Nel progetto Open Nights (2026), la fotografa francese Léna Maria costruisce una narrazione immersiva che si muove ai margini del visibile, esplorando la notte come spazio simbolico e terreno di connessione tra umano e non umano. Attraverso l’uso di fototrappole, dispositivi sensibili al movimento, al calore e alle vibrazioni, l’artista rinuncia a un controllo diretto dell’immagine, affidandosi a uno sguardo altro che registra ciò che accade lontano dalla presenza umana, lasciando che siano le presenze del paesaggio a emergere autonomamente, stagione dopo stagione.



La notte diventa così un luogo di indeterminatezza, una soglia in cui le categorie razionali e le opposizioni nette iniziano a dissolversi. In questo spazio sospeso, ciò che solitamente resta ai margini prende forma, suggerendo nuove possibilità di relazione e percezione. L’immagine, in questo contesto, si configura come un atto quasi rituale, una sorta di incantesimo visivo capace di trasformare l’idea di scomparsa in una promessa di metamorfosi.



Guidato da una prospettiva ecofemminista, il progetto mette in discussione la centralità dell’essere umano, proponendo una visione della natura non come insieme di elementi separati, ma come un sistema fluido di relazioni e interdipendenze. Le immagini, attraversate da tonalità terrose, ossidazioni, riflessi metallici e tracce di erosione, diventano frammenti sensibili di questo ecosistema complesso, quasi superfici attraversate dal tempo e dalla materia.


Open Nights segue un processo dove la notte smette di essere uno spazio di assenza per trasformarsi in un luogo fertile, dove si costruiscono nuove forme di consapevolezza e, forse, nuove possibilità di coesistenza.


