Photography Emma Hartvig e la costruzione della femminilità
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Emma Hartvig e la costruzione della femminilità

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Anna Frattini

Nel suo ultimo progetto fotografico, Emma Hartvig – una fotografa di cui abbiamo già parlato qui e qui e che seguiamo da molti anni – esplora il confine sottile tra identità e rappresentazione con Masks and Myths. Tra ciò che mostriamo e ciò che nascondiamo. Al centro della serie c’è una maschera, simbolica e reale, attraverso cui l’artista riflette sulla costruzione della femminilità e sulle immagini che la cultura ha proiettato – e continua a proiettare – sui corpi delle donne.

Emma Hartvig

I riferimenti sono molteplici: dalla mitologia all’iconografia classica, dalla psicoanalisi al cinema. Ogni fotografia diventa un tassello di un discorso più ampio, che interroga la natura della visibilità e il ruolo imposto alle donne nei secoli. Le protagoniste – tra cui Hartvig stessa in una serie di autoritratti in costume – interpretano figure archetipiche. La sposa, la madre, la vergine, la damigella in pericolo, la Southern belle, la donna vittoriana. Immagini sospese tra idealizzazione e cliché, che l’artista osserva, decostruisce e ricompone secondo una logica tutta personale.

Il lavoro dialoga idealmente con il saggio Womanliness as a Masquerade pubblicato da Joan Riviere nel 1929, in cui l’autrice suggerisce che la femminilità possa essere sia un sintomo che una strategia per muoversi in uno spazio dominato da aspettative maschili. Emma Hartvig riprende questa tensione tra conformismo e autodeterminazione, restituendo ai suoi soggetti la possibilità di abitare la maschera, ma anche di piegarla a un racconto più intimo, più vero.

Anche la nozione di “persona” di Carl Jung – intesa come maschera sociale dietro cui si cela il sé autentico – trova spazio nella narrazione visiva dell’artista. Ogni scatto è una performance consapevole, ma anche un gesto di resistenza. Un modo per dire: esisto oltre lo sguardo che mi definisce.

Il risultato è un’indagine visiva particolarmente stratificata, dove il corpo femminile non è più superficie su cui proiettare fantasie o paure, ma diventa soggetto, presenza viva, linguaggio. Un corpo che osserva, si trasforma e rivendica la propria complessità.

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Scritto da Anna Frattini

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