“Adriatico”, il lavoro fotografico di Riccardo Fregoso, è un racconto che ferma il tempo e ci invita a riflettere sul valore della memoria. Le coste abruzzesi e molisane sono catturate nella luce. La luce è la protagonista di queste fotografie ed è sempre lei che crea forme e dà loro colore. Non è una luce caravaggesca certamente, ma moderna, che si rifà a una pittura di inizio ‘900 e allo stile di grandi fotografi.

Potremmo definirla metafisica, capace di bloccare il tempo e catapultarci in una sospensione temporanea della realtà. È come se le sue foto, così limpide e diafane, mostrassero con sincerità un’ora eterna che è sempre esistita ma che risulta, per certi aspetti, antica. È l’ora di un preciso istante, dove tutto si ferma e si rincorrono i sogni, dove si immaginano luoghi fissi e immutabili che sono esistiti e che sembrano ora ritornare da un passato non definibile.


I riferimenti di Riccardo Fregoso a fotografi come Luigi Ghirri o Joel Meyerowitz non possono essere trascurati, come certe tracce della luce di Hopper, per definire la sua estetica. Il Mar Adriatico risulta una sorta di Cape Cod dello stivale, non solo luogo di villeggiatura, ma di memoria.

Queste foto, così precisamente composte ed equilibrate, mostrano una calibrata porzione di spazio per lasciare al nostro immaginario il tentativo di riempirle di quotidianità, personaggi felliniani e un orizzonte tutto italiano di profumi, aromi, suoni e percezioni. D’altronde la memoria di ogni individuo non può essere scissa da una memoria collettiva, che trae le sue origini da una storia condivisa di immagini, film, canzoni e libri. E la villeggiatura è uno degli spazi artistici in cui più si sono mossi scrittori, cineasti e cantanti nel secondo dopo guerra.

Ecco perché, anche se mai siamo stati in Abruzzo o in Molise, le fotografie di questo lavoro le sentiamo in qualche modo nostre, le vediamo come parte della nostra storia personale perché appartengono a un’altra storia, un altro racconto, che è comune ai più.



Autore: Francesco Fusi
