Design The Library of Bees: la biblioteca che non sa stare ferma
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The Library of Bees: la biblioteca che non sa stare ferma

2050+ reimmagina l'archivio come sistema nomade, su commissione del MUCIV – Museo delle Civiltà di Roma
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Anna Frattini

Una biblioteca che si smonta, si sposta, si rimonta altrove diventando ogni volta qualcosa di leggermente diverso. The Library of Bees, concepita e progettata dallo studio interdisciplinare 2050+ e commissionata dal MUCIV – Museo delle Civiltà di Roma, non assomiglia a nessun archivio che si conosca. I libri non sono oggetti da conservare, ma elementi di un sistema che resta in movimento: scaffali modulari su ruote, pannelli forati, cavi lasciati a vista, un telo morbido che corre sul pavimento a interrompere la rigidità metallica della struttura. Tutto può essere spostato, aggiunto, tolto.

 
 
 
 
 
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Il riferimento alle api non è casuale. Le api non hanno un centro fisso: il sapere si sposta tra di loro per contatto, si diffonde, si sovrappone, si ramifica. È esattamente quello che questo sistema vuole fare con i libri e con chi li usa: mettere in circolo la conoscenza invece di custodirla in un luogo stabile. I due primi componenti esposti, Pollen 1 e Pollen 2, sono già nel nome una promessa di dispersione: non archivio, ma impollinazione. Sviluppati come prototipi di una famiglia di oggetti nomadi potenzialmente espandibile, portano con sé una domanda precisa su cosa debba essere un museo oggi. Più inclusivo, genuinamente intersezionale, capace di fare i conti anche con le complessità del proprio passato, spesso intrecciato con la storia coloniale.

The Library of Bees

Quello che colpisce di più, però, è il rifiuto deliberato della forma compiuta. L’installazione ha un aspetto volutamente incompiuto: giunti a vista, connessioni esposte, nessuna finitura che nasconda il come. In un palazzo storico, tra affreschi e lampadari, questa struttura industriale e provvisoria non cerca di mimetizzarsi né di competere: occupa lo spazio come uno strato temporaneo, una presenza che potrebbe andarsene domani. È in questo scarto, tra la permanenza dell’architettura storica e la mobilità del sistema, che si apre la critica più interessante del progetto. Le istituzioni culturali, sembra dire 2050+, non devono stabilizzarsi. Devono restare aperte, riconfigurabili, in ascolto di chi le attraversa. Come un alveare. Come una biblioteca che non sai mai dove troverai.

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Scritto da Anna Frattini

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