Photography PhotoDesk – Fotografia Europea
Photographyfestivalphotodesk

PhotoDesk – Fotografia Europea

PhotoDesk è la rubrica realizzata in collaborazione con Laura Tota che vi porta alla scoperta dei Festival di fotografia.
-
Laura Tota

Fotografia Europea è un festival culturale internazionale dedicato alla fotografia contemporanea. Nato nel 2006, è promosso da Fondazione Palazzo Magnani e Comune di Reggio Emilia. Il punto di partenza è la fotografia come strumento per riflettere sulle complessità della contemporaneità seguendo la lezione del fotografo reggiano Luigi Ghirri, il cui archivio è conservato in città.

Il festival si svolge in diversi luoghi di Reggio Emilia pubblici e privati, formali e informali, e si compone di un nucleo centrale di mostre, dedicate a un tema specifico individuato ogni anno dal comitato scientifico. Alle mostre si affianca, poi, un ricco programma di eventi, conferenze, proiezioni, workshop, letture portfolio, spettacoli site specific.
Arricchisce inoltre il programma il circuito OFF: un’offerta di mostre e eventi disseminata nel territorio e promossa in modo indipendente da gallerie, associazioni, istituzioni pubbliche e soggetti privati.

Nel 2022 il festival ha visto come miglior Photo Festival of the Year ai Lucie Awards di Los Angeles e qui ne parliamo con Matilde Barbieri, Project Manager di Fotografia Europea.

Circuito OFF, Atelier ViadueGobbiTre, ph outThere_collective

Spesso succede che i festival fotografia adottino temi molto ampi, funzionali più alla comunicazione che a una reale linea guida coerente dal punto di vista curatoriale. Per Fotografia Europea, invece, il tema è talmente centrale da costituire un elemento di forte identità e diventare un dispositivo di lettura del presente e non un semplice frame narrativo. Come il tema annuale riesce davvero a orientare le scelte del festival, evitando di essere un mero slogan sotto cui far convivere progetti eterogenei?

Per Fotografia Europea il tema è sempre stato fondamentale ed è il punto di partenza del lavoro curatoriale, ma a differenza di molti festival non è scelto solo dalla direzione artistica, ma in concerto con la Fondazione e il Comune in quanto serve come lente per affrontare questioni ritenute importanti sia per la società che per la città. Dall’individuazione del tema si costruisce una programma omogeneo che raccolga diversi sguardi.

A differenza di altri festival percepiti per lo più come “eventi temporanei” calati su un territorio, Fotografia Europea nasce e cresce in dialogo costante con Reggio Emilia, con i suoi stakeholders, con le sue istituzioni culturali e con una comunità che nel tempo ha imparato a identificarsi nel festival. Quanto è determinante questo legame con la città nella costruzione dell’identità del festival? E cosa succederebbe se Fotografia Europea fosse sradicato dal suo contesto originario? Cosa perderebbe?

Il legame con Reggio Emilia è determinante perché Fotografia Europea nasce dall’amministrazione comunale per la città e con essa rimane in continuo dialogo. Se il festival venisse sradicato dal suo contesto perderebbe proprio questa dimensione relazionale, che è parte integrante del suo senso e del suo modo di guardare nel presente.

Palazzo Da Mosto_Giulia Gibertini

In molti festival la Open Call è diventata uno strumento standard come tanti altri, talvolta accessorio, talvolta puramente quantitativo e comunicativo. A Fotografia Europea, invece, la Open Call è storicamente una delle porte principali di accesso al programma ufficiale. Che ruolo ha oggi la Open Call nella visione globale del festival: è uno strumento di scouting, un atto politico di apertura o un modo per rinnovare lo sguardo curatoriale?

La Open Call per Fotografia Europea è diventata una parte strutturale del progetto. È certamente un dispositivo di scouting, ma anche un atto di apertura che permette di ampliare lo sguardo curatoriale. Il festival così rimane permeabile e riesce ad intercettare urgenze e linguaggi che possono emergere fuori dai circuiti più consolidati. Negli anni poi alla Open Call si è affiancato il premio FE+SK BookAward, che raccoglie candidature per realizzare un libro fotografico in collaborazione con Skinnerboox. Finanziando questo premio il festival sostiene l’editoria indipendente fotografica e promuove progetti editoriali di artisti emergenti o mid career.

Nella selezione dei progetti espositivi, nel panorama dei festival internazionali si oscilla spesso tra due estremi: programmi dominati da grandi nomi oppure spazi dedicati quasi esclusivamente agli emergenti. Fotografia Europea prova da tempo a tenere insieme livelli diversi di avanzamento di carriera. Come costruite questo equilibrio tra autori affermati ed emergenti affinché il dialogo sia reale e non gerarchico?

Non esistono gerarchie all’interno del programma del festival, tutti i progetti vengono presentati allo stesso livello in quanto sono parte di una molteplicità di punti di vista che non viene determinata dallo status dell’autore. Questo favorisce lo scambio tra i diversi artisti che si trovano a condividere spazi e momenti di incontro sia più formali che informali.

Fotografia Europea
Circuito Off_ph Giulia Gibertini

In molte città il cosiddetto “off” vive ai margini dei programmi ufficiali, considerato spesso come palinsesto riempitivo marginale; a Reggio Emilia, invece, il Circuito OFF è diventato negli anni una componente riconosciuta e strutturata del festival. In che modo il Circuito OFF contribuisce a definire l’identità di Fotografia Europea e che tipo di libertà o di rischio introduce rispetto al programma principale?

Il Circuito OFF è una parte viva dell’identità di Fotografia Europea perché estende il festival nello spazio urbano e nella sue comunità di appartenenza. La dimensione di libertà che introduce lo rende meno vincolato ai codici delle mostre del circuito ufficiale, diventa un luogo di sperimentazione e di prossimità. Più che rischio direi che introduce un elemento di imprevedibilità che lo rende sempre un luogo scoperta.

La fotografia contemporanea affronta temi complessi — identità, memoria, politica, trasformazioni sociali — che non sempre sono immediati per un pubblico non specializzato. Fotografia Europea sembra assumersi il rischio di questa complessità. Come riuscite a mantenere una forte ambizione culturale senza semplificare eccessivamente, ma rendendo comunque il festival accessibile a un pubblico ampio?

Cerchiamo di non abbassare la complessità dei contenuti, ma di lavorare molto sui dispositivi di mediazione. Il nostro staff edu lavora per realizzare testi, contributi audio e mappe che accompagnano i visitatori offrendo più livelli di lettura. Allo stesso tempo vengono organizzati percorsi ad hoc con il pubblico più fragile. L’obiettivo è creare le condizioni perché ciascuno possa trovare il proprio punto di accesso.

Fotografia Europea
ph outTherecollective

Sempre più festival ridefiniscono i confini della fotografia, aprendo a video, installazioni, archivi, pratiche ibride. Fotografia Europea non fa eccezione, pur restando fortemente legato al medium fotografico. Come si posiziona oggi il festival rispetto alla fotografia come linguaggio specifico, in dialogo o in tensione con altri media visivi?

Fotografia Europea pur restando fortemente legato alla fotografia, ha sempre favorito il dialogo con altri media. Video, installazioni e pratiche ibride sono un modo per interrogarsi su cosa può essere oggi la fotografia e come si trasformano i suoi confini. La tensione con altri linguaggi è uno spazio produttivo di ricerca e sperimentazione.

I festival longevi come il vostro affrontano una sfida delicata: restare riconoscibili senza diventare prevedibili. Fotografia Europea ha attraversato cambiamenti di contesto, di pubblico e di pratiche artistiche. Quali sono gli elementi che ritenete irrinunciabili dell’identità del festival e quali, invece, avete scelto consapevolmente di trasformare nel tempo?

Sono irrinunciabili la centralità del tema, l’attenzione al presente e il legame con il territorio. Quello che invece abbiamo scelto di trasformare nel tempo è il format, che si è dovuto adattare anche ai cambiamenti degli anni. Ad esempio uno dei cardini di Fotografia Europea era aprire luoghi non consueti; con le odierne normative in merito di sicurezza questo è stato sempre più difficile, abbiamo quindi dovuto ridurre il numero delle sedi concentrandoci su luoghi di più facile gestione senza però rinunciare alla diffusione sul territorio.

Fotografia Europea
Mostra Daido Moriyama, Chiostri di San Pietro, ph outThere_collective

In un contesto in cui il termine “europeo” è sempre più complesso sotto più punti di vista – politicamente, culturalmente, geograficamente – il nome del festival continua a porre una questione aperta. In che senso Fotografia Europea si definisce oggi “europea”: per provenienza degli artisti, per i temi affrontati, per le reti culturali che attiva o per il pubblico a cui si rivolge?

Fotografia Europea deve il suo nome all’amministrazione comunale di ventuno anni fa, in questi ventuno anni è cambiata sia la nostra percezione di Europa che la nostra percezione del mondo. Europea non era meramente un aggettivo geografico, ma voleva collocare il dialogo a livello nazionale e internazionale, cercando comunanze e differenze al fine di affrontare un discorso complesso sul presente. Credo che questo tipo di visione non sia mai stata abbandonata.

Oltre alle mostre temporanee, un festival costruisce nel tempo archivi, relazioni, immaginari e opportunità che continuano a vivere anche dopo la chiusura delle edizioni. Che tipo di eredità culturale pensa di lasciare Fotografia Europea, sia alla città di Reggio Emilia sia al panorama più ampio della fotografia contemporanea?

Credo che l’eredità di Fotografia Europea stia soprattutto nei processi più che nei singoli eventi: un archivio di sguardi sul presente, relazioni durature con artisti e istituzioni e una comunità che nel tempo ha rafforzato strumenti critici. Per Reggio Emilia significa una crescita culturale condivisa; per il panorama della fotografia contemporanea, uno spazio di ricerca e di confronto che continua a produrre senso anche oltre il tempo del festival.

Fotografia Europea

In questi oltre 20 anni di attività, avete coinvolto centinaia di autori nazionali e internazionali e animato decine e decine di location diverse. Nella tua esperienza di Exhibition Manager, qual è stato il progetto nel quale hai rilevato la più alta coerenza tra aderenza al tema annuale, scelte allestitive e dialogo con la location scelta?

È difficile sceglierne uno solo, ma uno dei progetti che più ho sentito coerente è stato THE ARCHIVE YOU DESERVE – T.A.Y.D a cura di Federica Chiocchetti che presentava l’archivio dell’artista Lorenzo Tricoli (Fotografia Europea 2017. Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie). La curatrice riuscì a integrare magistralmente i materiali di archivio con la location, un villino liberty che si trova in città (Villa Zironi). In questo caso la location non era un contenitore neutro, ma diventava parte attiva della narrazione, tanto che i visitatori non sempre capivano quali erano i materiali della mostra e quali quelli della casa. 

Photographyfestivalphotodesk
Scritto da Laura Tota

Editor's Picks

x
Ascolta su