Progettare per la mente: spazi che curano

Negli ultimi anni, la città ha acquisito fascino e forza comunicativa: lo spazio urbano è diventato a sua volta un brand, che veicola un’idea di vita attiva e culturalmente stimolante, la prossimità e l’efficienza giocano a favore di questo modello. Allo stesso tempo, diversi studi rivelano condizioni di stress direttamente associate alla vita in città. Con una crescente attenzione verso tematiche sensibili come il benessere psicologico e la cura di sé, la domanda oggi è inevitabile per chi progetta: Cosa significa pensare a uno spazio in relazione alla salute mentale?
La seconda puntata dal titolo “Social Prescribing” di Cantiere Scandurra, il podcast di Scandurra Studio per Collateral, narrato dall’architetto Alessandro Scandurra, parte proprio da qui: dall’urgenza di coniugare l’attrattività urbana con la qualità degli spazi. 

@chiara.morra

Per molto tempo, architetti e urbanisti si sono mossi dentro coordinate relativamente stabili: estetica, funzione, costo, regolamento. Ma in un mondo in cui lo stress è diventato sistemico, la solitudine una condizione diffusa, e il benessere un tema trasversale alla salute, al lavoro, alla cultura, l’impatto della qualità dei luoghi sulla condizione psicofisica delle persone e delle comunità è a tutti gli effetti parte del progetto.

Lo spazio non è mai neutro

La premessa di Scandurra è essenziale: secondo l’OMS, passiamo il 90% della nostra vita all’interno di ambienti costruiti. Una proporzione impressionante, che tende a sfuggirci proprio perché è onnipresente. Questo influenza il modo in cui viviamo la dimensione domestica come individui, ma anche, ad una scala più ampia, il nostro rapporto con la città. Ecco allora che un luogo non può essere fisso nella sua definizione funzionale, ma deve necessariamente aprirsi a più possibilità d’uso. Viviamo immersi in volumi progettati da altri, che influenzano il nostro umore, le nostre relazioni, il nostro senso di identità. Sarebbe interessante, al contrario, lasciare aperte più opportunità, perché lo spazio sia anche luogo di espressione.

Oggi, discipline come la neuroarchitettura, la psicologia ambientale, la biologia del comportamento stanno mostrando in modo sempre più chiaro il legame profondo tra mente e ambiente. 

Social Prescribing
Biblioteca degli Alberi, Milano. Project by Inside Outside|Petra Blaisse

Uno studio dell’University College London, ad esempio, ha dimostrato che alcuni elementi architettonici — come l’orientamento della luce, l’altezza del soffitto, la complessità di uno spazio — influenzano direttamente l’attività cerebrale, modificando le aree legate all’emozione, alla memoria, all’attenzione: la forma di uno spazio può stimolare, oppure affaticare, rassicurare o disorientare. Può farci sentire parte di qualcosa, oppure esclusi.

Per Sarah Robinson, psicologa ambientale e autrice del libro Nesting: Body, Dwelling, Mind, l’architettura è una forma di narrazione. Scandurra aggiunge che ogni spazio racconta qualcosa di chi lo ha progettato, chi lo abita, e suscita delle sensazioni. E, come ogni racconto, agisce sulla nostra percezione del mondo. La casa, il luogo di lavoro, l’ambiente urbano non sono contenitori neutri. Sono estensioni emotive del nostro corpo e, viceversa, influenzano la nostra postura in uno spazio. Per questo, progettare non significa solo disegnare forme funzionali: significa costruire condizioni emotive. Significa, in una parola, curare. E la funzione di cura, secondo l’architetto, è più letterale di quanto si possa pensare. 

Social Prescribing
Expo Gate. Project by Scandurra Studio.

Socialità, sicurezza, calma: l’abitare come terapia

Allargando lo sguardo ad una misura più comunitaria, il legame tra spazio e benessere si intensifica e, in alcuni paesi, è già uscito dai convegni accademici per entrare attivamente nei protocolli di salute pubblica. Nel Regno Unito, ad esempio, sono sempre più presenti le pratiche di social prescribing: percorsi terapeutici che includono attività in luoghi pubblici — parchi, musei, orti urbani, biblioteche — come parte della cura di disturbi leggeri legati a stress, ansia, depressione.
Negli ultimi anni, infatti, nel paese si è osservato che una visita medica su cinque avviene per problemi non specificatamente medici: si tratta, piuttosto, di richieste legate al benessere psicologico, solitudine, isolamento, difficoltà economiche. Il fenomeno ha richiamato l’attenzione del servizio sanitario nazionale (NHS), che ha implementato una rete di link worker, figure formate per condividere informazioni sui servizi presenti nelle singole comunità di cui i pazienti fanno parte. In Italia, un’iniziativa analoga è quella delle Case di Comunità, a supporto della medicina territoriale. Gli studi riguardo questa come una proposta risolutiva sono ancora pochi, e naturalmente questa prassi accompagna e non sostituisce la cura tradizionale. 

Lo spazio, dunque, può assumere una funzione terapeutica. Ma perché questo accada, è necessario che il progetto nasca con una consapevolezza chiara: il benessere non può essere un effetto collaterale, ma deve diventare un obiettivo esplicito della progettazione. È una prospettiva che guida anche il lavoro di Scandurra Studio, dove il dipartimento di ricerca interno, chiamato Backstage, esplora soluzioni capaci di rispondere ai bisogni emergenti della città contemporanea. In particolare, gli spazi di cura offrono un terreno fertile per superare i confini tradizionali della progettazione: ospedali, cliniche, parchi, giardini e altri luoghi pubblici si ibridano, dando vita a una rete di spazi più aperti, inclusivi, connessi alla comunità. In questo scenario, progettare significa immaginare luoghi che sappiano accogliere la complessità dell’esperienza umana. Spazi che non siano solo da abitare, ma che sappiano abitare noi, adattandosi ai nostri ritmi, dialogando con le nostre emozioni, sostenendo le nostre fragilità.

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