoi trasmettere al pubblico?

Non c’è mai una sola sensazione o emozione che sto cercando di trasmettere, sinceramente non ci penso così tanto, perché questo depotenzierebbe lo scopo. C’è una fase di editing, dove si lascia il posto ad un approccio mentale più ponderato alle immagini; ma anche in questo caso mi limito a farlo istintivamente. Se guardo una foto, non mi chiedo cosa significhi, o cosa significhi per chiunque altro, anche se non è una foto “buona”…ma piuttosto penso: “suscita qualche risposta in me?”. Se riesco a guardare un’immagine per settimane e ogni volta che ci torno continua a catturare la mia attenzione, allora so che è una foto interessante, non importa perché. Il resto sarà interpretato dallo spettatore.

C’è qualcosa che Paolo Pellegrin ha detto a proposito della pratica che mi è rimasta impressa: “Mi interessa di più una fotografia che è ‘incompiuta’ – una fotografia che è suggestiva e può innescare una conversazione o un dialogo. Ci sono immagini che sono chiuse, finite, nelle quali non c’è modo di entrare”.

Se presento a te, spettatore, una bella immagine e puoi leggerla immediatamente, allora non ti sto chiedendo niente, ti dico solo di guardare com’è bella, l’ho vista ed ero lì per scattarla. Può sembrare bello, ma durerà solo un minuto, che scorderete, quindi il lavoro è inconsistente.

C’è un motivo particolare per cui hai scelto queste fotografie?

Sì, ho scelto quelle immagini perché penso che sia una buona finestra su ciò che sto perseguendo come artista. La mia attenzione è stata per un po’ scoraggiata da una prospettiva da social media, che è un modo molto dannoso per avvicinarsi al lavoro, sia nella creazione che nella condivisione. Quindi ora sto cercando di rallentare il mio ritmo, di guardare quello che sto facendo più a lungo prima di condividerlo. Lasciare che le immagini abbiano un significato per me, a parte il fatto che forse è una bella immagine.

Un’altra ragione è anche che noto una tendenza ogni volta che una rivista o un blog fa un articolo su un artista, di solito mostrano lo stesso lavoro per cui è più conosciuto e trovo che sia così stupido. Tipo, perché ti interesserebbe vedere quello che hai visto mille volte prima da qualche altra parte?

Non mi interessa che le persone sentano di poter riconoscere e individuare istantaneamente una delle mie fotografie da un miglio di distanza. Voglio che si interessino alla fotografia prima, e dopo a ciò che ha attirato il loro interesse per sapere da chi è stata scattata.

Quali artisti ti hanno influenzato di più?

Una domanda così difficile, perché ci si confonde con chi ammiri di più, piuttosto che con chi ti ha onestamente ispirato di più. L’elenco dei miei fotografi preferiti è una sorta di infinito, io consumo molta fotografia e sono sempre affamato.
Ci sono due fotografi che mi hanno davvero aperto un nuovo modo di vedere il mezzo di comunicazione e quindi mi hanno ispirato molto esono
Harry Gruyaert e Jack Davidson.

I due non potrebbero essere più distanti tra loro, sia per età che per stile, ma sono in qualche modo legati nella mia testa. Penso che in un certo senso è perché quello che mi piace di più di entrambi è un vero senso di giocosità in tutto il loro lavoro. L’uso senza compromessi e delizioso del colore di Gruyaert e il senso in continua evoluzione dell’inquadratura di Davidson, in modi insoliti e belli sono qualcosa che trovo molto motivante.
Penso che la fotografia, come ogni altra forma d’arte, abbia letteralmente infinite possibilità e spesso i fotografi che ammiro di più sono quelli che hanno la sensazione di camminare su un terreno nuovo, non per quello che stanno facendo, ma per lo spirito che sta dietro a come lo stanno facendo.
L’arte è energia, l’energia che si mette in quello che si fa, si traduce direttamente nello spettatore.

Nella tua biografia, definisci il tuo approccio emotivo alla vita, quali situazioni ti ispirano di più?

Non c’è una situazione particolare che mi ispira. Sono sempre pronto a lasciarmi ispirare dalle cose più mondane nei luoghi più inaspettati. Penso che probabilmente sia la mia più grande debolezza e la mia più incredibile risorsa come artista, che io abbia una mente così prolifica. Sono sempre in mille posti contemporaneamente, mentalmente. Per questo motivo cerco sempre di portare con me qualche macchina fotografica, perché, poiché non cerco mai attivamente di ispirarmi, non so mai quando l’illuminazione potrebbe colpire.

Segui il take over di Monty sul profilo Instagram di Collater.al!

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