Photography La fotografia di Rehab Nazzal come atto di resistenza
Photographybookreportage

La fotografia di Rehab Nazzal come atto di resistenza

-
Anna Frattini

Soumoud in Dark Times è un photobook del fotografo Rehab Nazzal, uno di quei lavori che non si possono sfogliare distrattamente. Le sue 41 fotografie a colori, scattate tra l’ottobre 2023 e il novembre 2024, compongono un diario visivo di un anno in cui la violenza militare e quella dei coloni hanno ridefinito l’esistenza quotidiana in Cisgiordania. Non è un reportage come lo immaginiamo ma una testimonianza intima, ostinata, e soprattutto necessaria.

Nazzal è un’artista e docente palestinese che vive tra la Cisgiordania occupata e Montréal. I suoi spostamenti tra città, villaggi e campi profughi coincidono con un periodo in cui lo sguardo internazionale era rivolto altrove, mentre in Cisgiordania si intensificavano incursioni militari, confische di terre, demolizioni di case, attacchi con droni e arresti di massa. Oltre 11.000 palestinesi detenuti in un anno, più di 800 uccisi, tra cui oltre 100 bambini. In questo contesto, il termine arabo “soumoud” (fermezza, resilienza, in italiano) non è uno slogan, ma un modo di sopravvivere.

Il lavoro di Nazzal rivendica la fotografia documentaria come gesto politico. Le sue immagini registrano ciò che abitualmente resta fuori dalla narrazione dominante: una strada bulldozzata, un soffitto sventrato, una fila di automobili distrutte, una bambina che abbraccia una tomba. Sono frammenti che diventano prova, memoria e anche accusa. Ma dentro queste scene di devastazione si intravede anche qualcosa di più sottile: la vita che insiste, che si ostina a restare.

Roula Seikaly, autrice dell’unico saggio nel volume, accosta queste fotografie alla rappresentazione della violenza a Gaza, definendole un contrappunto immobile e struggente. Il suo testo allarga il discorso, interrogando il ruolo stesso della fotografia davanti all’orrore: può un’immagine restituire davvero la portata di un massacro? E quanto il linguaggio che usiamo per descriverla ne condiziona la lettura?

Le domande emergono all’interno di fotografie che alternano lutti e quotidianità minacciate: funerali, i resti di un attacco con droni, un checkpoint militare; ma anche un vicolo del campo profughi di Jenin che resiste in piedi dopo un’incursione, o un mucchio di angurie spaccate e lasciate marcire al sole dopo un raid a Tulkarem. Dettagli minimi e devastazioni evidenti, insieme, parlano della coesistenza tra ciò che sopravvive e ciò che viene cancellato.

In questo equilibrio precario, Soumoud in Dark Times chiede di guardare, e di farlo senza voltare lo sguardo altrove. Racconta una realtà in cui – come scrive Seikaly – palestinesi della diaspora, di Gaza e della Cisgiordania. Tutte storie di persone che convivono con la consapevolezza di trovarsi di fronte a un genocidio e a un domocidio, la distruzione sistematica delle case. Il libro insiste sulla memoria e sulla resistenza collettiva anche quando giustizia e protezione sembrano assenti.

Rehab Nazzal, che ha insegnato alla Dar Al-Kalima University di Betlemme e in diverse università canadesi, ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo lavoro, tra cui il Concordia University Horizon Postdoctoral Fellowship e premi importanti al Quebec Cinema Awards e al BFI London Film Festival. Con questo libro, però, porta la sua ricerca su un terreno ancora più urgente: non solo documentare, ma custodire ciò che altrimenti verrebbe negato.

Soumoud in Dark Times è così un atto di resistenza visiva. Un invito a riconoscere e venire a conoscenza di ciò che resta, ciò che manca e ciò che viene sistematicamente oscurato. Un archivio di una realtà che continua a essere messa in discussione, ma che nelle immagini di Nazzal trova uno spazio di verità che non può essere ignorato.

ph. courtesy Rehab Nazzal

Photographybookreportage
Scritto da Anna Frattini

Editor's Picks

x
Ascolta su