Aprire un’app di second-hand e scorrere oggetti appartenuti a sconosciuti è diventato un gesto sempre più familiare. Una giacca vintage, una borsa degli anni Novanta, un paio di sneaker indossate solo poche volte. Oggetti che arrivano da vite diverse dalla nostra e che, per qualche motivo, finiscono nel nostro carrello. Non sappiamo chi li abbia scelti, dove siano stati indossati, quali storie abbiano attraversato: eppure proprio questa dimensione narrativa sembra renderli più interessanti.
Da qui parte la riflessione del primo episodio della seconda stagione di Cantiere Scandurra, il podcast di Scandurra Studio realizzato in collaborazione con Collater.al. Alessandro Scandurra, architetto fondatore dello Studio e voce narrante di questo viaggio, usa il fenomeno del second-hand come punto di osservazione per parlare di qualcosa di più ampio: il modo in cui oggi costruiamo senso, memoria e appartenenza.

Negli ultimi decenni il mondo è diventato sempre più interconnesso. Le immagini circolano senza sosta, le tendenze si diffondono rapidamente e le identità culturali sembrano sempre più mobili. Se da un lato questa rete globale ha ampliato le possibilità di scelta, dall’altro ha prodotto anche una sensazione diffusa di sradicamento. In un presente che cambia continuamente, trovare riferimenti stabili diventa sempre più complesso.
È in questo scenario che il passato torna ad assumere un valore particolare. Il ritorno del vinile, della fotografia analogica o della moda vintage non è soltanto una questione estetica: racconta il desiderio di ristabilire un legame con qualcosa che sembri più duraturo.
Come osserva nel podcast Alessandro Scandurra, il termine pre-lovedesprime bene questo cambiamento di prospettiva. Non significa semplicemente “usato”: indica qualcosa che è stato “già amato”.
La differenza è sottile ma significativa. Un oggetto pre-loved non è soltanto ciò che rimane dopo il consumo, ma diventa il frammento di una storia che continua. In questo senso gli oggetti smettono di essere completamente anonimi: portano con sé tracce di vite precedenti, di scelte, di contesti.

È interessante che siano soprattutto le generazioni più giovani ad aver adottato questo linguaggio emotivo. In un mondo dominato da produzioni rapide e cicli di consumo sempre più veloci, il valore di un oggetto sembra dipendere anche dalla sua capacità di raccontare qualcosa. Comprare un capo pre-loved significa allora inserirsi in una piccola genealogia materiale: entrare in una sequenza di relazioni che collega persone che probabilmente non si incontreranno mai.
Non è un caso che questo fenomeno si sviluppi proprio sulle piattaforme digitali dedicate al second-hand. App come Vinted hanno reso lo scambio di oggetti semplice e immediato, ma non hanno cancellato il lato sociale dell’esperienza. La chat tra venditore e acquirente, la trattativa sul prezzo, le recensioni reciproche ricreano una forma di relazione che ricorda da vicino quella dei mercati tradizionali.

Come suggerisce Scandurra nella puntata, queste piattaforme funzionano quasi come mercati contemporanei: spazi in cui non circolano soltanto merci, ma anche storie, reputazioni, piccoli frammenti di identità. Anche se tutto avviene attraverso uno schermo, rimane la sensazione di partecipare a una rete di scambi che collega individui e contesti diversi.
In fondo, ciò che emerge da questa riflessione è che gli oggetti continuano a svolgere una funzione simbolica molto forte. Non servono soltanto a soddisfare bisogni pratici, ma aiutano anche a costruire un senso di continuità. In un mondo percepito come sempre più veloce e instabile, scegliere qualcosa che ha già avuto una vita può diventare un modo per ricostruire un legame con il tempo e con gli altri.
Quando acquistiamo qualcosa di pre-loved, non stiamo cercando soltanto un oggetto. Stiamo cercando una storia in cui riconoscerci, un piccolo frammento di appartenenza dentro un presente che spesso sembra non avere radici.
