I paesaggi primordiali di Luca Tombolini

I paesaggi primordiali di Luca Tombolini

Giulia Ficicchia · 3 anni fa · Photography

C’è una sorta di legge non detta all’interno del mondo della fotografia secondo la quale nessuna foto andrebbe mai spiegata.

Sento di condividerla pienamente ma ritengo che se c’è una storia che va raccontata è senza dubbio quella di chi le fotografie le immagina nella propria mente, le cerca nei luoghi più disparati e le scatta, regalandole a noi.

Perciò un giorno ho contattato Luca Tombolini, giovane fotografo milanese, e gli ho chiesto di raccontarmi la sua storia, i suoi pensieri, i suoi perché. È una conversazione fatta di domande banali ma di risposte bellissime.

Quando hai cominciato a fotografare e perché?

Ho iniziato seriamente dopo la laurea. Prima di allora giocavo con delle reflex 35mm senza mai però innamorarmi dei risultati. Quando stavo scrivendo la tesi sulle figure retoriche nel cinema italiano, un amico mi parlò della fotografia in grande formato e da lì a poco comprai il primo banco ottico. Sono estremamente contemplativo nel fotografare e quindi fu il mezzo tecnico perfetto per creare quel tipo di immagini.

Cosa rappresenta per te la fotografia?

Oltre a un modo di guadagnarmi da vivere rappresenta soprattutto il mezzo per una ricerca interiore. Mi piace infatti partire per lunghi viaggi in solitaria per fotografare aree remote, per lo più desertiche. È quindi l’occasione per cercare di individuare sé stessi al netto della persona sociale che usiamo nella vita di tutti i giorni. I tempi moderni stanno sempre di più relegando questa entità in disparte, ma per quanto la gente sia forzata a vivere consciamente e strategicamente il “qui e ora” della vita quotidiana, quella parte inconscia di noi stessi costantemente interagisce e pone le sue domande.

Perché la scelta della fotografia paesaggistica?

Quando fu il momento di decidere veramente cosa volessi fotografare come ricerca personale, mi si presentarono piuttosto inconsciamente queste situazioni desertiche, aliene. Fu così che iniziai a cercare nel mondo i posti giusti. Ma non lo vedo come un diktat, finché avrò la sensazione di dover continuare questo tipo di percorso andrò avanti; nel momento in cui dovessi accorgermi che è eventualmente arrivato il momento di cambiare soggetto e proseguire la ricerca diversamente, lo farò.

Quali luoghi, tra quelli visitati, ti hanno colpito di più?

Ogni luogo è stato speciale. La serie LS VII è scattata sull’isola di Pag nel punto esatto dove nell’estate del ’41 vennero massacrate dalle 4000 alle 10.000 persone in un campo di concentramento ustasha. Le sensazioni sono fortissime. E anche mettere il campo nel mezzo delle highlands islandesi, lontanissimo da qualsiasi insediamento umano. Quando viene buio si ha la sensazione di sprofondare nel silenzio di una notte primitiva.

Il tuo prossimo progetto fotografico?

Non ho ancora deciso se è arrivato il momento del midwest americano, molto impegnativo per la quantità dei luoghi, oppure dedicarmi alle nostre Alpi che nascondono moltissimi tesori.

Se guardando le foto di Luca doveste avere un colpo di fulmine, sappiate che è possibile acquistare le sue stampe in edizione limitata direttamente dal suo sito.

I paesaggi primordiali di Luca Tombolini | Collater.al
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Luca Tombolini

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Siofók II – Le memorie ungheresi di Marietta Varga

Siofók II – Le memorie ungheresi di Marietta Varga

Giulia Ficicchia · 3 anni fa · Photography

Uno dei luoghi che conosceremo sempre come le nostre tasche è quello in cui siamo nati e cresciuti.

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Dads – L’assenza paterna nelle foto manipolate di Camille Léveque

Dads – L’assenza paterna nelle foto manipolate di Camille Léveque

Elena Fortunati · 3 anni fa · Photography

Vuoto: spazio libero nel quale nessun corpo solido si frappone. Un corpo solido forse no, ma un’essenza si. Ed è su questa concezione che si basa il lavoro di Camille Léveque, ‘Dads’.

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Le realtà urbane di Fred Guillaud

Le realtà urbane di Fred Guillaud

Giulia Ficicchia · 3 anni fa · Photography

Nell’introdurre questo fotografo, tutto vi sembrerà un clichè: Fred Guillaud è un architetto che scatta foto minimal di città.

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La globalizzazione emotiva negli scatti di Nguan

La globalizzazione emotiva negli scatti di Nguan

Giulia Ficicchia · 3 anni fa · Photography

In un’intervista rilasciata a un blog americano, Nguan dice di aver capito di voler diventare un fotografo l’11 settembre 2001. La sua reazione all’evento è stata quella di fotografare tutto quello che i suoi occhi stavano raccogliendo non molto lontano dal luogo del disastro e da quel momento non ha più smesso.

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