Il design del “modello Milano” – Intervista a Stefano Boeri pt.2

Tommaso Berra · 1 anno fa

Che ruolo hanno il design e l’architettura nella definizione del tanto dibattuto concetto di “modello Milano“? In che modo si inserisce in quella che da alcuni studiosi è stata definita come una “campagna di marketing senza precedenti”, capace di spostare gli equilibri sociali e urbanistici di una città e ora arrivata (?) a un punto di non ritorno? Tante domande legate al ruolo del design per Milano vengono approfondite in questi giorni di Design Week attraverso talk, eventi e installazioni, ad altre Collater.al ha chiesto una risposta a una delle figure chiave per il design e per Milano, l’archistar Stefano Boeri, Presidente della Triennale di Milano e firma di alcuni dei progetti simbolo della città come il Bosco Verticale.
Dopo la prima parte dell’intervista pubblicata su Collater.al negli scorsi giorni, Stefano Boeri ha risposto ad altre domande che si interrogano sull’uomo e sul senso di abitare le città.

Dopo una iniziale riscoperta degli spazi aperti e della natura dovuta alla prima pandemia, non trova che le persone siano tornate a chiudersi in città?

Stiamo vivendo probabilmente la conclusione di un lungo ciclo di vita delle nostre città, iniziato due secoli fa con l’industrializzazione e la sua potenza attrattiva. Oggi dovremmo chiederci se la crisi pandemica darà il colpo di grazia a quel modello di città che aveva nella potenza di pochi grandi condensatori di corpi – le fabbriche, i mercati generali, le stazioni ferroviarie, i macelli, gli stadi… fino ai centri commerciali e agli aeroporti – la sua organizzazione funzionale. Con l’accelerata alfabetizzazione digitale e la pervasiva esperienza di remote-working durante i lockdown, in realtà penso che si aprirà per molti individui, famiglie, gruppi sociali la prospettiva di una riforma sostanziale dei propri tempi e stili di vita; per alcuni anche di una effettiva delocalizzazione delle proprie aspettative fuori dal perimetro della città.

Credo, e spero, che il futuro del mondo urbano andrà verso una densità edilizia più controllata, nel tempo e nello spazio, concentrata per areali, per quartieri o “borghi urbani” piuttosto che per singoli epicentri; per zone a densità variabile, piuttosto che per emergenze edilizie. Dobbiamo quindi cambiare la città se vogliamo che continui ad essere l’habitat primario per la nostra specie. Dobbiamo progettare quartieri urbani dove la tripartizione spazio-temporale tra lavoro, residenza e tempo libero sia rapidamente sostituita da una progressiva compresenza di tutte le funzioni vitali o comunque da un’intensa osmosi nelle destinazioni d’uso. I quartieri dovranno diventare aree polifunzionali adatte a consentire il fluire libero delle scelte di vita, in cui insediare anche parchi multifocali, teatri, musei, cinema, secondo un criterio spaziale policentrico. Tuttavia, questo modello di “città per quartieri”, di una “città dove in 15 minuti trovi tutto” – riprendendo la proposta di Carlos Moreno per Parigi – risponde solo in parte alla domanda di riequilibrio generale delle energie urbane che la crisi pandemica e quella climatica oggi pongono a tutti noi.
Resta aperta l’opportunità, da non perdere, di accompagnare un probabile rimescolamento della presenza umana nel territorio con la rigenerazione delle migliaia di villaggi agricoli e borghi storici che costellano le aree interne dei Paesi europei.
E soprattutto resta aperto il tema di un nuovo rapporto con la sfera dei fenomeni che siamo soliti definire “naturali”, quella moltitudine di soggetti faunistici e vegetali che sfuggono al nostro controllo e che abbiamo cercato di allontanare dagli spazi della vita urbana, oppure di circoscrivere entro recinti ed enclave. 

Molti continuano a scegliere di vivere in città. Secondo lei tra i motivi c’è il fatto che avere limiti fisici e percorsi già tracciati come vie e marciapiedi, piuttosto che spazi aperti nei quali dover trovare un equilibrio con la natura, sia più consolatorio?

Mi chiedono spesso cosa sia, per me, una città e cosa ci porti a vivere in città. La verità è che a questa domanda io so rispondere solo in negativo, raccontando quello che senz’altro una città non è o, meglio, non dovrebbe mai essere. Non è città lo stare insieme tra simili; non è città una distesa continua di edifici, senza un centro e una fine. Quello che distingue una città da un qualsiasi altro pezzo di territorio abitato è il rapporto assolutamente esclusivo che si riesce a creare tra una comunità che ospita persone con origini, culture, tradizioni, bisogni diversi e la forma dello spazio che questa comunità abita.
Non c’è città senza un immaginario collettivo in grado di pensarla, di sentirla come orizzonte comune della vita quotidiana. È il rapporto tra la densità degli spazi costruiti e la varietà delle culture di chi li abita e se ne sente rappresentato a creare quell’effetto-città, quella comunità urbana coesa che, al contrario, sentiamo non esserci più se decresce l’intensità di uno dei due termini. 

Dieci anni fa, in un libro dal titolo L’Anticittà avevo provato a ragionare sulla città contemporanea e sulla controversa questione della dispersione urbana. In quelle pagine sottolineavo come la diluizione dell’intensità urbana (ovvero la perdita di densità degli edifici e insieme la riduzione della varietà sociale dei loro abitanti) sia all’origine di quel fenomeno di dispersione e negazione della vita urbana che avevo appunto definito “anticittà”. Oggetto di quel libro era la “città diffusa”, il gigantesco fenomeno di dispersione dell’edificato che in Europa e in Italia si era prodotto a partire dalla metà degli anni Settanta creando ovunque delle anticittà di villette unifamiliari, palazzine, capannoni, centri commerciali, autolavaggi. Una conformazione apparentemente illogica, creata dall’azione singola e non coordinata di migliaia di individui, famiglie e gruppi messi in condizione di poter costruire il loro spazio di vita, ma senza alcun disegno condiviso, senza disporre di un progetto o di una visione di città, né di comunità.

Una città è l’esito di una stratificazione temporale che lascia tracce che – per quanto possano venire erose o cancellate – permangono nel presente della vita urbana, condizionando il suo futuro. È una superficie corrugata, creata dal sovrapporsi dei lasciti di diverse epoche della vita umana, su cui si attivano di continuo delle transizioni tra culture e stili diversi dell’abitare che si depositano al suolo e diventano nuovi paesaggi fisici e sociali, che a loro volta lasceranno tracce e rovine su cui far nascere nuovi luoghi e nuove relazioni vitali.  Per questa ragione l’evoluzione di una città va osservata considerando la sua natura di palinsesto, facendo attenzione sia alle aspettative delle comunità che la abitano oggi, sia alle nuove sfide, che comprendono gli spazi aperti e l’integrazione con la natura, se progettata e pensata in maniera logica e coerente; questo è l’aspetto consolatorio della dimensione urbana. 

Milano è una città in grossa espansione da 15 anni a questa parte. Ci sono aspetti negativi in questo rapido sviluppo? C’è un limite (anche geografico) a questa trasformazione o si dovrà arrivare a demolire alcune aree della città?

La città di Milano sta sicuramente attraversando un periodo di trasformazione importante. Circa quindici anni fa, quando l’attenzione al tema ambientale non era ancora così forte, avevamo proposto il progetto Metrobosco, che prevedeva la connessione delle aree verdi intorno e dentro Milano; tra gli altri vantaggi della forestazione urbana, il progetto avrebbe bloccato l’espansione incontrollata della città verso l’esterno.
Oggi un’altra sfida a cui Milano deve necessariamente guardare è l’intervento sui suoi vuoti urbani, che tenga conto il più possibile della salvaguardia dell’ambiente e della necessità di spazi aperti nella città. Penso soprattutto alla trasformazione dei 7 scali merci dismessi presenti in città: un’occasione unica di rigenerazione urbana e per rendere Milano una città più verde e accessibile, in grado di accogliere anche le fasce di popolazione economicamente più fragili come i giovani, che stiamo rischiando di perdere a causa di un mercato immobiliare fuori controllo. Avevamo sviluppato una proposta per gli scali in occasione della consultazione di idee indetta da FS Sistemi Urbani nel 2017; la nostra idea era quella di un “Fiume Verde” per collegare tra loro i sette scali attraverso un sistema continuo di parchi, boschi, oasi, frutteti e giardini a uso pubblico, corridoi verdi e ciclabili realizzati sulle fasce di rispetto dei binari ferroviari. Il verde avrebbe occupato il 90% delle aree disponibili, mentre sul restante 10% erano previsti bordi urbani ad alta densità, in grado di ospitare attività che oggi mancano nei quartieri di Milano, quali residenze e spazi di studio/laboratori per i giovani, ma anche servizi culturali e di assistenza al cittadino (biblioteche, ambulatori, asili), oltre che edilizia sociale e di mercato. Anche se il progetto non verrà realizzato nella sua dimensione integrale, ci auguriamo che possa comunque restare un riferimento per valorizzare lo spazio pubblico e la dimensione sociale, oltre che ambientale, nella Milano dei prossimi anni. 

Il design del “modello Milano” – Intervista a Stefano Boeri pt.2
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