I paesaggi primordiali di Luca Tombolini

I paesaggi primordiali di Luca Tombolini

Giulia Ficicchia · 4 anni fa · Photography

C’è una sorta di legge non detta all’interno del mondo della fotografia secondo la quale nessuna foto andrebbe mai spiegata.

Sento di condividerla pienamente ma ritengo che se c’è una storia che va raccontata è senza dubbio quella di chi le fotografie le immagina nella propria mente, le cerca nei luoghi più disparati e le scatta, regalandole a noi.

Perciò un giorno ho contattato Luca Tombolini, giovane fotografo milanese, e gli ho chiesto di raccontarmi la sua storia, i suoi pensieri, i suoi perché. È una conversazione fatta di domande banali ma di risposte bellissime.

Quando hai cominciato a fotografare e perché?

Ho iniziato seriamente dopo la laurea. Prima di allora giocavo con delle reflex 35mm senza mai però innamorarmi dei risultati. Quando stavo scrivendo la tesi sulle figure retoriche nel cinema italiano, un amico mi parlò della fotografia in grande formato e da lì a poco comprai il primo banco ottico. Sono estremamente contemplativo nel fotografare e quindi fu il mezzo tecnico perfetto per creare quel tipo di immagini.

Cosa rappresenta per te la fotografia?

Oltre a un modo di guadagnarmi da vivere rappresenta soprattutto il mezzo per una ricerca interiore. Mi piace infatti partire per lunghi viaggi in solitaria per fotografare aree remote, per lo più desertiche. È quindi l’occasione per cercare di individuare sé stessi al netto della persona sociale che usiamo nella vita di tutti i giorni. I tempi moderni stanno sempre di più relegando questa entità in disparte, ma per quanto la gente sia forzata a vivere consciamente e strategicamente il “qui e ora” della vita quotidiana, quella parte inconscia di noi stessi costantemente interagisce e pone le sue domande.

Perché la scelta della fotografia paesaggistica?

Quando fu il momento di decidere veramente cosa volessi fotografare come ricerca personale, mi si presentarono piuttosto inconsciamente queste situazioni desertiche, aliene. Fu così che iniziai a cercare nel mondo i posti giusti. Ma non lo vedo come un diktat, finché avrò la sensazione di dover continuare questo tipo di percorso andrò avanti; nel momento in cui dovessi accorgermi che è eventualmente arrivato il momento di cambiare soggetto e proseguire la ricerca diversamente, lo farò.

Quali luoghi, tra quelli visitati, ti hanno colpito di più?

Ogni luogo è stato speciale. La serie LS VII è scattata sull’isola di Pag nel punto esatto dove nell’estate del ’41 vennero massacrate dalle 4000 alle 10.000 persone in un campo di concentramento ustasha. Le sensazioni sono fortissime. E anche mettere il campo nel mezzo delle highlands islandesi, lontanissimo da qualsiasi insediamento umano. Quando viene buio si ha la sensazione di sprofondare nel silenzio di una notte primitiva.

Il tuo prossimo progetto fotografico?

Non ho ancora deciso se è arrivato il momento del midwest americano, molto impegnativo per la quantità dei luoghi, oppure dedicarmi alle nostre Alpi che nascondono moltissimi tesori.

Se guardando le foto di Luca doveste avere un colpo di fulmine, sappiate che è possibile acquistare le sue stampe in edizione limitata direttamente dal suo sito.

I paesaggi primordiali di Luca Tombolini | Collater.al
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Luca Tombolini

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“City Benches”, le nuove panchine di Londra

“City Benches”, le nuove panchine di Londra

Emanuele D'Angelo · 2 giorni fa · Design

Come ogni anno in occasione del London Festival of Architecture giovani designer e architetti si sono sfidati per il progetto “City Benches“.
Un concorso di progettazione per una serie di panchine pubbliche da installare a Cheapside nella città di Londra.

Studenti di architettura e design, neolaureati e studi emergenti sono invitati a presentare una proposta di design per una panchina che trasformerà la strada di Cheapside in un luogo dove sedersi e riposare in mezzo al trambusto.

LFA è il più grande festival annuale di architettura del mondo. Di solito si svolge durante tutto il mese di giugno, ma quest’anno è stato costretto a seguire un formato digitale.
Quest’anno, creare nuove sedute nel contesto delle restrizioni di Covid-19 è stata un’ulteriore sfida, consentendo al tempo stesso uno spazio all’aperto socialmente distante.

Sono stati molti i giovani designer che hanno preso parte alla gara, ma alla fine solo in pochi hanno visto la loro idea diventare realtà nelle strade di Londra. Così un ananas diventa una panchina sfaccettata che funge anche da fioriera, progettata da Hugh Diamond, Archie Cantwell e Cameron Clarke. È stata realizzata a mano dal trio del RARA Workshop combinando pezzi grossi di cemento pigmentato.

Nel Cheapside Sunken Garden, il laureato Bartlett Oli Colman ha sistemato due sedute che prendono la forma di coloratissimi bulbi oculari che guardano verso il cielo, chiamate “Look Up”.

La panchina realizzata dalla designer Chim Chim rende invece omaggio alle case vittoriane di Londra, con uno schienale realizzato con quattro tradizionali comignoli residenziali.

Nelle vicinanze si trova la panca The Two-Seater Rule, che si presenta sotto forma di due sedie a forma di trono collegate da una panca lunga due metri. A detta dell’artista una panchina pensata per lunghi faccia a faccia, dove ci si possa confrontare.

E per finire abbiamo “51°30’48.6″ N 0°05’17.9”, la panchina dello Studio Mxmxm costruita con lastre di acciaio verniciato a polvere tagliate al laser, che rappresentano ciascuna un asse nel sistema di coordinate geografiche.


“City Benches”, le nuove panchine di Londra
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La Porsche 911 Turbo di Daniel Arsham

La Porsche 911 Turbo di Daniel Arsham

Emanuele D'Angelo · 1 giorno fa · Design

Dopo due anni di ricerca, sviluppo e produzione Daniel Arsham ha svelato la sua nuova versione Porsche 911 Turbo.

La macchina è un modello del 1975, una versione dalla potenza straordinaria, soprattutto grazie a una sovralimentazione con turbocompressore. Dal suo lancio sul mercato nel 1975, la 911 Turbo divenne il modello di punta della gamma 911 (agli inizi denominata internamente anche 930).

Daniel Arsham per questa sua seconda collaborazione con la casa automobilistica tedesca ha creato una versione unica.
L’auto è stata ricostruita da zero, utilizzando una 911 Turbo (930) originale dell’86, e ogni aspetto della vettura è stato personalizzato.

L’esterno dell’auto è caratterizzato da un’elegante verniciatura bianca con decalcomanie nere tonali per auto da corsa, tra cui Arsham Studio e Dior vinyls. I cerchi a forma di Fuchs sono prodotti da Matt Crooke di Fifteen52, contengono un monogramma di Arsham Studio con tratteggio incrociato che rende omaggio agli iconici cerchi in lega di magnesio della RSR del 1974.

Gli interni rigorosamente in pelle italiana sono stati realizzati da Objects For Living. La tappezzeria è impreziosita dal volante in pelle personalizzato con la scritta “Porsche-Arsham” e dai davanzali delle Porte Turbo in alluminio. I manometri personalizzati dipinti a mano nel cruscotto fanno riferimento a un design che Porsche ha creato solo per le 930 giapponesi, tutte filtrate attraverso il reparto di design dello Studio Arsham. Il motore e la trasmissione turbo sono stati tolti e completamente ricostruiti.

Porsche insieme ad Arsham studio si è regalata un vero e proprio tuffo nel passato, dando vita a gioiello.

La Porsche 911 Turbo di Daniel Arsham
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“The Cove”, un nuovo molo per San Francisco

“The Cove”, un nuovo molo per San Francisco

Emanuele D'Angelo · 6 ore fa · Design

Lo studio Heatherwick ha rilasciato i primi mock-up del loro ultimo progetto “The Cove”.
Il progetto prevede la riqualificazione dei moli 30-32 nel porto di San Francisco andati bruciati 36 anni fa circa.

Il sito, attualmente utilizzato come parcheggio, verrebbe trasformato in qualcosa di unico, ripensato per essere più accessibile e diventare un nuovo punto di riferimento della città americana.

Lo studio guidato da Thomas Heatherwick ha pensato ad una struttura a ferro di cavallo che ospiterà varie attività sono previsti infatti circa 26 padiglioni. Tutto corredato da una piazza centrale polifunzionale, capace di trasformarsi a seconda dei vari eventi che ospiterà.

Il progetto non poteva non avere un’anima green, ormai dettaglio essenziale di ogni nuova struttura.
Il tetto avrà i pannelli fotovoltaici per essere completamente autonomo, tutti i capannoni realizzati saranno in legno per diminuire l’impatto ambientale.

Ancora però per farci un giro in “The Cove” dovremmo attendere parecchio. Se i piani vengono approvati e i lavori inizieranno in tempi relativamente brevi, il completamento del progetto è previsto per il 2026.


“The Cove”, un nuovo molo per San Francisco
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Casa Atibaia, un’abitazione modernista nascosta nella foresta

Casa Atibaia, un’abitazione modernista nascosta nella foresta

Giulia Guido · 54 secondi fa · Design

I creativi Charlotte Taylor, che gestisce Maison de Sable, e Nicholas Préaud, co-founder dello studio Ni.acki, hanno unito la loro passione per l’architettura modernista Brasiliana e hanno immaginato Casa Atibaia

Il punto di riferimento di questa collaborazione è la famosissima Casa de Vidro progettata dall’architetto e designer italiana naturalizzata brasiliana Lina Bo Bardi e costruita nel 1951. Non mancano però riferimenti a lavori di altri architetti, come la Casa Das Canoas di Oscar Niemeyer. 

Casa Atibaia è stata concepita come una moderna casa nascosta nella foresta poco fuori San Paolo e affacciata sul fiume Atibaia, da cui prenderebbe il nome. La casa immaginata da Charlotte Taylor e Nicholas Préaud si presenta come un cubo di cemento bianco con le pareti completamente vetrate. Se nel progetto della Bo Bardi la casa è sopraelevata dal suolo grazie all’utilizzo di sottili colonne, nella Casa Atibaia questi elementi strutturali sono stati sostituiti con enormi massi che penetrano anche all’intero, andando a formare parte dell’arredamento. 

Inoltre, esattamente al centro della casa si trova un cortile pensato per dividere la zona giorno dalla zona notte e che permette alla natura circostante di abbracciare tutti i luoghi della casa. 

Casa Atibaia, un’abitazione modernista nascosta nella foresta
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