C’è un filo che unisce il lavoro di Katie Baldwin Basile, Gulshan Khan e Michael Lees, i tre vincitori del CatchLight Global Fellowship 2026, ciascuno destinatario di un grant da 30.000 dollari: tutti e tre fotografano comunità che rischiano di scomparire dalla memoria collettiva: non per mancanza di storie da raccontare, ma per mancanza di chi le ascolti davvero. L’Alaska rurale, il Sudafrica musulmano, i Caraibi post-uragano. Tre geografie ai margini del racconto dominante, tre pratiche che rifiutano la logica dell’immagine estrattiva per costruire qualcosa di più lento, più radicato, più onesto.

Katie Baldwin Basile vive e lavora nel delta dello Yukon-Kuskokwim, in Alaska, a stretto contatto con le comunità indigene Yup’ik che abitano una terra che letteralmente si sta sciogliendo sotto i piedi. Il permafrost cede, le coste erodono, villaggi interi sono già in fase di trasferimento. Ma le sue fotografie non parlano di catastrofe — parlano di ragazzi che fanno le capriole sulle rive del fiume Ninglick, di bambini che tengono in mano le fotografie dei bisnonni mentre la famiglia riempie le casse dopo l’alluvione. È la vita che continua dentro la crisi, non nonostante essa. Con oltre dieci anni di collaborazione con i giovani delle comunità rurali, il suo metodo è co-creativo: le storie non vengono prelevate, vengono costruite insieme.

Gulshan Khan lavora su un’altra forma di erosione — quella della memoria storica. Il suo progetto centrale, The Things We Carry With Us, segue le comunità musulmane del Sudafrica attraverso le eredità della tratta degli schiavi dell’Oceano Indiano, l’esilio politico, la segregazione razziale. Una delle sue immagini mostra donne e bambine che tagliano rampies durante le festività del Moulood a Johannesburg; un’altra riproduce il testamento manoscritto di due antenati schiavizzati conservato nell’archivio nazionale. La distanza tra queste due immagini: una viva, colorata, festiva; l’altra sbiadita, legale, violenta; è la distanza che Khan attraversa in ogni scatto.


Michael Lees è arrivato alla fotografia e al cinema sopravvivendo all’uragano Maria a Dominica nel 2017, da solo, in mezzo alla natura devastata. Da quell’esperienza è nata una pratica che usa foreste, rovine e silenzi caraibici come elementi narrativi. Il suo film UNCIVILIZED, presentato al Locarno Film Festival 2024, è oggi usato nelle università per gli studi ambientali e postcoloniali. Il suo prossimo progetto, Behind God’s Back, ritrarrà il villaggio abbandonato di Petite Savanne e le persone che continuano a tornarci, come se il legame con un luogo potesse sopravvivere alla sua distruzione fisica.

CatchLight, organizzazione no-profit di San Francisco dedicata al visual storytelling, assegna ogni anno questo fellowship a tre autori che non solo producono immagini di qualità, ma ridefiniscono le modalità stesse con cui le immagini possono costruire relazione, comunità, archivio. Il punto non è il premio in sé, ma ciò che finanzia: il tempo lungo, la fiducia, la presenza ripetuta nei luoghi. Tutto ciò che il fotogiornalismo tradizionale difficilmente può permettersi, e senza cui certe storie semplicemente non esistono.

in cover: In Alaska ci sono almeno 144 comunità minacciate dall’erosione, dallo scioglimento del permafrost e dalle inondazioni. Newtok è già da anni nel mezzo di un processo di trasferimento verso il nuovo villaggio di Mertarvik, raggiungibile in barca in circa quindici chilometri | ph. courtesy Katie Baldwin Basile
