On the road to LDF – Intervista a Charlotte Kidger

On the road to LDF – Intervista a Charlotte Kidger

Claire Lescot · 6 anni fa · Design

La plastica è un materiale tanto affascinante quanto inquinante. Per questo in occasione del London Design Festival sono stati scelti 4 giovani e talentuosi designer emergenti in grado di trovare soluzioni di riciclo che fossero vantaggiose per l’ambiente.

Abbiamo deciso di incontrare Charlotte Kidger fresca di master in Material Futures presso la Central Saint Martins che ci ha parlato di Industrial Craft, un progetto incentrato sul riutilizzo e sulla versatilità che può avere la polvere di ploriuretano espanso. Gli scarti, derivanti da lavorazioni industriali, vengono mischiati a resina in rapporto 70/30, fusi a freddo ed utilizzati per la creazione di oggetti scultorei e funzionali dalle forme irregolari e colorazioni stratificate.

Andate a toccare con mano questo nuovo materiale presso il London Design Fair che riunisce 550 espositori proveninenti da 36 paesi, dal 20 al 23 settembre, nel cuore creativo dell’East London.

Charlotte qual’è il tuo background?

Ho studiato Printed Textiles & Surface Design alla Leeds Arts University e lavorato come disegnatrice industriale specializzata in colori, materiali e finiture (CMF) con diverse aziende prima di ritornare all’università per il master in Material Futures alla Central St Martins.

Quando hai capito che volevi diventare una material designer?

Sapevo di voler lavorare con i materiali in modo pratico e sperimentale fin dall’inizio del mio corso di laurea. Sono sempre stata attratta da quelli non convenzionali e dal voler oltrepassare i limiti di ciò che ci si aspetta tradizionalmente. Ho iniziato la mia esperienza assumendo diversi ruoli come disegnatrice industriale specializzata in colore, materiali e finitura, ciò ha contribuito ad ampliare le mie conoscenze su quanto sia vitale il ruolo dei materiali nel settore del design. È stato durante questo periodo che ho capito che volevo spingermi verso un approccio più sostenibile. Questo è stato il motivo per cui ho deciso di intraprendere il master in Material Futures ed iniziare il mio attuale progetto.

Parlaci del progetto che presenterai quest’anno a LDF

Industrial Craft è il mio progetto di laurea e si concentra sull’utilizzo e la riproposta di scarti di polvere di schiuma di poliuretano derivanti da lavorazioni CNC di diverse industrie. Ho trattato la polvere come se fosse una nuova forma di materia prima non solo facendo in modo che non finisse in discarica e quindi incenerita ma anche mostrando la bellezza di questo materiale composito. Per la creazione di questi oggetti scultorei ho utilizzato tecniche di fusione a freddo. I colori sono stati creati attraverso la pigmentazione durante il processo di fusione e sono stati utilizzati per ottenere una finitura lussuosa e ricca. Ogni pezzo è unico grazie alla sua colorazione e stratificazione, è a scarto zero e mira ad incapsulare un materiale precedentemente problematico all’interno di una forma che rappresenti la longevità e il desiderio. Alcuni degli esperimenti che ho svolto sul materiale possono essere visti durante LDF quindi tenete gli occhi aperti!

Parte del progetto sarà anche presentato alla mostra Material of the Year: Plastic al London Design Fair. Sono molto onorata ed entusiasta di essere stata selezionata come uno dei quattro designer a rappresentare questo amato materiale (plastica). Sarà una grande opportunità per discutere ulteriormente del progetto e continuare a far conoscere come i progettisti possano raccogliere e riutilizzare i materiali di scarto.

Da cosa sei stata ispirata?

Ho passato molto tempo a ricercare e visitare vari complessi industriali per trovare flussi di rifiuti di materiale con cui avrei potuto potenzialmente lavorare. Le forme audaci viste nella mia collezione sono state ispirate da artefatti trovati in questi ambienti. Inoltre sono sempre stata molto ispirata dall’architettura minimalista per le sue forme geometriche e la scelta dei materiali.

Possiamo affermare che promuovi la sostenibilità?

Non mi sento di dire che promuovo la sostenibilità, ma credo fermamente che riesco a toccarne alcuni punti o almeno riesco a far capire che si possono lavorare i materiali in modo più sostenibile. Il fatto che io utilizzi la polvere di schiuma di poliuretano, scarto di lavorazione di una materia prima, credo sia il primo passo verso un approccio sostenibile. Deviare questo materiale dall’incenerimento e dalle discariche suggerisce che è possibile un riutilizzo di ciò che già ci circonda.

Secondo il tuo punto di vista qual è il ”Place to be” e il ”Must see” di questa London Design Week?

È difficile perché ci sono così tante cose da vedere! Potrei dirvi che il “Place to be” per me è sempre stato Shoreditch Design Triangle. L’atmosfera è fantastica e vengono esplorate una vasta gamma di tematiche. C’è di tutto: dall’arredamento di design, ai talk, alle installazioni in fattorie idrofobiche. Il “Must see” per me di quest’anno sarà sicuramente la London Design Biennale con Emotional States a Somerset House. L’ultima volta che abbiamo ospitato la Biennale nel 2016 è stato un evento imperdibile, quindi non ho dubbi che anche quest’anno lo sarà. Si esploreranno alcuni dei più grandi temi come: inquinamento, sostenibilità e migrazione. Vi consiglio di andare dovunque ed assorbire il più possibile.

Quali personalità nel mondo del design ti ispirano di più?

Le personalità più influenti secondo il mio punto di vista sono: Faye Toogood, Studio Futhermore e Fernando Mastrangelo. Ho sempre fatto riferimento a Faye Toogood nella mia ricerca per il suo approccio distintivo in tema di materialità e sperimentazione. L’elemento artigianale del suo lavoro entra in risonanza con la crudezza e l’irregolarità che cerco nella mia pratica. Studio Futhermore sono una coppia più recente che mi ha ispirato per l’approccio artigianale e i metodi di progettazione e di ricerca. La loro pratica di progettazione è un ottimo esempio di processo guidato. Fernando Mastrangelo (FM / S Studio) mi ispira per i suoi oggetti scultorei sperimentali proiettati su forme semplici ma sorprendenti e composte da un’intera gamma di materiali. Ho seguito il lavoro di Mastrangelo per diversi anni e ciò che ho amato di più è stata la sua coerenza con la forma, il contenuto e i materiali.

On the road to LDF intervista a Charlotte Kidger

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L’allestimento autoriale secondo HeyCrates

L’allestimento autoriale secondo HeyCrates

Giorgia Massari · 5 giorni fa · Design

Non è facile sentir parlare di allestimento autoriale, anche tra gli addetti ai lavori non è un termine così diffuso. Forse la dicitura allestimento d’autore meglio spiega il concetto, ma rimane il fatto che non sia un pratica così radicata, per lo meno nel mondo dell’arte e del design. L’industria della moda al contrario sembra averne già carpito il potenziale, forse perché in termini di budget riesce a permetterselo e, d’altra parte, ha un gran bisogno di un effetto scenografico sia per gli shooting sia per le sfilate. Delle runway sceniche ne avevamo già parlato, soffermandoci sul lavoro dello studio Bureau Betak, che realizza i set delle sfilate di grandi maison tra cui Gucci, Bottega Veneta e Jacquemus, trasformandole in veri e propri show dal sapore artistico.

In ogni caso qualsiasi show – che si tratti di moda, arte o design – ha bisogno di una produzione o meglio, di servizi ben specifici che rendano il tutto possibile. Dai trasporti al packaging, dalla progettazione espositiva all’allestimento vero e proprio. Ma chi se ne occupa? Chi sono questi attori? Non è facile individuare realtà ben definite che si occupano di questi servizi dalla A alla Z, anche se negli ultimi anni stanno nascendo dei veri e propri brand – o studi di progettazione – che si propongono di rispondere a queste richieste in toto, inserendosi in un processo complesso, non solo da un punto di vista logistico ma portando un vero e proprio contributo creativo con una linea estetica solida. La loro posizione dietro le quinte rende difficile tracciarne un identikit, per questo lo abbiamo chiesto a Matteo De Nando, fondatore di HeyCrates, un brand emergente che rappresenta uno dei pochi esempi italiani di allestimento autoriale.

 
 
 
 
 
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Abbiamo conosciuto HeyCrates in occasione della Milano Design Week, precisamente da Lampo, il nuovo hub principale di Isola Design. L’allestimento che HeyCrates presenterà settimana prossima nella location di Scalo Farini ben rappresenta la direzione che il brand sta prendendo nell’ultimo periodo, concretizzandosi come punto di partenza di una seconda fase importante per il brand. Scopriamo qualcosa di più e addentriamoci dietro le quinte di una mostra.

Partiamo dalla definizione “allestimento autoriale” o “allestimento d’autore”. Negli ultimi anni è sempre più richiesto da varie industrie, pensiamo alla moda, ma anche al design e all’arte. In passato l’aspetto di produzione si riduceva a un semplice servizio anonimo. Perché oggi abbiamo bisogno di un allestimento che sia creativo e che abbia un’identità consolidata? Cos’è cambiato secondo te? 

Matteo De Nando: HeyCrates nasce in un ambito, quello dell’arte, che fa perno proprio sull’autorialità, la quale è spesso frutto di una sinergia di varie professioni, dalla progettazione di un’opera d’arte alla sua conservazione, passando per l’allestimento. Quello che ho potuto osservare in prima persona è che quest’ultimo decennio è contraddistinto da una sempre maggior quantità di eventi effimeri che costellano il calendario di tutte le grandi città. Di conseguenza penso che la richiesta di una progettazione originale, così come una logistica reattiva e “su misura”, sia cresciuta di pari passo.

crates design | Collater.al
HeyCrates x L’Essenziale Studio vol. 05 – artwork by Jacopo Benassi – ph Matteo De Nando
crates design | Collater.al
HeyCrates x Fondazione Stelline – Drifting Sides curated by Giacomo Zaza – ph Matteo De Nando

Qui si inserisce il tuo brand. Come nasce l’idea di HeyCrates? Qual è stata la tua intuizione? Pensi di esserti inserito e di aver successivamente riempito un vuoto che mancava soprattutto nel mondo dell’arte?

Matteo De Nando: Si può dire che HeyCrates sia nato sia da una forte necessità che da una grande curiosità e interesse verso il mondo dietro le quinte. Un Interesse anche estetico rispetto al sistema arte e i suoi meccanismi, declinato in una forma che possa valorizzare il progettista così come l’artigiano.

Quando penso all’allestimento di una mostra mi viene in mente il tanto amato modello alla “white cube” anche se negli ultimi anni sembra essere diventato obsoleto. Pensi che sia questo il motivo del successo dell’allestimento autoriale anche nel mondo dell’arte? Le gallerie, o più in generale gli spazi, hanno bisogno di allestimenti dall’effetto “wow” per adeguarsi a un nuovo linguaggio influenzato soprattutto dai social?

Matteo De Nando: Sicuramente i social, configurandosi come “archivio di novità”, influenzano incessantemente il modo di narrare al proprio pubblico. L’allestimento autoriale è sempre stato legato alla curatela, è tempo di valorizzare anche la produzione

crates design | Collater.al
HeyCrates, family products picture 2024 | ph Michele Foti

Chi sono i vostri clienti ideali? Cosa bisogna aspettarsi quando si chiama HeyCrates?

Matteo De Nando: I miei clienti preferiti sono quelli con cui si parla di progetto e non di risoluzione di problemi. A HeyCrates piace progettare!

Parlando con te una parola che mi risuona in mente è ibrido. Un termine forse ampiamente utilizzato per dare una definizione a qualcosa che è difficile da spiegare in poche parole. Questo perché, oltre alla produzione, HeyCrates sviluppa in parallelo i suoi prodotti realizzati da designer italiani e non. Penso in particolare all’allestimento che presenterete a Isola – Storages -, spiegaci meglio di cosa si tratta. Sono prodotti su larga scala o a tiratura limitata? Strizzano l’occhio al collectible design?

Matteo De Nando: Per l’area shop di Isola ho pensato fosse il caso di riproporre il salottino Storages disegnato da Federico Fontanella in quanto assolve pienamente la funzione dello spazio regalando qualche spunto di riflessione in più sulle possibilità dell’imballaggio come mobilio, arredamento. Ad oggi abbiamo una famiglia di prodotti che si potrebbe dire di prima generazione, per cui sono sicuramente riconducibili al collectible nonostante puntino ad una produzione più vasta. 

Come scegli i designer con cui collaborare? Devono rispecchiare la tua visione? Sono collaboratori costanti o preferisci affidarti ai designer a seconda del progetto?

Matteo De Nando: Ad oggi sono sempre state persone con cui inizio spontaneamente dei dialoghi, ma che vanno oltre. Mi trovo quindi a fornire degli input e se questi vengono raccolti ed elaborati allora si parte.

Chiudiamo con una domanda sul futuro. Come ti immagini HeyCrates nel futuro prossimo? 

Matteo De Nando: Come una bottega del Quattrocento.

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ph Michele Foti
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HeyCrates x Mali weil | ph Matteo De Nando
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wood crate | ph Matteo De Nando

Courtesy HeyCrates
Cover: HeyCrates x Luertìs – furniture_ Mini by Riccardo Gianduzzo x HeyCrates_ph Cesare Lopopolo e Anna Vezzosi

L’allestimento autoriale secondo HeyCrates
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Harry, lo sgabello ispirato all’estetica giapponese

Harry, lo sgabello ispirato all’estetica giapponese

Collater.al Contributors · 4 giorni fa · Design

Massproduction è uno studio di designer svedese che nel 2009 ha preso una decisione drastica: slegarsi dalle dinamiche pressante delle pubbliche relazioni nel design e fondare una realtà che si concentra sulla relazione fra oggetto e contesto. Per mettere in pratica questa visione hanno deciso di impugnare tutto il processo produttivo: dalla produzione fino al marketing. Oggi, in occasione del debutto della colorway rossa di Harry, vogliamo raccontare l’ispirazione dietro a uno dei pezzi più interessanti realizzati da Massproductions.

harry massproduction

Riconoscete qualcosa nelle fattezze di Harry, lo sgabello di Massproduction? Ci sono due elementi legati all’immaginario giapponese: le tecniche tradizionali di giunzione nipponiche e la struttura del Torii – il portale d’accesso ai santuari shintoisti. «Volevo creare qualcosa in legno laminato, utilizzando forme molto semplici per rendere tridimensionale qualcosa di piuttosto bidimensionale. Ma stavo avendo difficoltà a capire come unire la seduta e la base, perché le laminazioni sono abbastanza sottili, il che rende difficile l’uso di colla o viti. Alla fine, ho semplicemente usato cunei di legno per tenerli insieme, conferendo al pezzo una piacevole sensazione tattile» ci racconta Chris Martin, Designer-In-Chief da Massproductions.

Guardando Harry, sono due gli elementi laminati tenuti insieme da due solidi cuni di legno. Il risultato è uno sgabello semplice e funzionale che fornisce la versatilità necessaria per utilizzi diversi. Non solo sgabello ma anche poggiapiedi e tavolino laterale, l’ideale per chi vive gli spazi senza etichette e in modo un pò confusionario.

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La storia di Boby, il carrello nomade

La storia di Boby, il carrello nomade

Anna Frattini · 3 giorni fa · Design

Disegnato da Joe Colombo e prodotto da B—Line, Boby integra varie funzioni in un solo spazio ed è diventato un’icona del design fin da subito entrando nella collezione permantente del MoMA di New York e della Triennale di Milano. Si presenta in varie versioni e in colori diversi, con cassetti e scomparti realizzati in ABS. Progettato nel 1970, è diventato un elemento insostiuibile a casa o in ufficio, dal settore creativo fino a quello medico. La sua praticità parte dalle ruote, in poliproilene, che lo rendono facile da spostare e maneggevole.

boby colombo

L’idea di Joe Colombo resiste al tempo, dimostrando la sua capacità di trasformare le idee in prodotti funzionali. Il “mobile a torre”, ad oltre 50 anni dalla sua nascita, è ancora oggi un oggetto “razionale, funzionale e funzionante” proprio come lo descriveva il suo inventore. Boby rispecchia la visione di Colombo che puntava a creare complementi d’arredo dinamici e trasformabili, svincolati da concetti architettonici e volti a soddisfare tutte le esigenze pratiche.

boby colombo

In un primo momento Joe Colombo si dedica alla pittura passando poi nel 1953 alla facoltà di Architettura al Politecnico di Milano. Prima aderisce al Movimento Nucleare con Enrico Baj e Sergio Dangelo poi al MIBI (Movimento Internazionale per un Bauhaus Immaginista). Poi, approda al MAC (Movimento per l’arte Concreta) su invito di Bruno Munari. Nel 1964 vince la medaglia d’oro per il design alla XIII Triennale per la lampada Acrilica prodotta da Oluce. Poi arrivano anche la sedia no. 4801 per Kartell, la sedia Elda, la poltrona Tube e fra gli altri progetti, il condizionatore Candy e la Minikitchen per Boffi. Boby è uno degli ultimi design di Colombo – insieme alla collezione di lampade Topo, Colombo e Triedro – che morirà prematuramente nel 1971.

I disegni della poltrona Elda, Joe Colombo
Poltrona Tube, Joe Colombo
Lampada Acrilica, Joe Colombo
Lampada Acrilica, Joe Colombo
Il celebe Candyzionatore, Joe Colombo

La storia di Boby, il carrello nomade
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Home Studyo realizza gonfiabili di ceramica

Home Studyo realizza gonfiabili di ceramica

Anna Frattini · 1 settimana fa · Design

In Belgio c’è uno studio di design – Home Studyo – che realizza vasi e specchi che a un primo sguardo sembrano gonfiabili. D’altronde, l’inflatable design ha già fatto presa su di noi in passato. In questo caso, però, si tratta di prodotti in ceramica utilizzabili nella vita di tutti i giorni. Si tratterebbe di un escamotage per rendere durevole il look inflatable. Insomma, probabilmente i pezzi di Home Studyo vogliono assumere questo aspetto straniante di proposito. Quel che è certo è che questi oggetti riescono ad attirare l’attenzione.

L’approccio di Home Studyo

Sul sito di Home Studyo si legge che la filosofia di questo studio di design vede gli oggetti che scegliamo per le nostre case come parte di una collezione personale che definisce chi siamo, la nostra zona di comfort e la nostra identità. Un punto di vista sicuramente condivisibile che rivediamo anche nell’unicità dei loro pezzi. Sul loro profilo Instagram si può anche dare uno sguardo a una parte del processo produttivo dove la ceramica incontra quello che loro stessi chiamano playful design.

Home Studyo è nato poche settimane fa ma è uno degli studio di design da tenere sicuramente d’occhio non solo per l’unicità degli oggetti che propone ma anche per la forza comunicativa di questo brand. Il punto forte di questo progetto, forse, sta tutto nell’effetto straniante di cui abbiamo parlato prima e quello che ci aspettiamo sono altri prodotti realizzati con lo stesso concept in mente.

Home Studyo realizza gonfiabili di ceramica
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