La nostra intervista a The Bloody Beetroots

La nostra intervista a The Bloody Beetroots

Giulia Guido · 4 settimane fa · Music

In pieno tour, che lo vedrà il prossimo 31 gennaio ai Magazzini Generali di Milano e il 1° febbraio al Locomotiv Club di Bologna, abbiamo avuto la fortuna di fare due chiacchiere con The Bloody Beetroots, anche conosciuto come Sir Bob Cornelius Rifo, o semplicemente Bob. Dal 2006 ad oggi, Bob ha rivoluzionato un’intera scena musicale grazie al suo stile che fonde alla perfezione punk e musica elettronica, hip hop e classica, hard rock e new wave. 

Con la nostra chiacchierata abbiamo cercato di capire chi si cela dietro la famosa maschera, ma abbiamo anche parlato di musica, dell’attuale scena italiana e di progetti futuri. 

È la prima volta che parliamo di te su Collater.al. Raccontaci chi è The Bloody Beetroots.

Sono Bob, Bob from The Bloody Beetroots, e faccio musica elettronica dalla fine del 2006. Da allora ho rilasciato tre album, una valanga di singoli, sto continuando ancora a far uscire roba e ho suonato in tutti i festival del mondo: ho fatto due Coachella, il Lollapalooza non ricordo neanche più quante volte, il Primavera Sound, Sziget, Mad Cool, Fuji Rocks. Insomma, credo di aver fatto tutto quello che si poteva fare. Questo è un po’ il succo. 

Spiegaci da dove viene l’idea di esibirti con una maschera e a cosa è ispirata.

PH Godly Sinner

Fondamentalmente di essere popolare o famoso con la mia faccia non mi ha mai interessato e continua a non interessarmi, quindi ho utilizzato la maschera come elemento di catalisi per attirare l’attenzione. E funziona. Poi, anche per proteggere la mia privacy. Io mi tolgo la maschera e vivo una vita normalissima ed è la cosa che adoro perché ho questa teoria: la fama produce alienazione e quando sei alienato e non puoi più vivere il sociale non puoi più scrivere canzoni. Se io mi auto-alieno ho finito di lavorare, non ho più un linguaggio e il mio linguaggio appartiene alle persone. Credo che sia questa la chiave che ha portato The Bloody Beetroots ad essere nel music business da 15 anni. 

La scelta di coprirsi il volto sembra essere sempre più diffusa, mi vengono in mente tra i tanti Myss Keta o addirittura Liberato. Come spieghi questo fenomeno e secondo te sta diventando una scelta solamente estetica? 

Non saprei, in ogni caso, ormai, la maschera è sdoganata, non fa più così scalpore portarsi la maschera o nascondersi. È una scelta artistica, credo. Ognuno ha il suo modo di identificarsi con la maschera. 

Sono passati 10 anni da “Warp”. È cambiato qualcosa nel tuo modo di fare musica e nel tuo stile da allora? E, allo stesso tempo, ci sono aspetti che sono rimasti immutati?

Credo che il minimo comune denominatore di The Bloody Beetroots sia l’animo punk, quello è ciò che resta sempre sia se noi facciamo techno, house, o altre cose. Troverai sempre una fortissima presenza del punk in tutto quello che facciamo, perché è la nostra attitudine.

Questo atteggiamento di scrittura, non avere barriere nello scrivere musica, è ciò che non è mai cambiato. The Bloody Beetroots appartiene a tutti generi e a nessuno. Se prendiamo i miei tre ultimi anni e li confrontiamo, niente suona uguale a niente però trovi qualcosa che torna sempre, ma senza capire cos’è. È esattamente quell’animo punk di cui parlavo prima.

PH Mark Kola

Questo non è cambiato, come non è cambiato il modo di evolversi di The Bloody Beetroots, cambiare sempre ed essere camaleontici, questo vuol dire anche fare scelte coraggiose e a volte ripartire da zero. È una cosa che adoro fare perché non devo dimostrare niente a nessuno, ma solo a me stesso. Per me creare delle nuove sfide musicali, sound design, capire a cosa appartenere e come appartenere, come ricontemporaneizzarmi è una cosa che adoro fare e ogni tre anni più o meno lo faccio e questa nuova era di The Bloody Beetroots sta provando questa cosa. Nel 2019 siamo diventanti indipendenti, abbiamo incrementato gli streaming su Spotify, abbiamo aumentato la nostra fanbase, ora formata sia dai vecchi fan che dai nuovi, e abbiamo deciso di riproporre The Bloody Beetroots in posti in cui non avevamo mai suonato prima e devo ammettere che sono molto sorpreso dal risultato.

Come descriveresti l’attuale scena elettronica italiana e come la paragoneresti a quella di altri paesi?

Credo che l’Italia subisca molto le mode precludendo la possibibiltà di creare una base underground, per far crescere nuovi talenti. Sembra che a volte ci siano delle cose isolate, adesso va la trap e la techno e in mezzo non c’è niente. Quindi è molto difficile dialogare con il grande pubblico perché non conosce ciò che c’è in mezzo, ma è proprio lì che c’è The Bloody Beetroots. Quindi è mio compito cercare di educare gli ascoltatori di entrambe le parti a questo mezzo, a questa scena che esiste in tutto il mondo, ma non in Italia, purtroppo. 

Heavy è il tuo ultimo EP. Come è nato?

Allora, nel 2019 siamo partiti chiedendoci “cosa facciamo quest’anno?”, “facciamo The Bloody Beetroots DJ set”, ci siamo detti. “Heavy” nasce dall’esigenza di presentare della musica per supportare il dj set, ha solo ed esclusivamente quel fine lì. Ho cercato un po’ di ampliare i generi che volevo toccare quindi un po’ di electro, l’house e un po’ di techno ed è venuto fuori questo “Heavy”.
Oltre a quello abbiamo fatto delle release con Zhu, quest’artista americano, di pezzi tecno totalmente diversi da quello che siamo soliti fare e abbiamo fatto anche una mix per Frank Carter & The Rattlesnakes che è stato un modo di toccare la scena rock e vedere se potesse esserci un senso.
Quindi tutti esperimenti per riempire questo dj set. Quest’anno abbiamo in mente di rilasciare almeno dieci pezzi nuovi, quindi tracce da club, abbiamo un remix ufficiale dei Green Day. Tutti questi esperimenti rappresentano quello che troverai venendo al The Bloody Beetroots DJ set: una moltitudine di generi legati allo spirito punk in modo abbastanza unico.

Il prossimo 31 gennaio sarai a Milano, ai Magazzini Generali e poi l’1 febbraio al Locomotiv Club di Bologna. Cosa bisogna aspettarsi da queste due date? 

Caos, tanto caos. Volume altissimo, follia totale, stage diving, mosh pit, gente che cammina sopra ad altra gente. Un parco giochi anarchico dove si festeggia il nulla e si fa un casino della madonna. È The Bloody Beetroots. Tu chiami The Bloody Beetroots per fare un casino della madonna. 

DOVE:
MAGAZZINI GENERALI, MILANO
QUANDO:
VEN, 31 GEN
DOVE:
LOCOMOTIV CLUB, BOLOGNA
QUANDO:
SAB, 1 FEB

Un parco giochi anarchico dove si festeggia il nulla e si fa un casino della madonna.”

PH Mark Kola

Progetti futuri? 

Oltre a The Bloody Beetroots mi sto impegnando nel mio progetto di fotografia che vedrà la luce il 5 marzo a Milano in una mostra, in cui si vedranno le persone che fanno parte del progetto The Bloody Beetroots, i posti che abbiamo visitato e le memorie che mi porto. Poi ci saranno le mie attività di allenamento e di crossfit (ride) che a volte coinvolgono anche la mia fanbase, poi abbiamo qualche attività parallela con il mondo dei motori. L’anno scorso abbiamo fatto la Gymkhana GRiD con i ragazzi di Hyperdrive che hanno uno show su Netflix e, inoltre abbiamo rilasciato una moto l’anno scorso quindi faremo dei ride sulle Dolomiti e a Los Angeles. Quindi un sacco di attività, esattamente come la musica, un sacco di caos. 

La nostra intervista a The Bloody Beetroots
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Beastie Boys Story, il docu sulla storia del gruppo

Beastie Boys Story, il docu sulla storia del gruppo

Giulia Guido · 4 settimane fa · Music

Ispirato al libro Beastie Boys Book, il regista Spike Jonze ha realizzato Beastie Boys Story, un documentario che racconta la storia del gruppo americano e che sarà proiettato in anteprima il 3 aprile e per poi essere trasmesso su Apple TV+ a partire dal 24 aprile. 

Il documentario fortifica ancora di più il legame tra Adam “Ad-Rock” Horovitz e Michael “Mike D” Diamond e il regista, che già nel 1994 aveva diretto il videoclip dell’intramontabile  “Sabotage”.

Le prime recensioni su Beastie Boys Story lo descrivono un documentario brillante e originale che offre un punto di vista inedito sull’intera carriera del gruppo e dei suoi componenti e sia Spike Jonze sia Adam “Ad-Rock” Horovitz e Michael “Mike D” Diamond si sono detti entusiasti della collaborazione. 

Beastie Boys Story, il docu sulla storia del gruppo
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Cinque canzoni per un solo Oscar

Cinque canzoni per un solo Oscar

Giulia Guido · 3 settimane fa · Music

A dieci giorni dalla cerimonia degli Oscar 2020 è giunto il momento di riascoltare tutte le canzoni nominate, senza sbilanciarci o fare previsioni, anche perché mai come quest’anno esiste un equilibrio all’interno della categoria Miglior canzone

Sound on! 

I Can’t Let You Throw Yourself Away – Toy Story 4

Se esiste una persona abituata a essere nominata a un Oscar – no, non sto parlando di Meryl Streep – quella è Randy Newman, che dal 1982 a oggi ha ottenuto ben 17 nomination e due vittorie, ultima delle quali con We Belong Together di Toy Story 3. È proprio con Toy Story 4 e in particolare per I Can’t Let You Throw Yourself Away, un pezzo leggero e allegro ma con un forte messaggio, che arriva la 17ª nomination.  

(I’m Gonna) Love Me Again – Rocketman

Firmato da Elton John e il suo inseparabile Bernie Taupin, (I’m Gonna) Love Me Again, il brano sorprende sia perché racchiude tutto lo stile, il sound e il ritmo dell’inimitabile cantante britannico, perché inaspettatamente il giovane Taron Egerton si è rivelato all’altezza della sfida, sia perché il videoclip ufficiale alterna scene del film Rocketman con immagini d’archivio, rendendolo un vero e proprio omaggio alla decennale carriera di Elton John. 

Mettete il volume al massimo e siate pronti a ballare! 

I’m Standing With You – Atto di fede (Breakthrough)

A fare da sottofondo alla toccante storia raccontata da Breakthrough troviamo le note di I’m Standing With You scritta da Diane Warren, la strepitosa autrice di brani per il cinema come There You’ll Be di Pearl Harbour o l’indimenticabile I Don’t Wanna Miss a Thing di Armageddon

A interpretare il brano di Diane è Chrissiy Metz, protagonista del film e conosciuta a livello internazionale grazie al suo ruolo nella serie This Is Us, in cui abbiamo scoperto le sue impressionanti doti canore. 

“We all got time’s when we can’t be strong
When it feels like, like all hope is gone”

Into the Unknown – Frozen II – Il segreto di Arendelle 

Dopo il successo di Frozen I, per il quale ha vinto l’Oscar in questa categoria, Robert Lopez e la moglie Kristen Anderson-Lopez si riconfermano gli autori delle colonne sonore del sequel Frozen II – Il segreto di Arendelle

Anche se non avete visto il film o non avete mai ascoltato il brano dall’inizio alla fine, di sicuro conoscete il ritornello perché da quando il film è uscito nelle sale il popolo del web non si è sprecato nell’ideazione di meme e vignette divertenti accompagnati dalla scritta “Into the unknown”. 

Stand Up – Harriet

Oltre ad aver ottenuto una nomination all’Oscar per Migliore Attrice Protagonista per la sua interpretazione di Harriet Tubman nel film Harriet, Cynthia Erivo si è aggiudicata anche una nomination per Stand Up

La voce della giovane attrice e cantante inglese, capace di abbracciare sia le note alte e graffianti, sia quelle basse e profonde, è come se ci accompagnasse alla scoperta di questo pezzo, un inno alla libertà. 

Can you hear freedom calling?

Cinque canzoni per un solo Oscar
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CTM Festival 2020: music beyond borders


CTM Festival 2020: music beyond borders


Collater.al Contributors · 3 settimane fa · Music

L’edizione 2020 del CTM Festival celebra ed evolve il concetto di liminalità, ibridizzazione e trasgressione considerando comprensivamente questi concetti né come autoesplicativi né esaustivi.
Il Festival –  fortemente improntato su musica e arte contemporanea –  offre innumerevoli spunti per espandere le considerazioni ben oltre queste discipline evolvendo il concetto stesso di confini – nella loro accezione legata a sfaccettate pratiche e rituali sociali, così come esperienze estetiche, psichedeliche e trasformative.

Gli spazi liminali sono per definizione zone (e idee astratte) i cui limiti e scopi restano incerti; cosa significa godere con consapevolezza di una performance musicale nei sui picchi e nei sui limiti? Cosa significa interpretare arbitrariamente l’arte? Cosa rappresenta vivere a 360° un’esperienza di clubbing? Può forse essere esaustivo nell’interpretazione esaminare chirurgicamente in anticipo line-up e performers o la chiave è immergersi genuinamente in un viaggio scevro da preconcetti?

Sulla base di queste riflessioni preliminari, è iniziata la mia esperienza al CTM 2020 di Berlino.

L’acclamata serie HBO Chernobyl è diventata celebre anche grazie alla sua impressionante colonna sonora – a cura dell’artista islandese Hildur Gudnadottir.
I suoni, catturati da una vera e propria centrale elettrica (Ignalina – Lituania), includono reattori, turbine, pompe e generano un costante senso di ansia e allucinazione.
Bethonalle – Silent Garden, un ex forno crematorio (che ha operato per soli 6 mesi prima di esser definitivamente chiuso) si conferma una venue austera e più che mai calzante per questo tipo di performance.
L’intera esperienza è stata impreziosita da strumentazioni acustiche, field recordings e da un sapiente light design combinato a effetti fumo stranianti.

È già stato scritto pressochè tutto sul Berghain: dalle fantomatiche teorie circa le strategie di selezione dei bouncers, alle descrizioni del club come un incantato universo black denso di scale, angoli bui e posti nascosti. Puoi fare tutto ciò che vuoi in questo club e comunque nessuno lo saprà – semmai fosse una fonte di preoccupazione.
Ad ogni modo, giovedì sera, la lineup proponeva una serata di clubbing dalle venature techno piuttosto soft.
Ho trovato interessante la percezione che ogni persona, trovandosi e perdendosi in questi enormi spazi ambigui, trovi sé stessa in maniera più chiara; mi è parso che un non-luogo altamente precario tra un passato non afferrabile e un futuro in costante divenire possa aiutare a stimolare immaginazione e libertà – anche questa è liminalità, forse.

Interstial Spaces

Le proposte artistiche presentate in questa mostra aprono a interpretazioni sottili e – per certi versi – contrastanti: i luoghi, anche più intimi – intesi come veri e concreti – possono produrre una coesistenza senza alcuna ambiguità? Che genere di esperienza sarà per due persone sconosciute ascoltare un vinile – su un divano di casa – con due cuffie distinte? Isolamento, condivisione, liminalità?
Questa mostra pone la questione del tema centrale di CTM Festival oltre i margini delle stessa musica attraverso un’accurata selezione di atmosfere distinte e stanze immersive.

Inferno

Tra le teorie catastrofiste sul ruolo nefasto della tecnologia e del controllo, gli artisti Louis-Philippe Demers e Bill Vorn immaginano e producono “Inferno,” una rappresentazione robotica partecipata che riproduce l’esperienza dell’inferno e della punizione. Solleticando tutte le ansie riguardanti la relazione tra uomo e tecnologia rinegoziandone i confini; “Inferno” immagina una punizione infinita imposta come costante automazione e subordinazione alle macchine, offrendo ai partecipanti la sperimentazione e l’eccitazione di questa sottomissione. I presenti, una volta indossato un esoscheletro di 20kg, restano in controllo parziale del proprio corpo. Potremmo definire quest’esperienza come un momento liminale assimilabile al Purgatorio; l’appannata prospettiva di salvezza  crea un seducente ed ambigua prospettiva al di sopra delle teste dei partecipanti, sottomessi volontariamente allo spettacolo della sofferenza. 

La seconda notte al Berghain è caratterizzata da una line-up fitta di nu-gabberismi, evoluzioni drum’n’bass, suoni a metà tra l’ansia e l’estasi, il panico e l’after arricchiti da esplosive connessioni multi-genere; decisamente suggestiva la commistione tra l’ugandese Nyege Nyege Festival e CTM: Gabber Modus Operandi assieme a Wahono (di Uwalmassa, un progetto con sede a Jakarta che esplora le connessioni tra elettronica contemporanea e suoni indonesiani tradizionali), e l’ugandese Nakibembe Xylophone Troupe, uno dei rari gruppi rimasti a performare ancora con l’embaire – rarissimo e gigante xilofono in legno suonato contemporaneamente da 8 musicisti.

You Will Go Away One Day But I Will Not

Attraverso questa  avvolgente installazione all’interno di un orto botanico tropicale, Alves e Dalt tentano di dar spazio alla moltitudine di voci della foresta, organiche e non organiche, umane e non umane, speculative e naturali – offrendo un’esperienza dall’impatto politico e culturale non banale: dar voce al ruolo delle comunità più silenziose e controverse.
L’interrogativo sotteso è la comprensione se sia sufficiente sperimentare questo genere di esperimenti politici in uno spazio liminale senza che confluiscano in (in)tangibili utopie? 

Transmediale – The Eternal Network

The Eternal Network è il gruppo di opere principali di Transmediale riguardo all’esistenza e persistenza del ruolo dei network, con un’angolatura sui potenziali limiti in risposta alle correnti sociali e ai cambiamenti tecnologici.
In tempi di turbolenza ambientale e politica, i network hanno perso il loro appeal a larga gittata diventano fulcro di reazioni contrastanti: blackout, propaganda, discorsi d’odio, dipendenza e il desiderio umano di svincolarsi dalle piattaforme attraverso cui il capitalismo sorveglia e ordina.
Ciò nonostante i network hanno una certa ubiquità al di là della tradizionale definizione: la mostra investiga su come effettivamente rispondere ai futuri modelli di socialità, tecnologia e politica; tra le varie opere viene tratteggiato un loop tra i momenti pre e post-internet attraverso una disamina sulla rilevanza emancipatoria del futuro ruolo dei network.

CTM 2020 – come dallo stesso Festival sottolineato – si getta a capofitto in un limbo di stimolanti (e speranzose?) discussioni critiche sul presente e sui possibili futuri.
Attraverso il concetto di liminalità si viene inevitabilmente catapultati in zone grigie a metà di una presunta chiara linea di demarcazione.

Al termine di questi intensi giorni a Berlino – mi sento come fossi esattamente in un terreno di mezzo. Tra l’ambivalenza di presente e futuro e la perpetua evoluzione, fluttuando senza alcuna assicurazione né certezza – un filo frastornato.
Come e in quale forma emergeremo da tutto questo? Cosa e chi incontreremo nel nostro percorso? Esiste altro oltre questa zona liminale?
Ci sentiamo al gate di Berlino-Tegel come forme volteggianti, menti e copri allo stesso rigenerati e deflagrati dal presente, dal futuro.

CTM Festival | Collater.al 3

Testo di Marco Gardenale
Pictures by CTM

CTM Festival 2020: music beyond borders

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CTM Festival 2020: music beyond borders

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Re:Earth, il progetto che trasforma la natura in musica

Re:Earth, il progetto che trasforma la natura in musica

Giulia Guido · 3 settimane fa · Music

Per tutto febbraio saranno aperte le candidature per partecipare a Re:Earth, un progetto che darà la possibilità a sei giovani creativi di alloggiare per quindici giorni, dal 15 al 30 aprile, a Cittadellarte presso la Fondazione Pistoletto di Biella, durante i quali potranno interfacciarsi con professionisti ed esperti del settore musicale e partecipare a conferenze e workshop. 

L’obiettivo finale di questa “residenza artistica” è quella di dare vita a una performance artistica seguendo il tema di quest’anno: il rapporto tra uomo e natura e le conseguenze di questo rapporto dal punto di vista del cambiamento climatico. In pratica, i sei partecipanti avranno la possibilità di usufruire di tutti gli spazi, delle attrezzature e dell’aiuto dei tutor per mettere in scena un’esibizione musicale, in cui i suoni della natura vengono trasformati ed esplorati attraverso la musica, all’interno di un contesto installativo, anch’esso progettato dai partecipanti durante i 15 giorni del Re:Earth. 

Re:Earth si propone di creare un luogo in cui viene offerto un percorso formativo di alta qualità durante il quale tutti insieme, partecipanti e professionisti del mondo musicale e artistico, cercheranno di dare voce alla Terra e ai cambiamenti climatici in atto. 

È possibile candidarsi entro il 29 febbraio accedendo al sito di Re:Earth.

RE EARTH | Collater.al
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