Fino a domani, 2 ottobre, Venerus lo si potrà trovare da Spazio Serra. Non un palco, non una scaletta, ma un esperimento radicale di presenza e resistenza: quattro giorni vissuti dentro le pareti di vetro di Spazio Serra, a Milano, in cui l’artista scriverà, cancellerà e ricomincerà senza sosta.
L’intenzione del cantautore nel chiudersi dentro Spazio Serra – seppur allontanandosi dalla musica per come la conosciamo – diventa una sorta di partitura visiva che si compone e si dissolve di fronte agli occhi di chi decide di andare a trovare Venerus a Lancetti. Le pareti trasparenti diventano spartito e confine, in un ciclo che ripete l’essenza stessa del fare arte: creare, distruggere, ricostruire. Non c’è climax, non c’è finale, solo un flusso continuo che annulla il concetto di inizio e di fine.

Per chi si ferma, lo spettacolo è ipnotico. Venerus non suona, ma compone con il corpo e con il tempo, trasformando la routine di un passaggio ferroviario in un atto sospeso. Chi entra in contatto con la sua performance assiste a una forma di concerto muta, dove ogni pennellata diventa nota, ogni cancellazione un silenzio, ogni ripartenza un ritornello che non si esaurisce mai.

La scelta di vivere nello spazio pubblico, esposto giorno e notte, è parte integrante dell’opera: non c’è backstage, non c’è privato – solo il reale. La sua quotidianità diventa spettacolo, la vulnerabilità si fa linguaggio. È un modo per mettere a nudo l’artista, non attraverso la voce, ma attraverso la resistenza fisica ed emotiva, davanti a chiunque decida di guardare.


Venerus trasforma così la performance in un rituale collettivo. Non si tratta solo di osservare, ma di condividere un tempo sospeso, di entrare in dialogo con un atto che esplora la fragilità e la speranza come se fossero strumenti. Il pubblico è spettatore e testimone, ma anche parte del concerto più intimo e radicale che l’artista abbia mai proposto.

