Da qualche anno, c’è un motivo in più per visitare il borgo di Neive nelle Langhe, in Piemonte, riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO: il “LanghePhotoFestival” infatti rappresenta un evento straordinario, dedicato all’arte della fotografia d’autore, che trasforma questo gioiello riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO in un palcoscenico vibrante di arte e cultura.
Fondato con l’intento di celebrare ed elevare il linguaggio fotografico contemporaneo, il LanghePhotoFestival offre esperienze espositive sia all’aperto che in storiche location, incontri e progetti site-specific. Il valore aggiunto? Il dialogo tra l’identità locale e la potente narrazione visiva data dai progetti fotografici ospitati in paesaggi mozzafiato.
Abbiamo parlato di questo giovane festival nato nel 2023 insieme al suo fondatore e direttore artistico, Alberto Selvestrel.

Il rapporto tra le immagini e il borgo è centrale nel LanghePhotoFestival, che ha costruito la sua forte identità anche a partire dal suo tessuto urbano. Qual è il progetto che, più di ogni altro, ha saputo dialogare in profondità con Neive e con il paesaggio delle Langhe, trasformando il luogo in un dispositivo narrativo attivo? E come lavorate affinché il territorio non diventi mai solo un fondale estetico?
Dal nostro punto di vista il progetto che meglio ha dialogato con lo spazio è stato quello di Deanna Dikeman, “Leaving and Waving”, che abbiamo installato all’interno della torre medioevale di Neive. La mostra si sviluppava verticalmente sulle pareti interne della torre alta 20 metri. Le fotografie potevano essere fruite salendo verso la cima dell’edificio che si apre con una vista panoramica sulle colline circostanti. La salita a chiocciola suggeriva l’idea di temporalità, di ascesa, e le 23 immagini selezionate dal progetto riassumevano, anno dopo anno, gradino dopo gradino, gli ultimi 27 anni di vita dei genitori della fotografa. Percorre quella scalinata è stata un’esperienza profondamente toccante per molti visitatori.


Alcuni festival diffusi, in Italia e non solo, hanno dimostrato come un borgo possa diventare un percorso narrativo e la dimensione raccolta del borgo di Neive sicuramente ne facilita la fruizione. Ma nello specifico, come disegnate la sequenza delle mostre affinché il visitatore viva l’esperienza festival come coerente e integrata, e non come una somma di esposizioni indipendenti? Come definite il match tra progetto e location?
Spesso cerchiamo un progetto che sia valorizzato dallo spazio, come nel caso della torre di cui parlavo prima. Ricamiamo la mostra su misura nello spazio dato che ci occupiamo noi personalmente della produzione di ogni pezzo esposto. Proviamo a creare una simbiosi tra spazio e installazione per restituire al visitatore un’esperienza non ripetibile nella fruizione di un determinato progetto. Il percorso tra le mostre del LanghePhotoFestival varia di anno in anno, in base al ritmo che desideriamo imprimere all’esposizione. Ci permette di giocare con le tematiche affrontate e di bilanciarle al meglio.
L’allestimento outdoor pone questioni tecniche che solo pochi festival affrontano con continuità – uno fra tutti, Image Vevey, con la sua lunga esperienza di esposizioni a cielo aperto. Le sfide riguardano il dialogo con luoghi ricchi di significati pregressi, ma anche la gestione di un budget che a volte richiede qualche sforzo aggiuntivo. Collaborate con gli autori per adattare i progetti alla luce naturale, agli spazi e alla fruizione nel borgo?
Dedichiamo a ogni progetto un lungo scambio con l’autore per immedesimarci nella sua storia e per riuscire a riproporla al visitatore del festival. La nostra esperienza negli anni ci ha permesso di comprendere i punti di forza e le criticità dei vari vicoli del borgo: illuminazione, forza degli agenti atmosferici, impatto sul pubblico. In questo senso proponiamo all’autore lo spazio che reputiamo più adatto ad accogliere il progetto e ogni immagine è disposta in punti che al meglio sappiano legarsi al luogo storico che le ospita.

In diversi festival costruiti in contesti piccoli, la comunità può diventare un’estensione della curatela e arrivare a ricoprire un ruolo determinante nell’attivare della narrazione del territorio stesso. In che modo gli abitanti di Neive partecipano o influenzano la costruzione del LanghePhotoFestival? Ci sono episodi significativi che hanno arricchito la lettura di un progetto?
Nel percorso espositivo del festival, sia per quanto riguarda le mostre all’aperto con stampe di grande formato che per le mostre in edifici storici, le immagini invadono gli spazi del borgo, animandolo per diversi mesi. La nostra prerogativa è che gli abitanti di Neive vivano l’esperienza festivaliera positivamente. Siamo quindi sempre molto contenti quanto riceviamo feedback positivi sulle immagini per il borgo o scopriamo che il LanghePhotoFestival, gratuito per tutti i neivesi, è stato un’occasione per scoprire spazi del borgo ancora mai visitati.
A differenza dei festival urbani, qui il visitatore arriva per scelta, non per caso. Questa peculiarità influenza le vostre scelte curatoriali e il tipo di progetti che desiderate valorizzare nelle prossime edizioni?
Il festival si è evoluto in questi anni affinando un’idea ben precisa che speriamo di continuare a comunicare nelle prossime edizioni. L’obiettivo non era quello di attirare un determinato tipo di pubblico, ma di mettere in risalto un determinato tipo di fotografia, portando il pubblico a riflettere da diversi punti di vista sul linguaggio fotografico. Continueremo in questa direzione, cercando di bilanciare al meglio vari tipi di progetti esposti per continuare a promuovere la nostra idea di fotografia.

Nel panorama internazionale, le open call hanno identità molto diverse: alcune tematiche, altre completamente libere. Quelle libere spesso non rendono immediata per i fotografi la possibilità che il proprio lavoro possa funzionare, proprio perché spesso le informazioni sono molto generiche, rischiando di rendere tutti i progetti candidabili e nessuno potenzialmente idoneo. Qual è la funzione principale della vostra open call: intercettare nuove voci, trovare linguaggi che dialoghino con il borgo, o costruire un equilibrio generazionale nella programmazione? Quali aspetti pesano davvero nella selezione della call e cosa cercate nelle diverse candidature che ricevete?
Per noi l’open call è indubbiamente un’occasione per scoprire nuovi autori.
Questo format abbatte l’idea del nome affermato come metro di valore poiché ogni progetto viene visionato e valutato senza conoscere l’identità di chi lo ha realizzato.
Cerchiamo progetti dove emerga la visione autoriale del fotografo e, di conseguenza, premiamo la ricerca e la sperimentazione.
Alcuni festival internazionali si distinguono per la capacità di attivare relazioni professionali durature. Qual è l’esperienza concreta che gli autori, non solo quelli selezionati, ma anche fotografi che intendono visitare il festival, vivono qui – in termini di confronto, rete, crescita professionale – e che non vivrebbero altrove?
Difficile poter rispondere. Ogni esperienza di festival è unica e offre opportunità o spunti differenti. Noi portiamo avanti la nostra etica in tutto il processo, dalla selezione dei progetti alla relazione con i fotografi e i visitatori. Il festival dà la possibilità di creare relazioni ad ampia rete ed è già successo che fotografi esposti al festival poi riecheggino nel panorama contemporaneo e vengano contattati da altre realtà. Il festival diventa quindi una piattaforma dalla quale ogni fotografo può ricevere proposte differenti.
In un panorama internazionale ricco ma spesso molto standardizzato, i festival che crescono sono quelli con una voce riconoscibile. Quale spazio volete occupare nei prossimi anni e che ruolo avrà la vostra open call nel consolidare un’identità sempre più distintiva? Quali novità state preparando per la prossima edizione?
La vocazione per la ricerca verso il linguaggio fotografico sarà sempre la guida per il futuro del LanghePhotoFestival. Continueremo in questa direzione evidenziando come la fotografia sia un linguaggio complesso, che richiede umiltà e tempo per essere compreso.


