Ci sono voci che non si possono soffocare. Nemmeno sotto il peso di una guerra. Nemmeno sotto il silenzio imposto da chi, per paura del cambiamento, prova a cancellare l’identità, la memoria, l’arte.
La voce di Shamsia Hassani non grida, ma si vede. È scritta sui muri. Vibra nei colori, nelle sagome danzanti, nei suoi personaggi femminili dagli occhi chiusi ma pieni di mondo.



Nata nel 1988 a Teheran da una famiglia di rifugiati afghani, Shamsia è cresciuta tra due confini: quello reale, geografico, e quello invisibile dell’esclusione. In Iran, le è stato negato l’accesso a un’educazione artistica. Solo tornando a Kabul, nel 2005, ha potuto finalmente reclamare il suo sogno.
Da quel momento, il suo nome ha iniziato a comparire, firmato con bombolette spray, sui muri di un Afghanistan ferito, in bilico tra ricostruzione e repressione. Ma anche nelle gallerie internazionali, da Berlino a Londra, da Delhi a New York. Ovunque, i suoi murales non sono solo opere d’arte: sono atti di resistenza.
In un Paese dove essere donna è spesso già una forma di dissenso, Shamsia Hassani ha scelto la strada. Letteralmente. Per ridare alle donne afghane uno spazio, una rappresentazione, una presenza. Le sue figure femminili non sono vittime: sono forti, fiere, presenti. Avvolte in burqa stilizzati, sembrano danzare tra i detriti, reclamando il diritto alla bellezza, alla libertà, al poter sognare.

Questo maggio, la galleria DCG Contemporary London le ha dedicato una mostra personale: un’occasione per riflettere non solo sulla potenza del suo linguaggio visivo, ma anche sul ruolo che l’arte può, e secondo noi deve, all’interno di ogni società.
Grazie a questa occasione, abbiamo avuto l’onore di poter fare qualche domanda a Shamsia, scoprendo come le sue parole siano vive come i suoi murales, forti come la sua storia.
Come hai iniziato a fare street art in un contesto così difficile come l’Afghanistan? È ancora complicato portare avanti la tua pratica artistica oggi?
Quando ho iniziato a fare graffiti, credevo che i graffiti e i colori potessero cambiare l’aspetto della città e nascondere le storie di guerra che segnano i muri. Potevano anche essere un modo per far conoscere l’arte a chi non è mai stato a una mostra e non ha mai visto un’opera originale. So che il pubblico della street art è fatto di tutte le persone: che gli piaccia o no, vedono il murale, e questo diventa parte della città e della vita quotidiana. Dopo un po’, entra nella mente delle persone e non viene dimenticato. È così che l’arte influenza indirettamente la società: “l’arte cambia le menti delle persone e le persone cambiano la società.” Inoltre, la grandezza di un dipinto su muro attira attenzione: nessuno può ignorarlo. Dipingo ancora oggi, sia nel mio studio che in diversi progetti di murales in tutto il mondo.
Hai mai avuto paura per la tua sicurezza a causa del tuo lavoro artistico?
Sì, certo. Essere una ragazza in una società piena di problemi sociali e circondata da persone con una mentalità chiusa mi ha fatto temere spesso per la mia sicurezza. A questo si aggiungeva la situazione politica incerta, che aumentava le mie paure. Fare arte in pubblico in quel contesto non era per niente facile. Anche se oggi non vivo più in Afghanistan, ricordo ancora i giorni in cui dovevo affrettarmi a finire un murale per via della situazione di sicurezza. Passavo minuti, non ore, a completare un’opera, solo per evitare attenzioni indesiderate. Molti dei miei murales in Afghanistan sono rimasti incompleti proprio per questo. Per mancanza di tempo e per motivi di sicurezza, ho sempre cercato di realizzare murales più piccoli (su muri piccoli) e di evitare pareti troppo grandi.


Credi che l’arte possa contribuire a cambiare la condizione delle donne nel tuo Paese? E più in generale, secondo te qual è il ruolo dell’artista oggi?
Come artista non credo di essere qualcuno in grado di apportare grandi cambiamenti, ma lavoro per soddisfare me stessa, per sapere che non sono rimasta in silenzio e che ho fatto del mio meglio. Se il mio lavoro riesce a portare anche solo l’1% di cambiamento positivo, o un solo secondo di speranza, io lavoro per quell’1% e per quel secondo. Il mio obiettivo è offrire al mio pubblico un momento di empatia, compassione e speranza. Con i contenuti delle mie opere, che parlano di donne, di esseri umani, di persone che vivono in guerra e in conflitti, voglio ricordare al mondo di non dimenticarsi di loro. Di non dimenticarsi di noi.
Quando hai iniziato, avevi dei modelli di riferimento? C’erano artisti che ti ispiravano? Oppure, più in generale, ci sono persone che ti ispirano ancora oggi?
Ci sono molti artisti che ammiro, ma la mia ispirazione viene sempre dalla mia società e da ciò che accade nel mondo. I soggetti dei miei dipinti parlano di noi e del nostro destino; delle donne e delle persone che vivono in condizioni difficili in Afghanistan, e anche di chi, come me, ha lasciato il proprio Paese e la propria anima in Afghanistan.
Sento il dolore delle persone che si trovano in una situazione simile, e conosco le parole che hanno nel cuore. Quelle cose indicibili che è meglio esprimere con i dipinti e le immagini, e che sicuramente avranno un impatto più profondo.





