Art L’arte profonda e astratta di Rachele Amadori
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L’arte profonda e astratta di Rachele Amadori

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Giulia Guido
Rachele Amadori

Una valvola di sfogo, una cura, un modo per esprimere sé stessa, questo rappresenta l’arte per Rachele Amadori

Rachele è un’illustratrice e artista italiana con una storia particolare, segnata da ostacoli che l’hanno portata ad approcciarsi all’arte in maniera unica. Dai problemi di balbuzie ai problemi del fratello, fino alle esperienze di volontariato che l’hanno portata ad allontanarsi da Cinisello Balsamo, dove è nata, e vivere gran parte della sua vita in giro per l’Italia. 

In modi differenti e con intensità diverse, l’arte ha sempre fatto parte della sua vita. Negli ultimi anni, però, ci si è dedicata a tempo pieno, anima e corpo, e i risultati si sono visti fin da subito: Rachele ha vinto il premio Pittura Astratta presso la Bauhaus Gallery di Roma e il prossimo giungo esporrà a Barcellona per la mostra “Barcellona Contemporary 2021” presso la Valid World Hall Gallery

Noi abbiamo avuto la fortuna di farle qualche domanda, non perdetevi l’intervista qui sotto, seguite Rachele Amadori su Instagram per non perdere le sue prossime opere e scoprite quelle in vendita sul suo shop online

Ricordi un momento particolare in cui hai capito che l’arte avrebbe fatto parte della tua vita? 

L’arte figurativa è stato ‘il mezzo’ con il quale mia madre mi ha accompagnato a comunicare. Fino all’età di 12 anni ho sofferto di balbuzie, provavo molto disagio, soprattutto in mezzo ad altri adolescenti in cerca di una propria identità, oltretutto avevo un carattere un pò arrendevole da piccola, temprato poi dalla vita. Accettavo il silenzio di buon grado e ogni tanto mi ci rifugiavo. In questo mio crescere incerto ho avuto una mamma pittrice/disegnatrice nonché psicomotricista, molto brava, che mi ha accompagnato in questo mondo figurativo-alternativo, incentrato sullo sporcarsi, sul provare per sviluppare una comunicazione il più coerente possibile a ciò che provavo e pensavo.

Da lì mi sono affezionata a quel mondo, nonostante il fatto che nessuno dei miei genitori avesse portato avanti la passione artistica nel concreto pur essendo amanti delle arti figurative e musicali.

Ho studiato design al Politecnico di Milano, sviluppando competenze grafiche e digitali. In contemporanea, attraverso un percorso di crescita personale intrapreso inizialmente per l’accompagnamento di mio fratello diagnosticato schizofrenico all’età di 17 anni, mi sono riappropriata di quel mondo più materico e fisico della pittura e del disegno in età adulta.È stata la mia ancora di salvezza durante il lockdown 2020 a Rimini, dove ho vissuto per quasi 2 anni, in un momento duro di dolore fisico, psicologico e emotivo. Mi sono fatta prendere per mano e accompagnare, un po’ come Orfeo con Euridice.. con musica, pittura e ballo. Quindi, in realtà, [l’arte] c’è sempre stata. Fedele.

Che ruolo ha avuto e ha oggi l’arte per te?

Spirituale è la risposta più consona.Negli ultimi anni ho approfondito il tema della religioni e le diverse forme di spiritualità, principalmente per curiosità personale, per ‘dare luce’ ad alcune sensazioni che vivo e che, ancora, cercano una forma. La spiritualità, che prende forma in un codice più simbolico nelle religioni e nei credo, è come una forma d’arte per l’inspiegabile, per tutto ciò che fa parte di quella sfera invisibile, intangibile ma che percepiamo. Gli viene data una forma, un abito adatto, dei colori e dei modi di essere. Fondamentalmente per me l’arte è questo: è una forma di spiritualità.Il mezzo con il quale è possibile dare voce a tutto quell’oscuro mondo che viviamo dentro, che percepiamo intorno a noi.

Come nasce una tua opera? Raccontaci il tuo processo creativo.

Non c’è una regola fissa sul come nasce un’opera, a volte è la visione di forme che si uniscono nei panorami che osservo, luci tagliate, effetti ottici. Da queste immagini nasce in me la voglia di provare a riprenderli, catturarli, modificarli e rimetterli in gioco.
Spesso inserendo archetipi che mi accompagnano da sempre, che comunicano per me.
Altre volte provo delle emozioni molto forti e l’immagine nasce mentre rielaboro, mentre faccio ‘le pulizie della domenica’ dentro di me. Sono una persona molto riflessiva anche se spesso, poi, prendo decisioni di impulso. Credo che è anche per questo motivo che uso diversi materiali, diversi stili e soprattutto aggiungo quasi sempre un piccolo trafiletto alle mie opere, parti testuali che completano il messaggio o, come mi piace dire, ‘canalizzano’ la persona che guarda un’immagine verso una determinata energia. Mi piace scrivere, anche se non sono una scrittrice. Mi piace questo cum con la parola, anche se non è vincolante la lettura, infatti molte persone mi dicono che preferiscono non leggere per non farsi influenzare. Ognuno è libero di seguire il proprio sentire.

Di solito, alla consegna di un quadro, mi piace confrontarmi con le persone acquirenti o riceventi, non tanto sulla qualità o feedback, quanto sull’emozione, sulla rielaborazione. Questo per interesse personale, ma soprattutto, per la problematica che ha colpito mio fratello, mi piace emozionarmi con gli altri, scoprire antri della mente e del cuore umano. È arricchente sotto tantissimi punti di vista.

Rachele Amadori

Tre aggettivi per definire il tuo stile.

Metaforico. Mi piace rifarmi a archetipi, religioni, simboli, significati, modi di dire, storie, miti. Mi piace collegarmi a diversi saperi e ambiti di arte e conoscenza.

Narrativo. Mi piace portare una storia, un racconto. Voglio far fare un viaggio a chi osserva.

Miscelato. Non ho fatto studi in ambiti di belle arti. Come dicevo, le prime armi me le ha tramandate mia mamma e altre le ho approfondite in università e in privato. Forse per questo non ho aderito a una ‘corrente’ o uno ‘stile’, ma amo provare, cambiare materiale, supporto. Amo sperimentare.

C’è un tuo lavoro al quale sei particolarmente legata? Se sì, ce lo puoi raccontare?

Come ogni pittore, disegnatore o ‘artista’ (per rifarsi a una categoria più ambia), sono legata a quasi tutte le mie opere poiché il processo creativo rimane una dinamica emozionale. Ma se devo scegliere direi la prima tela che ho realizzato che si intitola ‘ciclo esistenziale’ che ho donato allo psichiatra del centro che ha seguito mio fratello e dove ho fatto formazione e volontariato per diversi anni. Questa persona è stata importantissima per la mia vita, posso dire con devozione che mi ha salvato in un momento molto buio in cui non vedevo soluzioni o strade per me e, soprattutto, mi ha spronata nella ripresa della mia arte.E l’ultima, ‘res divina’, che sento contenete un’essenza profonda mia. Paradossalmente riprende il concetto del primo quadro (il ciclo esistenzale), con l’aggiunta degli studi che ho fatto nell’ambito spirituale, di alchimia, magia, voodo, cristianità etc. È ancora inedita e sarà esposta per la prima volta a Barcellona a giugno di quest’anno per l’ITSLIQUID. 

Photo credits: Sara Gentile

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Scritto da Giulia Guido

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