Solitudini urbane: nuove architetture per abitare l’indipendenza

Viviamo in città sempre più popolate, affollate, connesse. Eppure, mai come oggi, ci sentiamo soli. È un paradosso solo apparente, ma sempre più centrale nella condizione urbana contemporanea. 
È questo il punto di partenza della sesta puntata di Cantiere Scandurra, il podcast di Scandurra Studio per Collater.al, in cui Alessandro Scandurra, architetto e fondatore dello studio, esplora le trasformazioni della città attraverso lo spazio, la vita e le relazioni.

Illustrazione di Walter Larteri. 8 House, Bjarke, Ingels Group (BIG) Copenaghen, Denmark (2010).

La solitudine come condizione strutturale

Negli ultimi decenni, la solitudine è diventata una condizione diffusa, ma raramente dichiarata nelle nostre città. Sempre più persone vivono da sole: per scelta, per età, per frammentazione delle reti familiari. Ma la questione non riguarda solo le statistiche demografiche. Come ricorda la sociologa Eva Illouz, la solitudine moderna è anche il risultato di una cultura che ha spostato le relazioni dal vincolo all’opzione, dal bisogno al desiderio.
La solitudine urbana, dunque, non è solo un fatto privato. Per Scandurra, è una questione culturale, sociale e – inevitabilmente – spaziale. L’architettura da sola non può risolverla. Ma può accompagnarla, dignificarla, trasformarla.

Una scena di “Her“, regia di Spike Jonze

Dare forma alla solitudine

Progettare per chi vive da solo significa abbandonare lo stereotipo dell’abitare “minimo” come privazione. Una casa per una persona sola non deve essere un residuo, né un ripiego.
Può essere un luogo rigenerante, un rifugio intenzionale, uno spazio che rispecchia un nuovo modo di abitare. Scandurra sottolinea che il progetto deve favorire una solitudine sana, capace di lasciare spazio all’ascolto, all’autonomia, alla relazione con sé. Una solitudine che può essere scelta, alternata, persino desiderata.

Ma accanto a questi spazi intimi, servono dispositivi relazionali: corti comuni, cucine condivise, sale condominiali, biblioteche di quartiere. Luoghi dove l’incontro è possibile, ma mai imposto. Un’architettura capace di generare prossimità senza pressione, come suggeriscono i concetti di convivialità discreta di Ivan Illich e sui modelli nordici di “co-abitazione flessibile”.

L’economia della solitudine

Oggi la solitudine è diventata anche un mercato. Da un lato, nuovi segmenti emergenti come meditazione, self-care, solo tourism riscontrano un crescente interesse tra chi desidera coltivare il bisogno di disconnessione sociale. Dall’altro, resistono e si rafforzano sul mercato app d’incontri, piattaforme di condivisione d’interessi e hobby, servizi che tendono a capitalizzare il bisogno umano di relazione. In questo contesto, ogni gesto autentico e di incontro diventa un atto di resistenza. Anche l’architettura può esserlo. Per Scandurra, progettare spazi che non solo permettono la connessione, ma la rendono plausibile, spontanea, fragile e reale, significa sottrarsi alla logica della prestazione sociale. Significa lasciare che l’incontro avvenga nel tempo giusto, nello spazio giusto, con la misura giusta. Che assecondi una scelta.

Solitudine e longevità: una città per tutte le età

Non si tratta solo di chi vive da solo. Si tratta anche di chi vive a lungo. L’invecchiamento della popolazione, già ampiamente trattato da studiosi come Andreas Huyssen nel complesso rapporto tra memoria, corpo e città, sta riscrivendo i ritmi e i bisogni dell’ambiente urbano.
Scandurra aggiunge che serve una progettualità che non si limiti all’accessibilità tecnica, ma si orienti alla relazione intergenerazionale. Cohousing tra studenti e anziani, residenze con orti condivisi, lavanderie comuni, microservizi di quartiere: questi spazi ibridi diventano dispositivi sociali prima ancora che edilizi.

Una scena di “Amour“, regia di Michael Haneke

È qui che entra in gioco il principio di Universal Design: progettare non per “categorie fragili”, ma per la pluralità dell’umano. Per Scandurra, l’obiettivo non è solo rendere accessibili gli spazi, ma creare ambienti in cui tutte le differenze siano messe in relazione.

Verso una nuova idea di abitare

Solitudine e longevità non sono emergenze da contenere, ma nuove condizioni dell’abitare. Lo sa bene Scandurra Studio, che con Backstage, il suo dipartimento di ricerca, approfondisce questo fenomeno e indaga nuove soluzioni per rispondere a cambiamenti tanto significativi quanto profondi nel nostro modo di intendere la relazione con lo spazio e il tempo entro cui lo abitiamo. 
Per un’architettura che sia insieme intima e pubblica, inclusiva e individuale, elastica e attenta. Non si tratta di aggiungere funzioni, ma di cambiare sguardo. Disegnare spazi che ci accompagnino in tutte le stagioni della vita, che ci permettano di essere soli senza sentirci esclusi, e connessi senza sentirci invasi.

L’architettura, qui, non è una mera disciplina tecnica, ma cura del tempo che passa, cura della distanza giusta, e una forma di ascolto che prende corpo nello spazio.

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