Art Con la faccia al sole e gli occhi chiusi: storia di una collaborazione
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Con la faccia al sole e gli occhi chiusi: storia di una collaborazione

Abbiamo intervistato Manfredi Maida dei Tamango e Massimo Dubbini, a.k.a. Eccetera per parlare di creatività, collaborazioni e del loro ultimo progetto insieme
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Anna Frattini

In questa intervista, a partire dall’ultimo progetto dei Tamango, Con la faccia al sole e gli occhi chiusi, parliamo della collaborazione del collettivo artistico con Eccettera, a.k.a. Massimo Dubbini e Manfredi Maida, manager dei Tamango. Ma partiamo dal principio.

Nati a Torino nel 2018, i Tamango non sono solo una band ma un collettivo artistico in cui musica, immagine e performance si intrecciano in un racconto dal forte impatto visivo e sonoro. Alberto, Federico e Marcello, amici di lunga data, hanno dato vita a un progetto che mescola cantautorato, soul ed elettronica, costruendo nel tempo un’estetica ben riconoscibile, sospesa tra nostalgia e sperimentazione. Dai primi live a Torino fino all’esplosione virale sui social e poi al palco del MI AMI Festival, il trio ha conquistato un pubblico sempre più vasto, grazie a show carichi di energia e a videoclip dalla fotografia visionaria.

Tamango è quindi un ecosistema creativo aperto, un collettivo che accoglie artisti di diversi ambiti, tra cui Eccetera, uno dei tanti talenti che hanno collaborato con loro. In questa intervista esploriamo il dietro le quinte del loro percorso, il loro modo di concepire la musica e l’arte come esperienza condivisa, e cosa significa costruire un immaginario che va oltre le note insieme a Dubbini e al suo talento per la stop motion.

Durante il lancio del progetto per il MI AMI, uno dei video che ci ha colpito di più è questo, dove, sulla landing page del loro sito – sia da mobile che da desktop – il visitatore può interagire con l’interfaccia. Il risultato è sicuramente innovativo e mischia svariati medium come lo stop-motion, l’animazione 2D, mixed media, illustrazione, modelli e miniature insieme al monologo tratto Chi ha paura dello sparviero?.

Ma partiamo proprio da Eccetera.

Qual è il tuo rapporto con la creatività dagli inizi fino a oggi?

Massimo Dubbini: Provengo da una famiglia di “costruttori di cose con le mani”. Sono nato quindi in un ambiente dove chiunque mi circondava “creava cose”. Nulla di particolarmente artistico: mio nonno installava condizionatori, mio papà costruiva case e mia mamma accumulava enormi pile di fogli, di cui tuttora non comprendo il contenuto. Da quello che mi raccontano i miei parenti (perché io non ricordo molto), già da piccolo ero portato per la costruzione: passavo i pomeriggi chiuso nella mia cameretta a creare giochi con legno e scotch di carta, a saldare quelle strutture barcollanti e a personalizzare i vari giochi non costruiti da me, dipingendoli con tempera bianca e ricolorandoli — nel peggiore dei modi — con pennarelli.

Crescendo, scoprii il Liceo Artistico. Affascinato dagli enormi macchinari che permettevano di costruire di tutto, decisi che quella sarebbe stata la mia scuola. Mi iscrissi alla sezione di Oreficeria, dove imparai molte cose, tra cui il fatto che (purtroppo) i gioielli non si saldano con lo scotch di carta. Conclusi i cinque anni e, un po’ confuso da questa amara scoperta, decisi di iscrivermi all’Accademia di Macerata, questa volta al corso di Graphic Design (di cui non sapevo nulla, tantomeno come si accendesse un computer). Comunque, alla fine imparai un sacco di cose, tra cui il fatto che la grafica può nascere anche da un approccio fisico e materico.

Terminato il triennio, ho avuto la possibilità di proseguire gli studi. Questa volta, completamente sicuro della mia scelta, mi sono iscritto a un biennio di Grafica d’Arte all’Accademia di Brera: un corso che guardava molto più al passato, al fare le cose con il giusto tempo e la giusta meticolosità, senza la fretta del computer. Durante questo percorso accademico ho imparato nuove tecniche di stampa e con i diversi corsi mi sono riavviacinato molto al mondo “materico”. Ciò, oltre ad aprirmi a nuove conoscenze, mi ha ricordato l’importanza di usare le mani come strumento per creare, riavvicinandomi molto al me bambino che costruiva cose “belle”.

Come ti sei avvicinato alla pratica dello stop motion e del pongo?

MD: Diciamo che il mio avvicinamento alla stop-motion è nato da una necessità: dover superare il mio primo esame di Animazione. Era la prima volta che aprivo un programma di animazione e, diciamo, non c’era stato un buon feeling. Così proposi al professore di realizzare il progetto d’esame animando a mano. La sua risposta fu più che positiva, anzi, era proprio entusiasta della mia proposta. Iniziò subito a passarmi dispense e video tutorial sulla tecnica della stop-motion.

Capire poi che il pongo poteva essere un mezzo per illustrare immagini è stata una scoperta del tutto casuale, nata dalla noia e dalla voglia di sperimentare nuove tecniche. Realizzai un piccolo quadretto con tre cuccioli di cane appoggiati uno sull’altro, come se stessero per fare una coreografia, incorniciati all’interno di un lettering “fatto di pongo” che diceva “AHAHAH”. Durante la realizzazione capii quanto questa tecnica mi divertisse, e iniziai a creare vari quadretti per approfondire questo nuovo linguaggio.

Dopo parecchi mesi, parlando con i Tamango della copertina per il singolo Cani, venne fuori l’idea di realizzarla in pongo. Un po’ perché il brano richiedeva un’immagine diretta, chiara e immediata, e un po’ perché ci divertiva il contrasto tra la natura infantile del pongo (sostanzialmente un gioco per bambini) e le tematiche e i suoni del pezzo, che creavano un bel contrasto creativo.

Quello che mi piace del pongo, come tecnica, è proprio questo: porta con sé l’atmosfera del mondo dei bambini, è visivamente leggero, e questo ti permette di creare contrasti interessanti con ciò che vai a illustrare.

Come hai approcciato il progetto con i Tamango e qual è il tuo rapporto con la loro musica?

MD: Non conoscevo il progetto Tamango; me lo fece scoprire la mia ragazza facendomi ascoltare Platani, un brano che mi suscitò sensazioni che non provavo musicalmente da un po’. Quindi, diciamo che il mio approccio è stato quello di un fan: inizialmente delle tematiche, del suono, delle parole della loro musica, e poi del loro modo di comunicare anche a livello visivo.

Dopo un po’ di chiacchiere da “amici di penna” con Luca Giraudo, gli proposi di fare qualcosa insieme. Ci ritrovammo così, davanti a un piatto di pasta al sugo cucinato da Marcello, a discutere di idee e progetti da realizzare.


Passiamo ora alle domande che abbiamo fatto ai Tamango, a partire dagli inizi fino alla loro visione sulle collaborazioni.

Come è nata l’idea di Tamango e come si è sviluppato il progetto nel corso del tempo?

Tamango: Tamango nasce nel 2018 da un’idea di Marcello, Federico e Alberto, col tempo il progetto prende consapevolezza e forma, arrivando a coinvolgere diversi artisti e professionisti. Ad oggi siamo in 20 a lavorarci: chi scrive, chi compone, chi illustra, chi recita, chi fotografa, chi riprende, chi programma. Una ciurma che collabora con diversi mezzi per espandere una narrativa e creare un immaginario nel quale fare perdere l’ascoltatore. Un primo esempio è sicuramente Sirene e Pirati l’EP di tre canzoni raccontato con un cortometraggio di 8 minuti girato in Sicilia.

Ancora più lampante e recente è L’anno del cane. Una fase, un momento, un’era del progetto Tamango lanciata a Febbraio 2024 con un’urlata prosopopea, seguita da un singolo (Cani), un concerto (Mi Ami 2025), un video (Cani) e infine una festa, quella del cane. (un evento nel quale abbiamo aperto le porte di un appartamento a Torino che per l’occasione si è trasformato nella Casa del Cane. In ognuna delle 4 stanze abbiamo ambientato una diversa esibizione artistica a ricalcare la differenza di linguaggio dei 4 atti del video di Cani)

I nostri progetti non hanno una precisa catalogazione, l’ultimo che abbiamo realizzato è “Con la faccia al sole e gli occhi chiusi”. Cosa è? un singolo? un video? una poesia? È qualcosa di indefinito, inteso come espressione della nostra autoimposizione di tendere all’originalità e di non classificare quello che facciamo. La scelta della forma e del linguaggio che utilizziamo è frutto del tentativo di rendere accessibile a chi ascolta l’anima stessa del progetto. Non crediamo in un’arte comprensibile a pochi, distaccata o elitaria. Parte del processo creativo deve essere volto alla definizione della forma migliore per arrivare alle persone.

Nel caso di Con la faccia al sole e gli occhi chiusi, far uscire prima il video della canzone non è casuale, ma abbiamo pensato fosse il modo migliore per calare l’ascoltatore in un ambiente e guidarlo in un percorso che parte dell’appartamento sommerso di nebbia del Lupo e culmina con l’ascolto della canzone.

Come ci si sente a essere una realtà indipendente nel panorama italiano?

Manfredi Maida: Bene! Ovviamente c’è da rimboccarsi le maniche, dobbiamo pensare a tutto! Da sempre abbiamo cercato di costruire un progetto che avesse la forza di autosostenersi, se da un lato l’anima di Tamango è collettiva e trova nella collettività artistica la sua forza, è l’indipendenza ad imporre a ognuno grande responsabilità individuale. Ogni soldo, ogni minuto, ogni pensiero viene investito con cura e attenzione. Spesso per far guidare e concentrare le energie sulle idee migliori ci ripetiamo, come un vero e proprio mantra: “non solo perché possiamo farlo, allora va fatto”.  

Essere riusciti a costruire un sistema che ci permette di essere il metronomo del nostro tempo, senza dover seguire le logiche che realtà di settore levigate ci imporrebbero più o meno tacitamente, ci permette di vedere le cose da una prospettiva diversa; a più ampio respiro.

 
 
 
 
 
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Questo non è casuale, ma è frutto di scelte e pensieri che guidano il progetto dall’atto zero. In momenti in cui la direzione del mercato, musicale e non, è sempre più orientata al seguire ciò che funziona* (uso una parola bandita dal nostro vocabolario) senza avere grande interesse nel dare il tempo giusto alle cose (al massimo il tempo di un reel, ecco: già se il secondo non funziona…), sarà sempre più difficile evolvere e distinguersi, ancora di più se lo si cerca di fare seguendo gli schemi dello stesso mercato che punta a uniformare tutto ciò che tocca.

Partendo dal rapporto speciale che avete con i vostri collaboratori, come gestite tutte le collaborazioni e con che spirito lo fate?

T: Il principio su cui basiamo ogni nostra collaborazione è quello artistico, penso sia importante fare questa precisazione perché implicitamente ne esclude tutta una serie di altre più strategico-economiche. Per noi strategico è artistico, indifferentemente da chi sia l’artista con cui collaborare, o da quanto seguito abbia. Anzi penso in realtà che le collaborazioni siano opportunità cruciali per dare voce ad artisti che da soli non avrebbero i mezzi per valorizzare al meglio la loro arte.  È come se Tamango diventasse un abilitatore artistico in grado di valorizzare l’opera finale grazie al dialogo, alle idee e alla struttura di persone e mezzi a disposizione.

In questa fase del progetto in cui il numero di persone è sempre più numeroso, per riuscire a consolidare e ad incentivare ulteriori nuove collaborazioni, oltre ad avere le idee giuste, serve uno spazio adatto. Per mesi abbiamo immaginato un luogo a Torino in cui fosse possibile fare musica, mentre qualcuno dipinge, gira un video, scrive una poesia, cuce una bandiera, costruisce un sole di 3 metri in cartapesta. Dopo lunghe ricerche lo abbiamo trovato e a breve vi riveleremo qualcosa in più.

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Scritto da Anna Frattini

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