Articolo di Floriana Savino
La formella dinamica di un uomo abbracciato a un ariete scruta gli interni della Galerie Brugger, nella cittadina austriaca di Klaus, dove fino al 23 maggio 2026 è ospitata Supported Files, la personale di Oliver Laric (Innsbruck, 1981). L’immagine evoca immediatamente il gruppo scultoreo proveniente da Villa Albani: una scultura in marmo bianco che raffigura Odisseo, l’eroe greco importato nel cuore di Roma insieme alle ricchezze della classicità.
Si legge, così, tra le pagine dell’antico poema omerico: […] C’era un ariete, fra tutta la greggia il più bello, per le reni afferrandolo, steso sotto la pancia stetti; e con le mani la lana meravigliosa torcendo stretta, mi tenni avvinto con il cuore paziente. (Odissea, IX, 431-435)
Nel progetto estetico voluto dal suo proprietario, il cardinale Albani, la scultura decorava una grotta artificiale, uno spazio di meraviglia e stupore. Inevitabile pensare agli antra Cyclopis della Roma imperiale, quegli ambienti che incarnavano il sogno di un’architettura dello svago e del piacere. Immaginati come ninfei o sale da pranzo estive (coenationes), questi spazi evocavano il mito e il fruscio soave dell’acqua, e rappresentarono nell’antico la promessa di un mondo compiuto.


Entro le maglie della conservazione – e di un’aura della bellezza e dell’autenticità tutta da interrogare – l’artista austriaco Oliver Laric sperimenta da oltre un decennio una diversa progettualità dell’arte. Formatosi nella grafica, Laric lavora da anni sulla dinamicità e la fluidità naturale delle immagini che abitano lo spazio della rete. Ragionando con molteplici media (dal video alla scultura), pone sotto la lente l’urgenza di permettere a un pubblico più ampio, al di là degli addetti ai lavori, di entrare in contatto con ciò che costituisce l’essenza del prodotto artistico.
Uno dei suoi interventi più noti, Kopienkritik, realizzato nel 2011 per la Kunsthalle Basel, aveva già riflettuto sul concetto di unicità e sull’aura dell’arte (di benjaminiana memoria) in rapporto alla tradizione della copia della copia greco-romana. In quella occasione, rovine e rivisitazioni classicheggianti restituite in cera colorata avevano attivato una riflessione critica, accompagnata dalla presenza infinita di immagini e video a tutto schermo.


Nel multiverso, evidenzia l’artista, «è più una questione di “e” che di “o”»: l’accento va posto sulle autenticità, al plurale, piuttosto che su una sua declinazione singolare. In un tempo segnato dall’avanzata delle forme generative dell’AI, Oliver Laric rivolge il suo interesse ai modelli 3D, convinto che possano avvicinare un pubblico sempre più ampio a un patrimonio solitamente riservato al museo e a una ristretta élite di conoscitori.
Come ha confidato nell’intervista rilasciata a Johannes Fricke Waldthausen: «Sono affascinato dalla ricorsività, dalla ripetizione e dalle reinterpretazioni […] I modelli 3D dettagliati sono costosi, a causa del costo degli scanner di alta qualità. Rendere questi modelli disponibili gratuitamente spero possa essere utile a un pubblico più ampio rispetto a quello tipico dei visitatori di un museo. Potrebbero essere utilizzati da sviluppatori di videogiochi e architetti, non solo da storici dell’arte e accademici.»

In un’epoca in cui la riproducibilità si muove spesso sulla scorta di una cultura social superficiale e di fonti a bassa risoluzione, la mostra di Oliver Laric intende esplorare un territorio del possibile: frammenti in richiamo del classico, lavorati nell’apparente fusione alchemica di un modello originario, restituiscono le coordinate di una storia dell’umano che merita ascolto profondo.
Dal richiamo archetipico più selvaggio alle figure che hanno scritto l’immaginario collettivo, i giochi meccanici di apertura e chiusura delle opere più immortali offrono la chiave d’accesso a una risoluzione sempre nuova e altra.


