Gli studi Sulkin Askenazi e Alterego, in occasione della Design Week México dello scorso ottobre, hanno riscritto completamente l’immaginario della palestra con Sutura, trasformando un ambiente funzionale in un’installazione immersiva. La loro scelta radicale parte da un’idea semplice: utilizzare un unico materiale come linguaggio totale. Quel materiale è il denim, declinato in un indaco profondo che avvolge ogni superficie, dalle macchine ai volumi architettonici, fino ai minimi dettagli.

Il risultato sovverte ogni aspettativa. La palestra di Città del Messico non appare così più come un luogo dedicato all’allenamento, ma come un paesaggio scultoreo, un continuum morbido e monocromatico che rilegge forme familiari sotto una nuova luce. Il denim porta con sé un intero universo culturale – la moda, la quotidianità, la resistenza del tessuto – ma qui viene spostato su un terreno completamente inatteso. Rivestendo attrezzi, imbottiture e strutture portanti, il progetto cancella la frammentazione tipica degli spazi fitness e la sostituisce con un’unica presenza materica.


Il riferimento a figure come James Turrell, Harry Nuriev e Glenn Martens è evidente nella gestione del colore e nella capacità di manipolare la percezione. La luce, filtrando sulle superfici indaco, costruisce volumi e ombre quasi teatrali, in cui ogni gesto del corpo si staglia con maggiore intensità. La palestra diventa così un campo visivo controllato, una stanza che risponde alla luce tanto quanto ai movimenti dei suoi utenti.

Il progetto Sutura propone quindi una rilettura radicale della tipologia della palestra: un luogo in cui coerenza materica, trattamento scultoreo e gesto fisico operano come un’unica dichiarazione progettuale. Un interno che non si limita a ospitare il movimento, ma lo interpreta, lo assorbe e lo trasforma in esperienza spaziale.

