Art Viviamo davvero in un mondo binario?
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Viviamo davvero in un mondo binario?

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Irene Pollini Giolai

Nelle culture occidentali (ma non solo), per lungo tempo abbiamo interpretato la realtà attraverso un sistema rigido basato su coppie di opposti: bene/male, natura/cultura, uomo/donna, etero/gay.

Questa tendenza a dividere il mondo in categorie nette non è casuale. L’antropologia ci mostra che classificare significa prima di tutto orientarsi e quindi avere più possibilità di sopravvivenza: dobbiamo ridurre la complessità per renderla abitabile. Semplificare, però, non è mai un gesto neutrale.

Il pensiero binario, come già osservava Claude Lévi-Strauss, è una delle strutture fondamentali con cui gli esseri umani organizzano l’esperienza. Funziona perché è efficiente: due categorie, confini chiari, meno ambiguità. Un risparmio cognitivo che si traduce anche in stabilità sociale.

Eppure, proprio questa apparente chiarezza nasconde un problema.

©Alice Wellinger

Secondo il filosofo Kevin Richardson, autore di The End of Binaries, molte delle distinzioni che consideriamo naturali – dal genere alla sessualità, ma non solo – sono in realtà il risultato di una semplificazione che, più che chiarire, finisce per distorcere. Non descrivono il mondo, lo riducono.

L’idea che esistano solo due generi e due orientamenti sessuali è stata a lungo percepita come l’unica possibilità, qualcosa di ovvio, naturale. In molti sistemi culturali e religiosi questa divisione è diventata norma: maschio o femmina, etero o gay. Ciò che appare “naturale”, però, è spesso il prodotto di un lungo processo di costruzione sociale.

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Non tutte le società, infatti, hanno organizzato il genere in modo binario. Diverse culture riconoscono identità multiple, fluide o intermedie, mostrando che le categorie che consideriamo universali sono in realtà storicamente e culturalmente situate.

Negli ultimi anni, anche in Occidente, questo impianto sta entrando in crisi. Sempre più persone rifiutano etichette rigide e si identificano come bisessuali, pansessuali, queer o non-binary. Non è la realtà a diventare più confusa, è il linguaggio che si sta rivelando inadeguato a descriverla pienamente.

Nella visione tradizionale, sesso biologico, genere e orientamento sessuale formano una catena lineare: il corpo determina il sesso, il sesso determina il genere, il genere determina il ruolo sociale e l’orientamento. Una struttura apparentemente coerente, ma fondata su un presupposto raramente messo in discussione: che queste dimensioni siano realmente stabili e mutuamente esclusive.

E se non lo fossero?

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©Erik Thor Sandberg

Una prospettiva alternativa è pensare il genere come uno spazio multidimensionale, uno spettro, non due caselle. In questo spazio si intrecciano caratteristiche corporee, norme sociali, aspettative culturali e vissuto personale. “Uomo” e “donna” non scompaiono: sono regioni di un territorio molto più vasto.

Lo stesso vale per la sessualità: desiderio, comportamento, immaginario, affettività, identità. La sessualità può essere letta come un insieme di dimensioni diverse. Le etichette tradizionali descrivono alcune configurazioni ricorrenti, ma non esauriscono la varietà delle esperienze possibili.

È qui che il discorso smette di essere solo descrittivo e diventa politico.

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©Brian Kershisnik

Le categorie non servono soltanto a capire il mondo, servono a organizzarne le regole. Definiscono chi è “normale” e chi no, chi appartiene e chi resta ai margini. Quando i confini vengono irrigiditi, non producono necessariamente più ordine, ma più controllo.

Chi non rientra perfettamente nelle definizioni – e la lista è potenzialmente infinita, considerando la rigidità di queste categorizzazioni: persone transgender, intersex, uomini e donne che semplicemente non incarnano gli stereotipi – diventa facilmente oggetto di pressione, correzione, umiliazione e sorveglianza.

Il punto non è negare che esistano differenze tra le persone, ma interrogarsi su come decidiamo di organizzarle.

Le categorie sono strumenti utili, spesso necessari. Quando però dimentichiamo che sono costruzioni, iniziano a funzionare come gabbie.

Riconoscere che genere e sessualità eccedono le dicotomie tradizionali non significa complicare il mondo. Significa, forse, smettere di banalizzarlo.

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©Gerard Dubois
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Scritto da Irene Pollini Giolai

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