Processing the Destination: an interview with Gracie Hagen

Processing the Destination: an interview with Gracie Hagen

Aurora Alma Bartiromo · 7 anni fa · Photography

Dopo il grande successo della precedente serie Illusions of the Body, ho avuto l’occasione e il piacere di scambiare due parole con Gracie Hagen per quanto riguarda il suo nuovo progetto, Processing the Destination.

Quando hai deciso di cominciare a lavorare a questo progetto?

Da un po’ di tempo stavo pensando di fare un progetto che si svolgesse in un lungo periodo di tempo. Quando la donna nelle fotografie si è presentata alla mia porta con l’idea e la volontà di documentare la sua situazione, ho subito capito che era l’occasione perfetta.

Tutte le foto del set non sembrano naturali, il soggetto è in posa come una scultura o qualcosa di simile, ma allo stesso tempo la malattia è mostrata in maniera chiara, senza fronzoli. Come sei riuscita ad ottenere questo effetto?

In realtà le foto sono l’incarnazione del naturale. Durante ogni sessione c’eravamo solo io e lei a parlare di quello che le stava succedendo in quel preciso periodo. Ho provato a scattare una foto che rappresentasse esattamente quello che lei stava passando. Questa è stata una delle sfide che ho dovuto vincere durante il progetto, essere certa di stare raccontando la sua storia, non la mia versione della sua storia.

Come hai costruito il rapporto con la donna?

Avevamo fatto conoscenza prima del progetto ma in corso d’opera siamo diventate amiche. Penso questo sia avvenuto perché siamo entrambe persone estroverse ed è stato facile far nascere un’amicizia.

È stato difficile per te seguirla attraverso la sua malattia? Ti sei sentita empatica nei suoi confronti?

Io so che il cancro al seno esiste, come molte altre persone. Lo vediamo quasi tutti i giorni sui prodotti che compriamo o attraverso i media, è diventata una cosa molto commercializzata. Quello che secondo me ha fatto questo progetto è stato riportare il cancro al seno in una dimensione molto più realistica. Ho potuto vedere le diverse emozioni e i cambiamenti fisici a cui si va incontro. Non posso dire di sapere esattamente quello che si passa perché non l’ho provato sulla mia pelle, ma mi sono sentita una privilegiata a poter dare un rapido sguardo su com’è avere davvero il cancro al seno.

Perché hai scelto di includere la bambina nelle foto solo all’inizio e alla fine della serie?

La bambina è lì per aiutare lo spettatore a capire quanto tempo sia effettivamente passato e i forti cambiamenti che, non solo la madre, ma anche la piccola, hanno vissuto. L’intero processo ha interferito sulla sua capacità di essere madre. Quando le è stata diagnosticata la malattia, sua figlia aveva solo 6 mesi e durante le cure per tanto tempo lei non poteva nemmeno prenderla in braccio a cause delle ferite che si stavano rimarginando. Ha dovuto rivalutare e riadattare tutto il suo ruolo genitoriale.

Inoltre il soggetto delle foto ha dovuto affrontare non solo le immagini del suo corpo a cui era abituata ma anche le nuove ed ha pensato alle implicazioni a cui questi problemi potrebbero portare quando sua figlia sarà ormai una ragazza. Quanto queste potranno interferire con la crescita di una bambina, le esperienze di vita e il rapporto con il suo corpo?

Questo progetto è come un viaggio, dov’è la fine del percorso e cosa hai ottenuto quando ci sei finalmente arrivato?

Il cancro al seno è spaventoso e colpisce al cuore della femminilità. Volevamo togliere l’alone di mistero su questa esperienza, rivelare il viaggio e aggiungere un nuovo tipo di volto per ampliare il resoconto. Volevamo rendere partecipi le persone che non hanno a che fare con questo problema e aiutare quelle che purtroppo lo stanno vivendo.

Processing the Destination, come il mio lavoro precedente, ruota attorno alla condizione umana. È un atto di empatia e comprensione. In questo modo possiamo tutti condividere la paura, il dolore, la frustrazione e, alla fine, il trionfo, di cui un altro essere umano sta facendo esperienza.

Inoltre vorrei anche ricordare che il viaggio di ognuno è differente, questa non è una guida o un libretto d’istruzioni. Sono solo delle informazioni che stiamo portando alla luce del sole in modo che le donne possano prendere decisioni ben valutate.

English Version:

After the success of her previous series Illusions of the Body, I had the chance and the pleasure to have a little talk with Gracie Hagen about her new projectProcessing the Destination

When did you decided to begin this project? 

For a while I had been thinking about wanting to do a project that took place over a long period of time. When the woman in the photographs came to me with her idea to document her situation, I knew that it was the perfect project. 

All the photos of the set are not natural, the subject is striking a pose like a sculpture or something similar, but they are very clear about the disease. How did you manage to achieve this effect? 

The photographs are actually the epitome of natural. Each session was just her and I talking about what was happening for her during that particular time. I tried to pick an image that represented what she was going through. That was one of the challenges for me during the project, making sure I was telling her story, not my version of her story. 

How did you built the relationship with the woman? 

We had been acquaintances before the project but during the process we became friends. I think because we are both open people, it was easy to establish a friendship.

Is it been hard for you to follow her through her illness? Did you feel empathetic with her? 

I, like most people, know that breast cancer exists. We see it almost every day in products we buy or media we consume, it has become very commercialized. What this project did was bring breast cancer into more of a realistic view for me. I saw the different emotional and physical changes someone went through. I cannot say I know exactly what she went through because I’ve never experienced it myself, but I felt very privileged to get a glimpse of what it actually is like to have breast cancer. 

Why did you chosen to put in the picture the child only at the beginning and at the end of the series? 

The child is there to help visualize the amount of time that has passed, the amount of change that not only the woman went through but her child as well. The whole process affected how she was able to parent, when she was diagnosed, her child was about 6 months old and during the procedure there were long periods of time where she could not hold her child because of the healing that was taking place. She had to reevaluate how she would connect and parent her child without the ability to hold her own baby. 

The subject also had to come face to face with not only her old body image issues, but she acquired new ones. She thought about the implications those issues would have when raising a girl. How would these things affect her child’s growth, life experiences and own view of her body?

This project is like a journey, where is the end of the path and what did you achieve when you get there?

Breast cancer is frightening and strikes at the core of womanhood. We wanted to de-mystify the experience, reveal the journey, and add another type of face to expand the narrative. We wanted to enlighten people who aren’t dealing with this issue and to help those who are. 

Processing the Destination, like my past work, revolves around the human condition. It is an act of empathy and understanding. In this way we can all share in the fear, pain, frustration and subsequent triumph, another fellow human being experienced. 

I also want to note that everyone’s journey is different, this isn’t a guide or instructions for anyone. It’s information we are putting out there so women can make more informed decisions. 

Processing the Destination - an interview with Gracie HagenProcessing the Destination - an interview with Gracie HagenProcessing the Destination - an interview with Gracie HagenProcessing the Destination - an interview with Gracie HagenProcessing the Destination - an interview with Gracie HagenProcessing the Destination - an interview with Gracie HagenProcessing the Destination - an interview with Gracie HagenProcessing the Destination - an interview with Gracie HagenProcessing the Destination - an interview with Gracie HagenProcessing the Destination - an interview with Gracie HagenProcessing the Destination - an interview with Gracie HagenProcessing the Destination - an interview with Gracie Hagen

http://www.graciehagen.com/

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I migliori progetti fotografici che abbiamo visto ad ArteFiera 2023

I migliori progetti fotografici che abbiamo visto ad ArteFiera 2023

Laura Tota · 2 giorni fa · Photography

Energia, Rilancio e Impegno: sono queste le parole chiave con cui ArteFiera si presenta al pubblico per quest’attesa edizione 2023 che torna a presenziare gli spazi storici all’interno di Bologna Fiere (i Padiglioni 25 e 26) e a svolgersi nelle sue consuete date.
ArteFiera 2023 apre le danze della lunga stagione delle Fiere d’Arte Contemporanea di quest’anno, grazie a uno sforzo umano e organizzativo senza precedenti si sente pronta a lanciare la sfida a Miart a Milano. La proposta artistica è variegata, sono oltre 141 gli espositori che respirano e dialogano in spazi studiati per migliorare sempre di più la visitor experience e gli allestimenti, al fine di rendere il percorso di più piacevole per visitatori, addetti ai lavori e collezionisti.

La fotografia, molto presente anche nelle proposte della Main Section, rappresenta senz’altro una delle tante scommesse di questa edizione, che dedica uno spazio importante alla la sezione “Fotografia e immagine in movimento”. Noi di Collater.al abbiamo dato un primo sguardo alle opere, cercando di cogliere le nuove tendenze e i nuovi temi della fotografia contemporanea.

ArteFiera 2023 | Collater.al

La sezione curata da Giangavino Pazzola (già associate curator a Camera – Centro Italiano per la Fotografia di Torino) si pone nel percorso espositivo come un microcosmo in cui passato, presente e futuro della fotografia rinegoziano nuovi significati e propongono nuove sfide al collezionismo più blasonato. “Le gallerie presenti nella sezione hanno accolto una sfida importante – dichiara Giangavino Pazzola – cioè quella di scommettere sulla fotografia e di mettersi in gioco: ci sono tutti i presupposti affinché la ricerca e le contaminazioni dialoghino per stimolare pubblico e rivolgersi a diverse fasce di collezionismo”.

Tra le 12 gallerie presenti prende forma un percorso interessante e ricco di spunti di riflessione in merito alle nuove direzioni della fotografia contemporanea, sempre più delineata come un medium parziale, in continua evoluzione e soggetto a continue ibridazioni, ma che non può rinunciare ad alcuni punti di riferimento imprescindibili del passato per la sua definizione attuale.

Ne sono un perfetto esempio, le proposte di Martini & Ronchetti di Genova che mette in dialogo all’interno del suo stand lineare e pulito, i lavori della genovese Lisetta Carmi con quelli dell’avanguardista Florence Henri. Le due autrici, molto distanti tra loro, sono unite non solo dalla passione per la musica, ma anche dalla potente capacità narrativa e dall’attenzione per l’attualità, tanto da risultare tutt’oggi contemporanee nelle scelte formali e antesignane nel ridefinire le istanze sociali e culturali del loro periodo attraverso l’indagine fotografica. Bellissime le immagini a colori di Lisetta Carmi che conferiscono una maggiore consapevolezza identitaria ai soggetti fotografati, allontanandoli dalla rappresentazione più emotiva del bianco e nero.

Uno sguardo estremamente contemporaneo è quello del progetto “2 di 2” di Marilisa Cosello presentato dalla Galleria Studio G7 di Bologna. L’indagine dell’artista che si muove tra la performance e la fotografia, si configura come una “riflessione sulla natura politica del singolo corpo come soggetto, e sull’impatto delle dinamiche di potere sulla storia di individui e comunità”. Il corpo è inteso come apparato di un paesaggio ibrido in cui si confrontano attrazione e repulsione, ma anche come soggetto fisico di rinegoziazione identitaria in relazione allo spazio e alla dimensione sociale.
Nelle immagini, esito di un’azione performativa, due donne combattono e si abbracciano, in un moto continuo senza risoluzione ed esito: la tensione costante suggerisce un orizzonte simbolico in cui nulla si definisce, definendo così il paesaggio delle mille contraddizioni del contemporaneo.

ArteFiera 2023 | Collater.al
Marilisa Cosello, 2 of 2, Untitled #2, 2022, canson infinity rag, cm 100×150, ed.1 1ap. Courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna

Degno di nota per la capacità di parlare al futuro attraverso forme ibride di fotografia è “Are you nobody too?”, il progetto di Silvia Bigi (già vincitore del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee del  2022) presentato da Red Lab Gallery di Milano e Lecce, che ridefinisce il ruolo della fotografia d’archivio attraverso il suo dialogo con l’intelligenza artificiale: un lavoro perfettamente in equilibrio tra passato, presente e futuro e tra immagine, video e parola.

La fotografia ritrovata della prozia Irma, letteralmente cancellata dalla storia genealogica della sua famiglia a causa della sua condizione mentale, diventa l’espediente per rimediare al concetto di identità negata. Grazie all’utilizzo di un’app, il volto fotografico immobile di Irma prende finalmente parola attraverso un monologo composto da parole di scrittrici del Novecento (anch’esse colpite da disturbi psichici) che acquisiscono così un nuovo spazio di significato, quello della redenzione.
Nel progetto presentato ad ArteFiera 2023 il ritratto sfocato e sgranato si erge dunque a simbolo di chi non ha voce, diventando un tentativo di normalizzare l’inafferrabile attraverso l’alleanza con le nuove tecnologie.

Menzione speciale, infine, per lo stand di Podblieski Gallery che mette in dialogo tre autori italiani che si sono imposti sulla scena nazionale e internazionale per la loro ricerca: Nicola Lo CalzoGiulia Parlato  e Silvia Camporesi: focus comune delle indagini dei tre fotografi è la relazione tra storia e finzione che restituisce un quadro sfaccettato e preciso della complessità contemporanea. 
Un’edizione, questa di ArteFiera 2023, che ci piace pensare come un episodio zero di una lunga serie di appuntamenti volti ad attribuire un ruolo sempre più centrale della fotografia anche attraverso la creazione di relazioni e reti importanti.

ArteFiera 2023 | Collater.al
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I migliori progetti fotografici che abbiamo visto ad ArteFiera 2023
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Karen Navarro e la migrazione come formazione di un’identità

Karen Navarro e la migrazione come formazione di un’identità

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

La fotografia a tecnica mista di Karen Navarro è uno strumento attraverso il quale l’artista argentina esplora lati del proprio passato, della propria identità e delle cause che hanno portato a definire certi tratti personali, condivisi con un intero popolo.
L’artista multidisciplinare realizza foto, collage e sculture incentrate sul tema dell’appartenenza, a un luogo fisico e ad un altro dell’anima, utilizzando ritratti e ricorrendo all’uso della parola scritta. Tutta la produzione artistica di Navarro è influenzata dal suo essere immigrata (ora lavora negli Stati Uniti, a Houston) e discendente da popolazioni indigene del Sud America.

La migrazione nel lavoro di Karen Navarro è infatti vista come un processo di trasformazione interiore, di formazione di un’identità collettiva che plasma di riflesso quella personale. L’interpretazione dei simboli della propria cultura è presente sia nelle installazioni ma soprattutto nelle foto, in cui i soggetti spiccano proprio grazie a questi dettagli, insieme al lavoro di trasformazione dell’immagine e decostruzione dell’opera.

Karen Navarro | Collater.al
Karen Navarro | Collater.al
Karen Navarro | Collater.al
Karen Navarro | Collater.al

Karen Navarro | Collater.al
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Karen Navarro e la migrazione come formazione di un’identità
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Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Tommaso Berra · 1 settimana fa · Photography

Per due mesi, dal primo febbraio al 30 marzo 2023, a Bologna lo spazio espositivo il concept studio THE ROOOM ospiterà una nuova mostra, curata da Mulieris Magazine.
Il titolo del progetto è DREAMTIGERS, una citazione allo scrittore argentino Jorge Luis Borges e al suo straordinario immaginario in cui gli animali ricoprono un ruolo fondamentale per stimolare ricordi e immaginazione.

DREAMTIGERS è una mostra che grazie alle opere di Lula Broglio, Alejandra Hernández, Joanne Leah, Sara Lorusso, Sara Scanderebech, Ayomide Tejuoso (Plantation), assieme alle installazioni di The Mosshelter di Marco Cesari, si serve dell’immaginazione. Questa dimensione apre così un mondo di possibilità non solo per la mente ma anche per la rappresentazione di ciò che è reale.
Una fusione, quella tra reale e immaginario, che Sigmud Freud definiva l’ombelico del sogno, luogo indefinito in cui è possibile affrontare con libertà i temi che in questi anni hanno fatto conoscere al pubblico la realtà di THE ROOOM e Mulieris Magazine. Tra questi temi sicuramente c’è la condanna a qualsiasi forma di discriminazione e la parità di genere, affrontate negli anni attraverso la divulgazione, splendidi volumi e progetti artistici molto interessanti che continueranno con la mostra Bolognese.

Mulieris Magazine | Collater.al
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Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine
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La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

Tommaso Berra · 1 settimana fa · Photography

Che cos’è la fotografia stenopeica? Si tratta un’immagine scattata attraverso il procedimento fotografico della stenoscopia, una tecnica che come le fotocamere più moderne sfrutta il principio della camera oscura, utilizzando però un piccolo foro come obiettivo, che attraverso la diffrazione crea immagini.
Justin Quinnell è considerato tra i principali esperti di questa tecnica, sia per i suoi quasi trent’anni da docente in tutto il mondo sia per la sua produzione artistica di fotografie sperimentali.
Da Bristol, dove vive, realizza fotografia utilizzando camere stenopeiche, creando situazioni e punti di vista insoliti, grazie alle possibilità del mezzo e alle deformazioni dell’immagine.

Tra le serie fotografiche più bizzarre di Justin Quinnell c’è quella realizzata utilizzando una smileycam, una macchina fotografica che l’artista inserisce completamente dentro la propria bocca, sfruttando così la forza di un punto di osservazione – POV per utilizzare una definizione di moda – insolita e molto bizzarra. nell’inquadratura compaiono quindi tutti i denti di Quinnell, che l’osservatore finisce di conoscere meglio del dentista dello stesso artista. Oltre i denti di volta in volta si presentano diversi soggetti, che descrivono la quotidianità di Justin, si parte infatti con lo spazzolino alla mattina, passando per i pasti e il cocktail da condividere alla sera. Dalla bocca del fotografo teniamo traccia anche dei suo viaggi, così tra un incisivo e un canino spunta Piazza San Marco a Venezia e il Teatro dell’Opera di Sidney.

La stenoscopia non prevede nessuna particolare messa a fuoco, per questo le foto sembrano molto amatoriali. In passato ha rappresentato un punto alto per la tecnologia, ora, superata da obiettivi e lenti decisamente più performanti, viene utilizzata per progetti più sperimentali e artistici, grazie alla possibilità di poter creare punti di vista strani e risultati imprevedibili. Il lavoro di Quinnell ne è un esempio molto chiaro, se poi aveste voglia di scoprire cosa vede la vostra bocca, qui potete trovare anche la smileycam.

Justin Quinnell | Collater.al
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La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell
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