La musica sinestetica dei Nu Genea in “Bar Mediterraneo”: leggi l’intervista

La musica sinestetica dei Nu Genea in “Bar Mediterraneo”: leggi l’intervista

Cristiano Di Capua · 1 mese fa · Music

Una sinestesia è l’associazione espressiva tra due parole pertinenti a due diverse sfere sensoriali. È naturale usare questa figura retorica per descrivere la musica dei Nu Genea come fresca e che profuma di mare. Unici nel loro genere, sono tra i pochi progetti musicali italiani che riescono ad ottenere questo risultato, suonando come internazionali ma che comunque restano legati alle loro radici spiccatamente partenopee.
Il 13 maggio è uscito per NG Records su licenza Carosello il loro nuovo album “Bar Mediterraneo”, in cui dimostrano ancora una volta di essere un crocevia di sonorità diverse ma perfettamente coerenti tra loro, sconfiggendo qualsiasi tipo di barriera geografica con la musica.
Collater.al ha deciso di intervistarli in occasione di questa release. Capiamo chi si cela dietro al duo funk disco più acclamato in Italia.

Ciao ragazzi, è finalmente uscito “BAR MEDITERRANEO”. Come sta andando questa release? Raccontatemi un po’.

Molto, molto bene! L’accoglienza è stata ottima. Abbiamo iniziato a suonare il disco in incognito già da qualche tempo, ma poterlo fare ora che l’album è uscito è un’altra storia. Il coinvolgimento e la partecipazione del pubblico ci sta dando grandi soddisfazioni. Continuerà ad andare oltre ogni confine di lingua o nazionalità, come solo la musica sa fare.

Il concept di “BAR MEDITERRANEO” è lampante. Si tratta di un luogo comune in cui le persone possono incontrarsi e fondersi, un chiaro richiamo all’animo della “napoletanità”. Che peso ha una città artisticamente viva come Napoli nella vostra musica?

Secondo la nostra esperienza, Napoli è un unicum al mondo dove puoi vivere per anni senza mai fare le stesse cose due volte. Storicamente, è stata sicuramente crocevia di culture diverse. È sorprendentemente viva, colorata, teatrale. Noi ovviamente le siamo molto legati, anche artisticamente, e siamo grandi sostenitori della lingua napoletana che gode di una musicalità rara rispetto alle altre lingue. Siamo molto orgogliosi di portare la vitalità e la cultura di Napoli nel mondo grazie alla nostra musica.

“Marechià” è stata decisamente la colonna sonora dell’estate scorsa. Dopo il successo ottenuto da quel pezzo, cosa è cambiato in voi e nella vostra musica?

Noi siamo rimasti gli stessi: indissolubilmente legati a Napoli ma cittadini del mondo, amanti della disco, del funk e delle contaminazioni, ecc. Per noi la musica rimane al primo posto e portarla in tour sarà una grande soddisfazione. Forse il pubblico è poco più ampio di com’era prima perché ora è possibile sentirci in onda anche sui grandi network radio. Chi ci conosceva già è rimasto e non vede l’ora di ballare con noi sulle tracce di “Bar Mediterraneo”, “Nuova Napoli” e così via.

In ogni pezzo di “BAR MEDITERRANEO” si sentono numerosissime influenze musicali differenti, che rendono questo album vario e unico nel suo genere. Da cosa siete ispirati solitamente? Cosa vi stimola?

Dovessimo fare un elenco esaustivo, potremmo non finire più. Occorre essere sintetici: per questo album abbiamo calibrato la presenza di strumenti a corda e strumenti a fiato mescolando la nostra matrice funk con contaminazioni folk e di tutta l’area mediterranea, attingendo anche dal repertorio magrebrino.

Ultima domanda ma mai scontata. La vostra palette sonora è ampia e interessantissima. Consigliate ai lettori 3 progetti che vi hanno musicalmente formato durante la vostra vita.

Ce ne sono tanti, tra cui Wally Badarou e Azymuth, mentre tra gli artisti “nuovi”, quelli più attuali, diremmo Anderson .Paak e Thundercat.

La musica sinestetica dei Nu Genea in “Bar Mediterraneo”: leggi l’intervista
Music
La musica sinestetica dei Nu Genea in “Bar Mediterraneo”: leggi l’intervista
La musica sinestetica dei Nu Genea in “Bar Mediterraneo”: leggi l’intervista
1 · 3
2 · 3
3 · 3
Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico

Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico

Tommaso Berra · 3 giorni fa · Photography

Non dev’essere stato facile far volare un drone all’interno di un campo da squash di 20mq, ma il fotografo Brad Walls ha ritenuto fosse l’unico modo per esaltare in pochi scatti geometrie e movimento. La serie “Vacant” raffigura la geometria dei corpi, che si muovono un una coreografia all’interno di scene ispirate al surrealismo e al retrofuturismo.
L’idea di scegliere quel particolare luogo è nata da una visita dell’artista al campo da squash nel quale giocava ai tempi del liceo. Lo spazio vuoto le linee del campo hanno ispirato l’artista a realizzare una delle sue serie aeree, che avessero al centro il corpo umano distaccato dal contesto ma perfettamente inserito nell’impianto geometrico.

Squash | Collater.al

Una delle sfide di Brad Walls era quella di evitare un effetto claustrofobico, per questo il bianco è il colore predominante degli scatti, ripetuto anche nei vestiti delle modelle, una scelta che farebbe felici anche gli organizzatori di Wimbledon.
Proprio i vestiti sono un elemento che rinforza il concetto di retrofuturismo, creando una tensione tra passato e futuro grazie all’inserimento di un guardaroba futurista in un contesto anni ’80 come quello del campo da squash.
In attesa di pubblicare il suo primo libro, in uscita in autunno e intitolato intitolato “Pools from Above”, Brad Walls ha definito “Vacant” così: “La geometria fornisce un accenno di coerenza in un mondo sempre più incoerente. Gli esseri umani ne sono innatamente attratti. Io, forse, ancora di più“.

Squash | Collater.al
Squash | Collater.al
Squash | Collater.al
Squash | Collater.al
Squash | Collater.al
Squash | Collater.al
Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico
Photography
Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico
Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico
1 · 7
2 · 7
3 · 7
4 · 7
5 · 7
6 · 7
7 · 7
Kaisar Ahamed  e “la città dei mille giardini” che non esiste più

Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più

Tommaso Berra · 2 giorni fa · Photography

Il quartiere di Hazaribagh, nella città di Daka (Bangladesh), in lingua farsi significa “la città dei mille giardini”, e il nome rende l’idea di ciò che era il paesaggio, prima che le fabbriche di pellami inquinassero tutto.
Il fotografo Kaisar Ahamed ha raccontato nel suo ultimo progetto il paesaggio intorno al fiume Buriganga, reso biologicamente morto dai veleni riversati nelle acque dalle concerie. Il corso del fiume ora appare come un paesaggio irreale, scenografia di un film apocalittico in cui l’acqua sporca diventa un elemento di terrore più che di vita.
Kaisar Ahamed è un chimico, ma ha scelto di condurre le sue analisi sull’acqua di Hazaribagh attraverso la fotografia. Ha scattato campioni di acqua prelevati dal fiume Buriganga in diverse località, costruendo una sorta di laboratorio in cui la fotografia aiuta a raccontare un disastro ambientale.
Il titolo “A Thousand of Gardens” suona così un po’ ironico, una beffa al quale l’osservatore è messo subito al corrente.

È possibile sostenere la pubblicazione di un volume dedicato al lavoro del fotografo Kaisar Ahamed attraverso la raccolta fondi lanciata da SelfSelf, clicca qui per scoprire come aiutare a realizzare questo progetto fotografico.

Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più
Photography
Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più
Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più
1 · 8
2 · 8
3 · 8
4 · 8
5 · 8
6 · 8
7 · 8
8 · 8
Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi

Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

D’estate mandrie intere di bestiame si spostano dalle valli fino ai prati di montagna, a migliaia di metri di altezza, dove l’aria è più rarefatta e i ritmi sono dettati solo dai bisogni della natura. Insieme agli animali viaggiano pastori, che in alpeggio diventano parte di un unico ciclo della vita, che non subisce pause ma scorre lento e costante.
Giulia Degasperi ha rappresentato questa pratica millenaria delle montagne del Trentino, senza mostrare direttamente la bellezza dei paesaggi ma quella del lavoro, dello sforzo e della tradizione. La serie “These Dark Mountains” è uno studio antropologico che descrive l’abbandono dei piccoli centri di montagna e la difficoltà di conservare abitudini che legano da sempre uomo e natura.
La scelta di scattare in bianco e nero rende le fotografie quasi senza tempo. Non si riesce ad inquadrare un periodo storico perché tutto è rimasto uguale, dai luoghi fino ai vestiti dei pastori.

È possibile sostenere la pubblicazione di un volume dedicato al lavoro della fotografa Giulia Degasperi attraverso la raccolta fondi lanciata da SelfSelf, clicca qui per scoprire come aiutare a realizzare questo progetto fotografico.

Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi
Photography
Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi
Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi
1 · 8
2 · 8
3 · 8
4 · 8
5 · 8
6 · 8
7 · 8
8 · 8
Un mondo senza adulti nelle foto di Julie Blackmon

Un mondo senza adulti nelle foto di Julie Blackmon

Tommaso Berra · 1 settimana fa · Photography

Un mondo senza “quando avevo la tua età era diverso”, senza “i giovani d’oggi non valgono nulla”, un mondo i cui quindi non esiste “adultsplanning” e i bambini sembrano poter fare tutto in totale autonomia.
Questo è il paesaggio rappresentato in fotografia da Julie Blackmon, artista americana legata ai temi della famiglia e alla vita nei piccoli centri abitati.
Gli scatti sono una satira sociale, mascherata all’interno di scene quotidiane in cui i bambini sono i veri protagonisti, per non dire gli unici. Tutti i dettagli rappresentati sono simbolici, così come la disposizione dei soggetti, ispirata alle scene dipinte dai pittori fiamminghi del XVII secolo.
L’obiettivo di Julie Blackmon è quello di rappresentare il contesto delle piccole comunità americane, tracciando i sogni promossi dal modello americano.

Una caratteristica dei bambini di Julie Blackmon è il loro totale distacco da qualunque elemento legato alla tecnologia contemporanea. Si trovano così a giocare “come ai vecchi tempi”, pitturando con i gessetti il vialetto di casa, o nella piscina costruita artigianalmente nel proprio cortile.
Di ispirazione per la visione della fotografa c’è il contesto delle famiglie numerose, essendo lei stessa la maggiore di nove fratelli. Così facendo ripercorre i ricordi e ciò che più in generale influenza l’infanzia, fatta di paesaggi e elementi che modellano il nostro modo di pensare anche da adulti, quelli che Julie non vuole rappresentare, lasciando volutamente la sensazione di un mondo in cui tutto è sconnesso.

Un mondo senza adulti nelle foto di Julie Blackmon
Photography
Un mondo senza adulti nelle foto di Julie Blackmon
Un mondo senza adulti nelle foto di Julie Blackmon
1 · 11
2 · 11
3 · 11
4 · 11
5 · 11
6 · 11
7 · 11
8 · 11
9 · 11
10 · 11
11 · 11