Photography Quel che rimane della wilderness australiana
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Quel che rimane della wilderness australiana

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Anna Frattini

C’è silenzio nelle pagine di Gumsucker, il nuovo libro del fotografo australiano Rory King, e somiglia a quel tipo di quiete che precede una rivelazione o una perdita irreparabile. Pubblicato da Charcoal Press, il progetto si muove tra paesaggi abbandonati e ritratti intimi, costruendo un racconto che è allo stesso tempo memoria, fantasma e resistenza. King osserva l’Australia come una terra ferita, dove la civiltà si insinua e sottrae spazio al selvatico, trasformando l’immaginario della wilderness incontaminata in un sogno sempre più inafferrabile.

Il titolo, Gumsucker, arriva da un termine arcaico che indicava i coloni europei nati in Australia, ma si riferisce anche a un poema ottocentesco che lamentava la scomparsa della naturalezza originaria. È come se King avesse preso quel lamento antico e lo avesse tradotto in immagini contemporanee: foreste che sembrano trattenere il fiato, case consumate dal tempo, corpi giovani che appaiono tanto vulnerabili quanto ostinati, sospesi tra desiderio di connessione e isolamento irrimediabile.

Le fotografie di King vivono in equilibrio: solitarie ma non fredde, malinconiche ma mai disperate. C’è sempre un margine di calore, un dettaglio che si oppone alla disillusione. A volte è un gesto inciso nella luce, altre volte è un paesaggio che, nonostante la devastazione, conserva un orgoglio primordiale e una volontà di resistere.

Il suo sguardo procede per sottrazione. Niente estetica forzata, niente eroismi: solo una sincerità ruvida che restituisce dignità ai dettagli più trascurati. Un bagno improvvisato, una baracca sul punto di cedere, una valle arida che continua a cambiare forma. Ogni immagine sembra testimoniare un legame profondo con ciò che resta del selvatico, come se la natura, pur ferita, trovasse ancora un modo per farsi sentire.

Gumsucker ha quindi quella capacità di raccontare un’Australia vulnerabile, intrappolata tra modernità e solitudine atavica, e allo stesso tempo colma di un’umanità quasi tattile. È un libro che parla di appartenenza e sradicamento, di identità e di fantasmi collettivi, di tutto ciò che sopravvive anche quando sembra ormai perduto.

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Scritto da Anna Frattini

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