Art L’interferenza necessaria di Skygolpe a Milano
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L’interferenza necessaria di Skygolpe a Milano

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Anna Frattini

Nel caos visivo delle cosiddette città ipermediate, un artista come Skygolpe sceglie di sparire. O meglio, di insinuarsi. Il suo progetto BLACKOUT, apparso sulle strade di Milano tra il 19 maggio e il 1° giugno 2025, è stato tutto fuorché una semplice installazione urbana. È stato un’interferenza. Un glitch visivo e filosofico che ha trasformato i billboard pubblicitari in dispositivi di dubbio, dove l’estetica dell’arte si dissolve per lasciare spazio all’enigma.

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«Con BLACKOUT ho sentito come un’urgenza di riportare il linguaggio nella carne della città», ci ha raccontato Skygolpe. «Non in opposizione al digitale, ma come sua riemersione in un contesto urbano. È un ritorno radicale all’origine, in cui la parola viene liberata dall’estetica dell’arte per diventare interferenza pubblica».

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Per due settimane, sei maxi affissioni sparse per Milano – da Viale Sarca a Via Canonica – hanno ospitato immagini generate dall’intelligenza artificiale e frasi come quelle che vediamo in foto. Slogan brevi, taglienti, volutamente ambigui. «Nascono da un’urgenza di dire senza dire, di usare la dichiarazione non per affermare una verità, ma per farla esplodere», spiega. «Non offrono visioni ma fratture».

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BLACKOUT è anche un progetto di filosofia pubblica. Se nella maieutica socratica è la domanda a generare il pensiero, qui è l’affermazione che crea lo smottamento. «Viviamo in un tempo in cui la domanda ha perso il suo potere», dice l’artista. «In BLACKOUT, ho voluto invertire quel paradigma. Non più il dialogo come via per l’illuminazione, ma la frattura dell’evidenza».

L’intervento si confronta con l’eredità teorica di Heidegger e Severino, ma anche con l’arte testuale di Jenny Holzer e Barbara Kruger. Skygolpe non aggiunge un nuovo codice alla città: lo rompe. E nella Milano delle superfici lisce, della comunicazione ottimizzata, delle promesse pubblicitarie, questo gesto risuona come un’interferenza necessaria. «Fare arte pubblica in questa città non significa aggiungere un altro codice, ma piuttosto frantumare i codici stessi già esistenti, renderli porosi».

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Centrale in BLACKOUT è anche il tema dell’autorialità. L’intelligenza artificiale non è solo uno strumento, ma un partner alieno e imprevedibile. «È stato piuttosto come collaborare con un’entità che genera varianti sotto il mio controllo – impartito da un prompt», racconta Skygolpe. «Il risultato non è più un’estensione solo della volontà dell’artista, ma un punto d’incontro fra intenzione e imprevedibilità». Da qui nasce una delle frasi più potenti dell’intervento: “ARTE SENZA ARTISTI”.

Skygolpe definisce oggi la sua identità come “una soglia percettiva”, un’interfaccia instabile tra crisi, desiderio, sublime e glitch. «Per vederla in maniera visiva», ci dice, «immagina una rappresentazione senza volto, ma con una visione molto nitida». In questo spazio sfocato tra materiale e immateriale, tra volontà e disordine, BLACKOUT non è stata solo un’opera pubblica. È stata una frattura.

E forse proprio in quella frattura, nell’incrinatura improvvisa dell’automatismo urbano, si annida l’arte che Skygolpe cerca: un pensiero che non si può chiudere, che disturba, che resiste. Un vuoto fertile.

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Scritto da Anna Frattini

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